Giobbe non vede

20 agosto 2010

Capitolo 1

Cap. 1

Avanti, Avanti per la  strada…Senza timore o gioia. Perché è la tua strada

La consegna sarebbe dovuta avvenire nel tardo pomeriggio, all’interno della cattedrale di Santiago de  Compostela.  Il quattordici giugno. Lato destro, in fondo alla navata laterale.

Il posto mi sembrò subito adatto, del tutto confacente all’importanza dell’occasione, sufficientemente misterioso, angolo  di riflessione, di preghiera, di espiazione.

Avevo rintracciato Edoardo Santez dopo un lungo cercare, durato molto tempo. Potremmo quasi definirlo uno scrupoloso lavoro di intelligence, con tante pause e  per più di venti anni; alla fine lo avevo trovato lì, in Galizia. Mi ero presentato per telefono, avevo detto senza mezzi termini chi ero e cosa cercavo, avevo subito ottenuto l’appuntamento.

Del resto, il quattordici giugno mi andava benissimo. Avevo controllato sull’agenda e due giorni dopo avrei avuto da fare per una riunione sindacale a Madrid. Quindi, andava bene così, il quattordici giugno.

Risalii una delle due scalinate d’ingresso senza fretta, assaporando fino in fondo la situazione tanto ricercata, per la quale tanto mi ero dato da fare. Ogni scalino, un ricordo a cui la gente intorno non doveva arrivare. E poi, se avessi deciso secondo logica, non avrei dovuto proprio chiedere quell’incontro e ancora meno andarci. Non vi era alcuna ragione plausibile. Potevo giustificarmi pensando che l’appuntamento non mi costava niente, non avrei dovuto dare, ma solo prendere…Anche questo era molto discutibile.

All’interno della grande chiesa, gli odori di mare provenienti dal freddo atlantico si confondevano a quello delle pietre profuse d’incenso. I volti dolorosi e rapiti dei santi, i legni tarlati, gli stucchi dorati ed infine il botafumeiro al centro. In alto, a più di venti metri dal suolo, il grande incensiere inaccessibile, sostenuto da una corda marinara; ogni tanto, imprevedibilmente, i chierici lo facevano oscillare quasi per 180 gradi, da una parte all’altra della navata centrale. Su e giù fino alla puerta de Azabacheria, su e giù fino alla puerta de las Platerias. Rito ipnotico al quale si poteva affidare anima e desideri.

La penombra nascondeva vecchie donne in nero, il velo leggero sul capo, che continuavano a salmodiare mentre un gruppo di fastidiosi turisti americani con calzettoni e sandali ne profanava il senso di intimità.  Per nulla al mondo, avrebbero interrotto la loro preghiera e le dolci confidenze rivolte alla Signora.

In quella cattedrale si ripetevano gesti e pensieri non proprio comprensibili ma che comunque non ne scalfivano la sacralità, si percepiva chiaramente che quello fosse un luogo di ricerca. Tutto, intorno, era caldo e sembrava proteggermi.

“ El senor Lucchetti ?“ Mi disse porgendo la mano.

“ Sono io. Fabrizio Lucchetti, buonasera Edoardo. Piacere“

Non pronunciò né il suo nome né il suo cognome. Ma io sapevo abbastanza di lui. Magro e dal volto scavato, i capelli corti sale e pepe, un naso grande e le belle labbra carnose. La camicia bianca, abbottonata senza cravatta, sotto la giacca lisa e chiara, non adatta a un appuntamento serale. La barba fatta al mattino già gli anneriva il mento maschio e le guance. Probabilmente, un uomo più interessante ora che aveva passato i cinquanta, che non da giovane. Così vestito, poteva anche darsi da fare con il gioco dei tre campanelli alla stazione di Barcellona. Non un sorriso di maniera. Negli occhi scuri, assorti, contratti, conservava tutte le storie, senza trasferire emozione. Ma a me, poco importava se era o faceva il misterioso mostrandosi poco convenevole.

“ E’ deciso? Devo chiederle se sa di cosa si tratta.”

“ So di cosa si tratta. Sono deciso.Guardavo più il panno rosso arrotolato che teneva in mano che non il volto di chi interrogava.

Lui, invece mi guardò a lungo. Cercava di incrociare i miei occhi ed io non ci stavo.

“ Crede di aver capito bene? “

Feci cenno di sì.

“ Bene, è suo. Io vado. Allora, posso andare. Si è fatto tardi ed è meglio che vada. “ Mi strinse ancora una volta la mano, con un piccolo inchino. Lasciandomi il panno avvolto, senza dire altro.

Tutto era durato qualche minuto, non di più. Di certo non potevo rigirare subito il panno che mi aveva lasciato. Ancora non ne potevo vedere il contenuto. Avevo già pensato più volte a una situazione del genere ed era evidente che non potessi mettermi lì, in mezzo alla chiesa, a controllare.

Tornai per le strade strette del centro, seguendo l’odore profano di pesce fritto, fino all’albergo. Al contrario di quanto avveniva nel tempio, nelle viuzze donne e uomini si accalcavano l’uno all’altro nello scegliere piattini e bandierine innanzi a piccoli negozi, ritrovandosi nella consueta banalità.

Accelerai. Finalmente sarei potuto rimanere solo. Sentii subito che quanto tenevo in mano era leggero. Probabilmente il panno rosso che lo avvolgeva pesava quasi quanto l’oggetto. Questo, non mi dava sollievo.

“ Buonasera, centodue, per favore.” Chiesi, quasi implorando le chiavi del mondo.

Salii nella camera, tolsi ordinatamente giacca e cravatta. Mi osservai allo specchio nel lento e ordinato muovermi e non sembravo altro se non quello che in effetti ero, un uomo di affari che ritorna in albergo dopo una giornata di lavoro.

Avevo deciso che potevo accendermi una sigaretta. Di regola, i pellegrini concludevano a Santiago il cammino della via lattea. Mi eccitava e turbava il fatto che potessi iniziare qualcosa di sfidante, proprio partendo di lì, all’incontrario. Finalmente, potevo rigirare il panno.

Un piccolo cannocchiale, non più di trenta centimetri. Telescopico, di tre parti, affusolate verso la lente di lettura. Leggero e brunito, forse una lega di bronzo, abbastanza insignificante. Solo che dalla parte più larga, quella di circonferenza maggiore, era chiuso, ermeticamente saldato. Questo lo

faceva assomigliare di più ad un caleidoscopio. Niente di niente che desse a quell’oggetto un’impronta di valore e neppure di antico.

Sui cilindri che lo componevano, tre incisioni. Le prime due fatte ad arte, ben rifinite: Γνθι Σεαυτόν, “conosci te stesso”, scritto in greco e poi, un serpente circolare che mangiava la sua coda. L’ourobos dalle fauci spalancate, i temibili canini, gli occhi innaturali e troppo grandi a guardare verso l’alto, l’inizio e la fine, la rigenerazione. Era scritto in un castigliano antico: Il presente si prolunga, il tempo può essere eterno o circolare, il passato è il punto di inizio e il futuro  sarà  quello che cerchiamo. Ci capiterà di passare per un punto quasi eguale e questo ci darà un ricordo.

Tutto sommato, niente di eccezionale.

La terza incisione non sembrava più originale. La sola parola Spes era stata incisa da una lama incerta e con lettere irregolari. Era chiaro che fosse un intervento postumo, segnato da chissà quale mano disperata, le simmetrie non erano rispettate.

C’era chi sosteneva che quello strano oggetto fosse richiamato nel Cantus Circaeus di Giordano Bruno e disegnato nella Circe del Grechetto: la sfera armillare e il cannocchiale evocavano il sapere e la nuova scienza,  frammisti e confusi al senso di antica e malinconica magia di Circe. Secondo alcuni, la trasformazione degli uomini in bestie non avrebbe rappresentato un sortilegio punitivo bensì un dono, la restituzione della dolorosa essenza originaria, ferina e sanguinaria, libera ed inarrestabile. Circe avrebbe quindi offerto a Ulisse e ai suoi compagni la possibilità di distaccarsi dal calcolo e dalla consequenzialità logica per recuperare i sentimenti più originali.

Segni ermetici del vedere scientifico e della meditazione sulla natura umana, che si confondevano fra loro. Chissà se era così, non lo potevo sapere, non ne ero del tutto convinto. Comunque questi spunti rimanevano per me un suggerimento e un’opportunità su cui riflettere.

Non sono un antiquario né uno specialista. Ho sempre dedicato alla filosofia pochi minuti, dopo i quali correvo via annoiato e infastidito. Anche la relazione con la psicologia è sempre stata superficiale, convinto che quello che andava scavato occorresse cercarselo per proprio conto e per questo non davo troppo peso a un’altra teoria, di alcuni maestri junghiani che insistevano sul simbolismo fallico di quel potente archetipo.

Faccio tutt’altro lavoro e nella mia vita professionale sono dovuto sempre restare con i piedi a terra. Per questo, la ricerca di quell’oggetto originale e assurdo mi generava un senso di contraddizione che continuavo a tenere ben nascosto e su cui non volevo soffermarmi più del necessario.

Su un piccolo quaderno avevo annotato nel tempo tutte le caratteristiche del cannocchiale. Le avevo raccolte negli anni, scarsissime le testimonianze scritte. Per lavoro ho girato molto e non è stato facile sentirne parlare. A New York, in Bassa Baviera, a Milano, in Provenza. Qui ad esempio, in una piccola bettola vicino al mare, innanzi a formidabili boccali di birra ale, un vecchio pescatore di Fayence conosceva quasi tutte le modalità che regolavano quella cosa:

Monsieur, non può essere venduto o comprato. Non può essere regalato o offerto in dono. Non si può descriverne le qualità, altrimenti non funziona. E per farlo funzionare devi guardarci dentro, sapendo quello che fai.”

Quindi, poteva essere unicamente cercato e richiesto e in questo caso il precedente possessore doveva cederlo, dopo poche, pochissime domande. Un comodato d’uso, insomma, del tutto gratuito.

Se fosse stato abbandonato e ritrovato da un curioso ignaro, la cosa non avrebbe funzionato e si sarebbe comportata come oggetto inerte.

In giro per il mondo, avevo intercettato due abbandoni del cannocchiale: una volta in una carrozza a Parigi alla fine dell’ottocento, un’altra a Milano, su una panchina del parco Lambro, probabilmente nel 1982. Di queste separazioni forzate avevo trovato diverse conferme e le ritenevo quindi plausibili, ma tutte le volte poi, esso tornava in mani consapevoli e riprendeva a funzionare.

Un’altra sua caratteristica stava nel fatto che poteva essere utilizzato tante volte quante volevi, senza limiti. Non era come la lampada di Aladino. Più lo avresti usato, più rispondeva all’esigenza, accentuando gli “ effetti”. Ma, come aveva detto il vecchio, per farlo funzionare devi guardarci dentro, sapendo quello che fai.

In diverse lingue del mondo, ogni mio occasionale interlocutore utilizzava le stesse parole e lo stesso concetto per descrivere il guardarci dentro. Più o meno, stavano a dire : Prendi un anello della catena.

A proposito dei suoi “effetti”, non vi era invece alcuna traccia o memoria su cosa realmente l’oggetto fosse stato in grado di combinare. Non una storia, nemmeno accennata. Avevo più volte provato a indagare su come le conseguenze, gli avvenimenti, si fossero concretizzati, ma anche i più informati non rispondevano, alzando le spalle. Come se le storie fossero state relativamente importanti. Avevo concluso quindi, che se veramente queste c’erano , esse dovevano essere note solo ai diretti utilizzatori dello strumento.

Una cosa però era certa: gli eventi non si esplicavano in  situazioni impossibili e fantastiche, bensì in fatti reali di ogni giorno, plausibili nella loro dinamica, realistici e quotidiani, per quanto con intensità al di fuori del comune.

Erano queste alcune delle originali caratteristiche che la tradizione orale attribuiva all’oggetto. Mi sembrava che fossero sufficienti per avvicinarsi a lui con calma e prudenza. Perché esso aveva qualità così assurde, da non poter essere comprese e accettate dalla mente comune. Ma quale qualità originale possedeva?

Come dire: lui, il cannocchiale senza nome esotico o esoterico, serviva a procurarsi male. A procurarsi male, non bene. Non felicità, non amore, non ricchezza e potere. Ma male. Del tutto inidoneo a portare male agli altri, avrebbe determinato situazioni difficili, dolorose, quasi inaccettabili per densità, unicamente al suo utilizzatore. Le strade attraverso cui perseguiva il suo scopo erano sconosciute e imprevedibili, le conseguenze parevano certe.

Male, non bene. Dolore, non gioia. E chi lo vuole, allora? A che serve? Grazie, già ci basta quello che abbiamo. Avrebbero detto i più sensati.

Eppure tanti lo avevano rincorso nei secoli, nelle capitali e nei villaggi di campagna. Inseguito, a dispregio di ogni plausibile logica, da anime dimentiche di altre ragioni.

Donne e uomini di diversa natura: giovani possidenti insoddisfatti, intellettuali inariditi, preti delusi, vecchi malati alla fine del viaggio, donne perdute nella solitudine, scienziati increduli e annebbiati, scommettitori, potenziali suicidi deboli e indecisi.

Tutti, più o meno a dire : Perché no? Tanto a questo punto che ho da perdere. Devo vedere.

Se non ci sarà risposta,

Accogli la strada nella sua interezza.

Era sul mio letto. Il panno rosso faceva da contrasto alla preziosa e candida trapunta di raso bianca, nell’ampia stanza di un albergo da trecento euro a notte.

Posso anche non usarlo.

Come quasi sempre accadeva, ero riuscito nello scopo. Avevo ottenuto quello che cercavo. Ne ero il tenutario, l’affidatario fino a quando qualcun altro non ne avrebbe fatto richiesta.

Non devo usarlo per forza. Per ora sono riuscito a trovarlo. Esiste. Poi, vedremo.

Continuavo a guardarlo e non ne apprezzavo alcuna evidenza degna di rilievo. In fondo era un oggetto abbastanza comune e, ripeto, apparentemente inerte. La sola cosa strana che accadde quella sera fu che cedetti a lui il mio riposo. Rimasi sulla poltrona a osservarlo come fosse un essere meritevole di veglia e assistenza, accasciandomi poi nel sonno, sfinito per il lavoro e forse per la tensione. Non ricordo sogni agitati, sicuramente non feci sogni strani. Niente di particolarmente cupo o evocativo. La luce, sul comodino, rimase accesa, fioca e gialla in un caldo silenzio.

Anche se mi risvegliai di mattino molto presto, di cattivo umore. Decisamente non ero abituato a dormire semivestito, su una poltrona.

Prima di lavarmi e di risistemarmi, mi sdraiai finalmente per una mezz’ora, accanto a lui. Mi sentivo stupidamente tutto a pezzi. Niente di più. Forse, con meno energia del solito.

Ripresi la mia routine, molto lavoro, tanto lavoro. Appuntamenti, decisioni, disposizioni date agli altri (le chiamiamo con falsa discrezione indicazioni o commitments, ma restano ordini), riflessioni attente e qualche volta anche precipitose. Ogni tanto pensavo a lui, desiderato come la più sensuale delle amanti, gelosamente custodito nel cassetto più riservato del mio studio.

Non ero stupido e in fondo non potevo evitare di domandarmi perché mi fossi tanto appassionato a quella storia leggendaria, del tutto sproporzionata al resto della mia vita.  

Era solo una percezione ma era chiaro che a volte fosse necessario accettare le sfide più temibili, guardare oltre. Anche nella tecnica professionale si applicava il metodo del “ risk management “ o del “ what happens if…?”, ma in questo caso non si trattava di un rischio d’impresa lontano e calcolabile.

Si trattava della mia vita e mi chiedevo se la scelta di arrivare a quell’oggetto dipendesse più da come fossi intimamente fatto, dalle precedenti esperienze o se invece rispondesse a un inconscio e diffuso desiderio di tutti, da cui però la maggioranza si allontanava precipitosamente, già paga di averne assaporato la sola presenza, la possibilità.

Finii con lo escludere che la ricerca del cannocchiale potesse dipendere dalla noia, dalla generica insoddisfazione di una vita senza brividi. Riflettevo. E intuivo che è quando ci si accosta al pericolo e all’oscuro che si percepisce nitida tutta la solitudine e la grandezza dell’anima, assaporandola in tutti i suoi rivoli, teneri o osceni, fino a ritrovarsi esausti.

Non andai oltre con i miei pensieri, non è che potessi trovare risposta a tutte le domande. In sostanza, la vita procedeva bene, mi sembrava, abbastanza bene. Tutti i problemi che mi si ponevano erano complessi ma risolvibili, bastava ragionarci un po’ su.

Disponevo di sufficienti risorse: i soldi che dovevo misurare ma che comunque c’erano, la famiglia con pretese che spesso parevano irragionevoli, ma che comunque era lì. Nel lavoro, il diritto o l’arbitrio di poter decidere anche per gli altri. Più o meno, potevo arrivare sempre a quello che volevo. Non avevo desideri irraggiungibili e per questo pervenivo alla loro realizzazione. Gli altri dovevano ascoltarmi: ragionevolezza, senso pratico e buona fede non potevano essere messi facilmente in discussione.  E comunque non ero di certo il solo a commettere nefandezze che il mondo avrebbe sopportato in nome della buona fede.

E poi, oltre al cannocchiale, in quel periodo avevo altre distrazioni che mi accompagnavano e queste sembravano decisamente più normali e positive.

La collezione di quadri dell’ottocento napoletano: Palizzi, Casciaro, Panza. A coprire le pareti del mio studio nature morte, campagne con piante di ulivo verde scuro nelle ultime ore del giorno, l’interno delle stalle pervase da una luce fioca quando tutto torna a essere tiepida quiete. L’ultimo dipinto acquistato era stato un autoritratto di Galante, che l’autore aveva disegnato sulla parte concava di un bacile smaltato bianco, prima di sparire per sempre.

Qualche mese prima avevo comprato un cavallo, un arabo bianco e snello da curare ogni sabato e domenica, occasione di piccole sfide borghesi nelle quali finivo col coinvolgere figli e conoscenti.

Era un cavallo giovane e pieno di voglie. Faticavo a tenerlo al passo e dalle narici calde e pronunciate esprimeva tutta la smania di vivere e di combattere. Saranno intelligenti i cavalli?

Ed infine, un’amante dolce e sensuale ad Augsburg, ad accogliermi in impronunciabili intrighi. Non le telefonavo mai da Roma, non avevo l’obbligo di chiederle come stesse. Ma quando, ogni decina di giorni mi ritrovavo in Baviera, le chiedevo se potevamo dormire insieme e quasi sempre lei c’era.

Ogni cosa al suo posto. Ogni tassello ordinato e mosso con prudenza.

Divertere, mutare direzione. Quando era il momento, mi lasciavo andare al pensiero di una o più di queste occasioni, fino a riposare tranquillo, per risvegliarmi fresco e rilassato la mattina dopo, sempre molto presto.

Le cose che avevo conquistato mi piacevano e mi accompagnavano fino al sonno. Non pretendevo che fosse il sonno del giusto: mi bastava un’esistenza tranquillamente movimentata, con la giusta dose di soddisfazioni, pensieri e preoccupazioni.

...Palizzi… Il campo a ostacoli… Liebe Mara…Allora, perché quel cannocchiale ?

.

Cap. 2

Esplora  i cammini secondari

Senza perderti

Non vi era quindi alcun motivo evidente per utilizzare lo strumento. Non venivo fuori da un particolare momento di stress o frustrazione e quelle che a me apparivano fastidiose situazioni di urgenza, in realtà altro non erano se non il susseguirsi di una vita veloce e comune.  Anche se la sua presenza m’interrogava, mi tentava a cercare nuove risposte, mi irrideva della mia incompletezza che lui solo riusciva a mettere a nudo.

Dopo qualche giorno, volli farlo e ancora oggi non mi chiedo il perché. Se era divenuta una sfida, veramente non avevo voglia di misurarmi con nessuno. Non era mia intenzione provocare la reazione di un qualche dio imparruccato. Se proprio era divenuta una sfida, questa era con l’assoluto del silenzio. Come un antico navigante che, conscio dei suoi limitati mezzi, va oltre e prosegue stringendosi e affidandosi al timone, solo per vedere. Ma era anche chiaro che, giunto fino a quel punto, non avrei potuto sottrarmi alle conseguenze. Quello che stavo per fare era solo il gesto riepilogativo di quello che avevo ricercato.

Non mi sono mai rimproverato di questo, era giusto così. Il rito fu compiuto prima riflettendoci a lungo e alla fine senza starci troppo a pensare. Una diversa pausa dagli impegni di ogni giorno.

Si fece prendere docilmente, senza più sollecitare sentimenti, passivo.

Vi guardai dentro per qualche secondo, da solo nel mio studio. Rivolto alla finestra, verso un punto di luce. L’occhio destro chiuso e l’altro appoggiato alla lente. Qualche attimo, forse dieci secondi, non di più. Non si vedeva niente. Solo l’ombra della palpebra che sbatteva, infastidita dal contatto con il freddo del vetro. Decisamente non si vedeva niente.

Fatto. Nessun ricordo traumatico, alcun pentimento. Non mi sembrò necessario trovare una giustificazione. Di certo l’ansia e la tensione erano state assai più intense prima che non durante. I pensieri che avevano preceduto la decisione di vedere erano stati sfidanti e intimi, rigorosi e compassionevoli, vivi e sanguigni nel loro assoluto smarrimento. Invece, il gesto in sé, il guardare, era stato troppo breve e insignificante, troppo fugace per permettere una qualsiasi ispirazione.

Lo avevo fatto e basta e potevo riprendere a lavorare come se nulla fosse, a vivere come sempre avevo fatto. Non avevo più paura del solito.

Chissà cosa succederà.  Squillerà il telefono a portarmi cattive notizie?

Se non succede niente, è la dimostrazione che ho perso venti anni dietro una leggenda, ma va bene lo stesso, è stato appassionante. Mai farsi indietro, nella vita.

Tanto si sa che ognuno si gioca il proprio destino con le proprie mani, altro che cannocchiale.

Tutto, nelle proprie mani, senza sottrarsi.

Il lavoro continuava come sempre, meno entusiasmante di quello che volessi ma sufficientemente bene da non avere ansie ingovernabili. Anche il mio lavoro rappresentava una forte metafora. Mi occupavo di ristrutturazioni industriali, mi chiedevano di chiudere fabbriche per poi rilanciarne le attività. La globalizzazione e la competizione internazionale davano ampi spazi a questo tipo di mestiere. Per sopravvivere occorreva essere snelli sul mercato e bisognava anche capire che fosse

necessario sacrificare posti di lavoro se questo avesse assicurato prospettive per il futuro. Come se il futuro, inevitabilmente, dovesse attraversare la via dell’ignoto, del dolore fino alla catarsi.

C’era una fabbrica da chiudere in Spagna ed io speravo che potesse venirne fuori un buon affare. Avevo assoldato costosi e compiacenti avvocati di Madrid, eppure la cosa non andava perfettamente in porto. I costi per le bonifiche ambientali e per le dismissioni del personale rimanevano troppo alti, superiori a ogni previsione. Ma niente di eccezionale, nulla che non si potesse rimediare.

Marco Rivelli era un sindacalista italiano distaccato presso la Comunità Europea e come me girava tutta l’Europa. Mi avrebbe aiutato nella trattativa, mi avrebbe affiancato e fatto da tramite. Alto e grosso, un passato da siderurgico, le mani grandi,  unica parte del corpo a non essersi infiacchita. I suoi vestiti erano simili ai miei, ma a osservarli più da vicino si vedeva che erano stati acquistati in un grande magazzino. In occasioni come queste, ci ritrovavamo la sera prima in un ristorante da poco e scelto da lui, a definire i dettagli.

“ Non voglio che spenda troppi soldi per me.” Come molti altri che facevano quel lavoro, aveva l’ossessione della corruzione. Ogni occasione era buona a dimostrare la sua trasparenza, la sua intangibilità e per questo ero costretto a invitarlo in ristoranti a conduzione familiare. Per quello che mi riguardava, la decantata onestà poteva essere anche vera, anche se era noioso dover sentire sempre la stessa solfa e mangiare in posti al limite della decenza.

Poi per la verità, parlavamo fino ad un certo punto di affari e Marco dopo il secondo bicchiere di vino iniziava a ripetermi della sua vita. Le esperienze ed i  miti degli anni ‘80, la lontananza da Terni, la figlia messa non troppo bene. Qualche volta, a tratti, sorrideva come a cercare l’intimo consenso di se stesso. Ascoltavo paziente e curioso, ma raramente gli davo corda e facevo commenti, ancor più raramente parlavo di me. Non sapevo cosa dire. In effetti, non avevo molti amici e le confidenze di un sindacalista erano il massimo cui potessi aspirare.

Fra noi si era comunque creato un sodalizio esclusivo, fatto di storie intense e di battaglie su sponde avverse, tatticismi e momenti di sconforto. Ricambiai un sorriso nell’osservarlo: il ricordo di Marco, quindici anni prima, ancora in tuta e con le mani sporche di grafite, attorniato da altri operai che lo ascoltavano, era un’immagine più persistente di quella attuale. Allora, e anch’io ero più giovane, Marco m’intimoriva per la sua credibile durezza, per le sue incrollabili convinzioni.

“ E’ bene che lo facciamo noi, questo mestiere, almeno non ne approfittiamo.”

“ Sì Marco, è un lavoro come un altro.“

“ Ma non possiamo lasciare da parte quello che succede alla gente. Le conseguenze…”

“ Già ne abbiamo parlato. Noi cerchiamo di non lasciarle da parte.”

“ Ecco, non lasciamole da parte. Dobbiamo sempre pensarci.”  Concludeva con se stesso, quasi a superare il rimorso o almeno una contraddizione. Lui, che teorizzava fabbriche senza padroni e profitto. Trovavo sempre quei momenti introspettivi di Marco come un’inutile e ripetuta divagazione. Sentivo la genuinità del suo malessere ma non potevo fare a meno di notare che,  da ex operaio, esprimesse i suoi sensi di colpa diversamente da come avrei fatto io: più schematico, le parole coincidevano quasi con i pensieri, senza quella che io avrei definito una dolce e profonda ambiguità  borghese.

Erano passati tanti anni e mi ero rassegnato ai suoi momenti di autocoscienza. Quella sera, credo per combinazione, levò dalla sua borsa una piccola macchina fotografica digitale.

“ L’ ho comprata qui. Costano meno che in Italia. Posso farle una foto? Poi gliela mando.”

Assentii.

“ Cosa c’è dottore? Mi pare che non riesca mai a rilassarsi.”

Assentii ancora. “ Ma no, stavo riflettendo. Forse hai ragione. Ma va bene così, forse domani…”

“ Vedrà dottore, domani la soluzione la troveremo. Basta che non s’irrigidisca. Basta che non vorrà stravincere.”

“ Mi conosci Marco, io non voglio mai stravincere. Devo solo portare a casa il risultato.” Mi faceva bene il suo incoraggiamento.

“ Sì, il risultato. Allora sono contento. Mi fa piacere trattare con lei. Lei non imbroglia…Non imbroglia troppo.” Sorrise ancora e dovetti ammettere che anche un operaio potesse sorridere, dolcemente.

Comunque, la cena fu utile e il mattino dopo ci incontrammo per la riunione in plenaria.

Quando ero nelle sedi ufficiali, riuscivo a essere più rilassato, schermato dalla moltitudine di presenze e parole: i miei collaboratori furbi, inutilmente sadici e ancora in carriera, che proponevano a voce bassa, la mano innanzi alla bocca all’ultimo istante, cattive soluzioni di ingegno e i sindacalisti diffidenti oltre il necessario. Occorreva districarsi fra questi inutili estremismi ed estenuanti dichiarazioni di principio e Marco con la sua pazienza era utilissimo.

Ore e ore ad utilizzare un linguaggio diverso da quello che avrebbe colto la sostanza del problema: un’ altra fabbrica doveva essere chiusa, i lavoratori più anziani ma non pronti per la pensione sarebbero rimasti a casa. Avrebbero dovuto parlarne alle mogli, rivedere la loro vita e fare attento uso dei soldi della buona uscita. Certamente qualcuno di loro, avrebbe finito per sperperare tutto, incapace a rivedere la quotidianità. Per molti non sarebbe stato facile ricominciare daccapo.

E questo era discusso, come sempre accadeva in questi casi, nel luogo ove sentimento e ragione diventavano meno tangibili. Un’anonima e asettica sala con lunghe vetrate intervallate da porte antipanico, tende di plastica, piccoli tavoli bianchi riuniti fino a comporre un grande rettangolo. Le piante, impolverate ed asfittiche, ormai rassegnate al freddo dell’aria condizionata.

Nel tempo, avevo imparato che nel corso di queste riunioni occorresse tenere sotto controllo ogni dinamica, anche quelle apparentemente insignificanti e non strettamente pertinenti gli argomenti trattati. Era da questi segnali deboli che si percepiva come realmente stessero andando le cose. Il caldo di fine giugno invitava i sindacalisti meno coinvolti e generosi a fumare qualche sigaretta sulla veranda: Martinez e Aparici erano fra questi. Li seguivo con la coda dell’occhio.

“ Quel rigore non c’era. Altro che rigore, dovevano fischiargli il fallo.”

“ Ma dai, non te  lo vuoi mettere in testa. Siamo i più forti.”

Dopo l’incontro, la vita sarebbe irrimediabilmente cambiata per molti, ma questo non avrebbe impedito ai due di tornare alle loro case, come sempre. Questa volta, non sarebbe toccato a loro. Ancora avrebbero acceso il televisore in cucina fino a non ritrovarsi.

In questo modo, si finiva per decidere le sorti di uomini e produzioni. Non poteva essere diversamente. Come a far capire a tutti, che non si era in un luogo propriamente reale. La vita e i problemi concreti dovevano rimanere fuori di lì. Come al solito, le decisioni importanti venivano prese lontano da dove le conseguenze si sarebbero rivelate.

Quella volta, fortunatamente, arrivammo abbastanza presto alla soluzione. L’accordo sottoscritto era meno buono di quello che avrei voluto, ma passabile, onesto. Avevo lavorato bene. Le rappresentanze sindacali avrebbero dovuto comunicare alle assemblee dei lavoratori che di più non si poteva ottenere. Io avrei informato il Presidente, che comunque, avrebbe mostrato il suo scontento, facendo di conto su un foglio estemporaneo. Era il mio lavoro e da laico ne accettavo le croci. Qualche giorno dopo, mi arrivò la copia dell’accordo approvato dalle assemblee e, con esso, la foto scattata da Marco Rivelli.

I commenti sono chiusi.