Cap 4
Cap 4
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Il vento caldo riscalderà a lungo
Se saprai non chiederti da dove proviene
Silvana Conti mi lasciò da solo in un salotto caldo e pulitissimo. Ero sudato, non proprio nelle migliori condizioni per incontrare una donna. Il trenta giugno per me significava già estate e percezione di vacanza, ma non quell’anno. Forse perché reduce dall’incontro con Terzi, forse perché quella stanza non prendeva aria da tempo, la camicia era veramente intrisa di sudore, inaccettabilmente . Non avevo scampo e dovevo aspettare così, neanche un fazzoletto per asciugarmi. Meglio mantenere la giacca e un’aria più imbolsita o farsi trovare in camicia, con i polsini rivoltati? Aspettavo e andavo su e giù per la stanza, curiosando fra le piccole cose che c’erano, ma forse, era il caso di muoversi meno e aspettare seduto. Nell’angolo, un improbabile divanetto celeste vis à vis, che nessuna persona ragionevole avrebbe mai utilizzato. Dalle tende, i giochi di luce regalavano alla stanza un’atmosfera ovattata e protettiva, di attesa. Lì, non mi sarebbe successo niente di male. Il caldo era comunque opprimente.
Arrivò di lì a mezz’ora. Altro che brasiliana. Bianca come la carta da disegno. I capelli raccolti in uno chignon, segno di una frettolosa attenzione. Le estreme ciocche arricciate di capelli biondo spento, quasi rame, non erano del tutto raccolte nella strana pettinatura, sembrava quasi che portasse un ananas in testa, tenuto fermo da un matitone o qualcosa del genere.
Silvana aveva detto una ragazza carina. Ci poteva stare. Di certo non era bellissima. Da ragazza probabilmente non le sarei andato appresso. Niente che desse fastidio, ma non si faceva notare. Le labbra sottili non davano dolcezza al sorriso, gli occhi abbastanza insignificanti. Però, le mani sottili, il corpo leggero e sinuoso. Carina, ci poteva stare.
Entrò di fretta e già sembrava che avesse fretta di andare via. Non guardò l’orologio ma era come se lo avesse fatto. Mi sembrava chiaro che fosse irrequieta, che desse più importanza alle cose che doveva fare, dopo. Mi chiedevo perché si ritrovasse lì, per quale ragione si fosse rivolta a Silvana. Altro che brasiliana, la considerazione mi prendeva di contropiede, rendendomi ancor più sospettoso.
“ Ciao, io sono Francesca.”
“ Piacere, Fabrizio Lucchetti. “ Ci si presenta anche col cognome, così sapevo.
Avevo sostenuto un colloquio con Terzi e mi sentivo preparato a una diversa selezione. Ascoltare e, se possibile, ricercare un minimo di complicità.
“ Eccoci.” Disse sedendosi, come a chiarire subito: Allora, che hai da dirmi? Non ho molto tempo. Sentiamo questo che vuole.
“ Adesso dobbiamo parlare un pò, credo.” Iniziai.
“ Sì, credo anch’io.”
“ Da dove si inizia? Facciamo finta di esserci incontrati per caso. Ci riesci? ”
“Sì, credo di sì.”
“ Abiti vicino, Francesca? Sei della zona? “
“ Sì, abbastanza vicino. Anche se ho preso l’auto perché dopo devo scappare al lavoro”.
“ Allora, visto che non hai molto tempo, provo io a rompere il ghiaccio. Faccio cinquanta anni fra qualche mese e sono separato da tre anni. Ho visto l’insegna e sono salito per caso. “ Avevo bisogno di giustificare la mia presenza in quel luogo e l’ultima cosa detta, per lo meno, era vera. “ E tu come mai hai scelto Silvana Conti? Comunque, mi sembra una donna che sa il fatto suo,no ? ”
“ Sì. E’ stato un assurdo regalo di mia sorella. E’stata lei ad insistere, dicendo che non potevo continuare così, a restare sola.”
“ Ed hai già incontrato qualcuno? “
“ Sì, non ne parliamo. Una frana. Con me Silvana non è riuscita a fare un gran che. O forse sono io… Tu hai figli, Fabrizio?”
“ Sì, due e sono grandi.“
“ Io non so se è meglio un uomo che ha figli oppure no.“
“ Perché? “
“ Se ha figli, dovrebbe comprendere meglio che anche io ne ho una, piccola. Ma potrebbe avere già troppo da fare con i suoi. Se non ne ha, potrebbe avere più tempo per la mia, ma potrebbe essere troppo poco abituato ai bambini “
“ Chiaro. “ Dunque, cercava un padre oltre che un uomo. Pensai superficialmente.
“ Io ne ho quarantatrè, di anni. E…Non sono separata. “ Sorrise malamente di sé.
“ Sì… Silvana me l’ha detto. Ci stavo a pensare mentre ti aspettavo e mi sembra che una storia come la tua meriti molta attenzione da parte di chi ti si avvicina “
Non rispose ma si rinchiuse un po’ nelle spalle, riunendo le mani fra le ginocchia, significava: è così.
Si mostrava con rassegnata sufficienza e senza troppe ansie di dovere apparire. Forse era il suo modo di nascondersi ed essere cauti. Se fosse stato per la sua maniera di porsi, non sarebbe stato facile stanarla e capire chi fosse. Potevo facilmente immaginarlo: derubata, sola, muoversi fra la gente e restare sempre con gli occhi aperti, non fidarsi. E comunque, se era una donna cauta e prudente, la cosa m’interessava.
Forse voleva ascoltare perché aveva bisogno di troppe cose. Quindi, toccava a me : razionalità, un po’ di emozioni anche irrituali. Cambiamo discorso, vediamo se riesco a sorprenderla, pensai.
“ Io mi occupo di relazioni sindacali, un lavoro che mi fa girare parecchio.“
“ Fai il sindacalista? “
“ No, non proprio. Faccio il sindacalista dall’altra parte, per le aziende. “
“ Anche mio padre ha sempre lavorato per le aziende.“
“ Avrei voluto insegnare all’università. Ma non è stato possibile. E ho iniziato questo lavoro negli anni di piombo, quando ce ne era bisogno. Ti ricordi, no? “
“ Ma ti va bene lo stesso, no? Mi pare che va bene lo stesso. “ Non si ricordava degli anni ‘80, evidentemente politica e impegno sociale non erano il suo forte.
“ Sì, va bene. Sai, ho fatto l’università a Pisa e entravo ed uscivo dai collettivi. E questo lavoro è una mezza contraddizione. Ma mi piace, è quello che so fare. Sicuramente ti fa conoscere la gente nel profondo. Tutto sommato, faccio quello che mi ero prefissato. In un certo senso sono rimasto in politica, anche se non so se dalla parte giusta.“ “ Qualcuno ha detto : contraddisse e si contraddisse “ Aggiunsi. Qualcosa dovevo pur dire e in questo modo pensavo di offrirle buoni spunti per parlare.
Ascoltava e sicuramente non aveva una nostalgia politica alle spalle. Le avevo posto su un piatto d’argento “ gli anni di piombo “ ma questo spunto, che in teoria accomunava molti della nostra generazione, non le aveva dato alcun appiglio per iniziare a dire qualcosa. Evidentemente i sogni della rivoluzione sociale non le dicevano molto, invece le piaceva di avere avanti un uomo con un lavoro importante. Forse per questo, dava la sensazione di ascoltare con un po’ di attenzione, buon segno forse, rispetto a come aveva iniziato, sedendosi.
“ Giri molto allora, è bello viaggiare. Anche a me piacerebbe farlo. Anche se ora non posso.“
“ Guarda che alla fine, io conosco solo gli aeroporti.“
“ Sì, ma si capisce che hai sempre da fare.“
“ Mmm… Sì. A volte muoversi molto ti aiuta a superare le cose.” Accelerai.
“ A chi lo dici.”
“ Anche tu ti muovi molto….Per … ? “
“ Sì. Anche se io ho una figlia piccola, a cui pensare.“
“ Ecco, meglio una figlia piccola che orrende riunioni.” Ma che dicevo? Quale nesso logico ?
Sorrisi della frase ad effetto e senza senso. Anche lei. Senza alcuna ragione ci scambiammo il sorriso. Davvero lei sorrise. Poi, riprese a controllarsi.
“ Io, a mia figlia non ci ho pensato per quasi due anni.“
“ Come non ci hai pensato? “
“ Sì. Quando è successo. Non volevo vedere nessuno. Neanche lei. La evitavo e per fortuna che a casa con me c’era mia madre. Proprio non ce la facevo. Ci ho messo due anni per riprendermi…. Un po’. “
In qualche modo, mi buttò addosso la sua storia, di maniera, come se avesse imparato a ripeterla a memoria. Forse troppe volte, a troppi uomini, senza che nulla accadesse. E raccontò, non per accomunarmi o cercare conforto ma giusto per confermare la sua distanza, il suo essere altrove.
Il cancro del suo uomo, le cure disperate, la figlia piccola a cui fare da madre e da padre, senza sapere bene da dove iniziare. Mi disse dove abitava e ci tenne a raccontarmi che prima avevano comprato una piccola torre in campagna. Rifatta pezzo pezzo per accoglierli. La pazienza di aspettare quando i soldi finivano, ma alla fine tutto era stato fatto come avrebbero voluto. E poi i desideri che ti sfuggono dalle mani.
Si era decisa a vendere la torre per una casa più centrale e comune, più vicina alle scuole per la bambina. Questo, era più o meno quello che mi disse.
Le tonalità e i gesti che aveva scelto erano profondamente formali e borghesi. La cosa mi colpiva, per quanto fosse del tutto comprensibile che il dolore potesse entrare anche nelle case per bene e tenute in ordine…L’ordine come risposta all’inaspettato…L’antidepressivo preso alla sera con rassegnata ubbidienza…Il dolore lacerante eppure dichiarato in modo discreto e sopito, senza un grido dell’anima. Anche gli amici con cui poteva parlare, il padre, la madre, i colleghi, le si erano mossi intorno con discrezione e ragionevolezza, elargendo consigli, attenzioni ma senza nulla di forte o violento.
Schermata, protetta, misurata, del tutto sotto controllo. Inutile e doloroso. Io non avrei fatto così.
Ma anche, un dolore comprensibile e, in questo senso, comune , non ricercato eppure incombente, che sicuramente l’aveva trovata impreparata. Di quelli che ci si ritrova ad affrontare imprecando nel più intimo e non volendo, che lasciano svuotati, eppure, ancora in piedi anche se non si capisce perché.
Ripetuto con freddezza e senza più una lacrima. Non era l’immedesimarsi in quella storia o il modo in cui l’avesse riportata che mi turbarono. Percepivo invece che era rassegnata a non avere più cura per i suoi capelli e questo mi dava più intima malinconia. Decisamente non potevo chiedere di più.
Aveva iniziato a parlare con il gomito poggiato sulle ginocchia, alla fine si lasciò andare, le spalle allo schienale della poltrona, le mani congiunte in avanti, come a dire: Ecco questo è tutto. Puoi fare qualcosa? Qualcosa da dire? Non ci credo che tu possa farci niente. E comunque, tocca a te.
Certo che posso fare qualcosa…D’accordo, tocca a me. La sfida continuava.
Ne osservavo le gambe o meglio i pantaloni neri e sotto, i piedi nudi nei sandali. Lunghi come per una dea, torniti come per una moglie. Avrei voluto sapere come fossero quelle gambe.
Strano e incantato posto, la saletta incontri di Silvana Conti. Due sconosciuti costretti a stare insieme per mezz’ora. Dovevamo metterci in vetrina e potevamo valutare l’acquisto, come in qualsiasi negozio. Potevamo, volendolo, fare domande sulle caratteristiche della merce.
Ebbi il tempo di tornare su un’intuizione che poi mi accompagnò a lungo. Cercava un padre, lo aveva esplicitamente lasciato capire. Quello che non aveva detto era per chi lo cercasse, se per la figlia o per se stessa.
Dovevo assecondare la necessità di distanza e il suo desiderio di osservare. Senza esagerare con frasi forti. Una partecipazione composta. Mi arrivavano percezioni lucidamente contraddittorie. Non capivo come poteva farcela, a riprendersi. L’elaborazione del lutto. Oltre che dai suoi capelli irriducibili, la bellezza le veniva da una grande tenerezza praticamente quasi mai espressa, contenuta da gesti e parole normali. Tenerezza percepibile solo per pochi attimi, quando il suo essere adolescente riusciva a superare paura o prudenza o noia. Decisamente non riuscivo a decifrare oltre.
E comunque, rimaneva distante. Qualsiasi tema proponessi rimaneva distante. Chiusa, impenetrabile, percepii di essere in balia del suo osservarmi, senza che potessi fare niente per influenzarne i pensieri. Avrebbe deciso lei, solo lei, se dove, come e quando avesse dovuto aprirsi di più.
Non mi restava che parlare per farmi annusare. Con pazienza. Tornai a parlare del lavoro, dei figli, dei…tre anni di separazione. Utilizzai il sorriso, senza esagerare con frasi a effetto. Era chiaro che quella donna curata e non curata dava importanza all’ordine mentale di chi le stava avanti. Osservava la piega dei miei pantaloni scendere perfetta, come se avessi tempo e soldi per darci attenzione. Per toccarne l’anima, se mai fosse stato possibile, dovevo lasciarle tempo. Il dialogo continuò pacato, come lei voleva. Nell’ascoltarmi, la vidi più distesa.
“ Hai un diario, Fabrizio? “
“ Un diario? “
“ Dove scrivi le cose che ti accadono, quelle più importanti. Per ricordarle.”
“ No, non ho un diario. Ho l’agenda, ma è un’altra cosa.“
“ Io ho sempre un mio diario…Scrivo tutto… Adesso devo proprio andare. Devo passare anche dal giardiniere per le piante… Ti lascio il mio numero di telefono, Fabrizio.”
E scrisse su un memo giallo: Francesca Di Pietro 333 2765432. Non seppi fare di meglio che tirare fuori il mio biglietto da visita: Fabrizio Lucchetti, Vice President. E pensai: Non ti farò uscire da qui come se nulla fosse, non sarò soltanto un appunto qualunque sul tuo diario. Adesso voglio capire.
Conquista orizzonti e colori
Osserva il volo alto dell’aquila. Avanti.
“ Scusi dottore, ma perché non glielo chiede direttamente? “
“ Guardi Silvana, che se ho telefonato è perché preferisco approfondire prima con lei.“
“ No, anzi. A me fa piacere. E’ il mio lavoro. Se vuole esser incoraggiato.“
“ Non è questione di essere incoraggiato.“
“ A me sembra che lei abbia fatto una buona impressione.“
“ Ma non è questo quello che vorrei sapere.“ In parte, mentivo.
“ Adesso può provare a telefonarle, magari prendete un caffè.”
“ Crede che abbia chiamato per questo? Silvana, quando una cosa m’interessa… Può interessarmi… Io cerco di capire prima cosa ho davanti.“
“ Ma questa è la parte più bella. Dovrebbe farlo da sé. Comunque, d’accordo. Cosa vuole sapere?”
“ Vorrei sapere qualcosa di più. Non di come sono andato. Di com’è lei, cosa fa? “
“ E non glielo ha chiesto? “
“ Silvana…”
“ Va bene, va bene.“
“ A me sembra che sia una donna carina e molto seria.“
“ Ok, d’accordo.“
“ La figlia l’ho vista, è dolcissima. Un amore.”
“ Questo già lo so. Già me l’ha detto.“
“ E’ un architetto che vende case. Non ha problemi di lavoro.“
“ Sì, me lo ha detto. “
“ Guardi le posso dire questo. Io già le ho procurato qualche incontro. Uomini seri, per bene. A me sembravano simpatici.“
“ Allora? “
“ Niente e poi alla fine, scappa via. Gli gira intorno, li osserva e poi scappa. Come se non le interessasse niente. Ma non glielo dica. Io la capisco. Questo non è facile.“
“ No. Non è facile.“
“ E’ uno scrigno da aprire. Io le avevo detto che ci vuole pazienza.“
“ Sì, ha ragione Silvana. Mi sembra così.”
“ E comunque guardi, se vuole ne ho altre di signore da presentarle.”
Ci ripensavo in ufficio mentre ero del tutto rilassato per una riunione con la triplice sindacale che mi aspettava. Conoscevo a memoria quella fabbrica e mi muovevo come fossi a casa mia. Potevo gestire l’incontro con una sola mano, con una parte minima di cervello. La riunione era iniziata da poco e, come chi la fa da padrone, decisi che potevo alzarmi di nuovo e allontanarmi per un quarto d’ora. Una sospensiva non si nega a nessuno. I miei collaboratori avrebbero continuato a ingaggiare il toro, a sfinirlo senza sferrare il colpo decisivo, come piquadores. Magari, avrebbero pensato che avevo bisogno di riflettere sul da farsi.
Francesca. Telefonare o mandarle un messaggio? Mi sembrava più discreto e sicuro il messaggio e ancora oggi le parole scelte, mi sembrano inadatte. Lavoro permettendo, quando posso chiamare? Rispose prima che rientrassi in riunione: Quando vuoi.
Le prime telefonate, quando il lavoro lo permetteva. Il terzo giorno cinque minuti per telefono, il quarto quindici minuti. Il primo incontro a piazza Farnese, due ore. Quella sera l’auto fece i capricci ed io fui costretto ad andarla a prendere in taxi. Una banale coincidenza, ma capii che ne era rimasta colpita, così si sentiva più sicura.
“ Bevi sempre birra, Fabrizio? “
“ Sì, da sempre. Ma non ricordo mai di essermi ubriacato.“
“ Gonfia.“
“ Sì, gonfia. Ma i piccoli vizi tengono compagnia. Anche la tua coca gonfia.“
“ Una buona ragione per finire i salatini.“ Le punte delle dita affusolate avevano cambiato sfumatura di colore e andava bene così, per quella sua parte di adolescente che lentamente veniva fuori.
Non mi era mai capitato di uscire una sera con una donna così sola da non accorgersene più. Più le parlavo nel linguaggio ordinato a lei familiare, più lei era a suo agio e si apriva. Una sensazione forte e intensa, perché da una parte eravamo due persone che appena si erano conosciute, che richiedevano situazioni e ambienti per capire. Dall’altra, mi sembrava che lei stesse lì ad ascoltarmi e a farsi ascoltare da molto tempo.
“ Quando hai detto che parti Francesca? “
“ A fine settimana, ma per qualche giorno. “
“ Conosco poco Livorno. Mi ricordo il mercato americano. Ma la conosco poco.“
“ Mi tocca andare dai miei ogni tanto. Anche per far vedere la bambina ai nonni. Ti chiamerò dal mio scoglio.“
“ Uno scoglio tutto tuo? “
“ E’ come se fosse mio. Sempre lo stesso punto. Mi metto lì e penso. Ci andavo a fumare da ragazza.“
“ Bello, se mi porti sul tuo scoglio.“
“ Sì e ti telefono.“
“ Mi piace l’idea dello scoglio e di te che stai lì…A pensare.“
“ Sì. Ma non crederti che sia sempre bello.“
“ Lo so, lo capisco. Non sempre è bello. Magari questa volta sarà meglio.“
Non rispose. E si mise a guardarmi, questa volta non con distaccata distanza, ma interrogandosi. La lasciai libera di riflettere senza farle domande. Avevo colto la sua attenzione e l’inatteso risultato non veniva tanto dalle cose che dicevo quanto nella capacità di sapermi porre nell’ascoltare e, ancora più, nel tacere. Ero certo che, poco a poco, le trasferivo la sicurezza di cui aveva bisogno.
Due Becks, due coca cola e i salatini erano finiti. Non la voglia di assaporarsi. La riaccompagnai a casa ancora in tassì, senza dire più una parola. Non ce ne era bisogno. Ci sono silenzi che riempiono, così come a volte, dialoghi che lasciano vuoti.
