Cap. 2

31 maggio 2010

Cap. 2

Esplora  i cammini secondari……Senza perderti

Non vi era quindi alcun motivo evidente per utilizzare lo strumento. Non venivo fuori da un particolare momento di stress o frustrazione e quelle che a me apparivano fastidiose situazioni di urgenza, in realtà altro non erano se non il susseguirsi di una vita veloce e comune.  Anche se la sua presenza m’interrogava, mi tentava a cercare nuove risposte, mi irrideva della mia incompletezza che lui solo riusciva a mettere a nudo.

Dopo qualche giorno, volli farlo e ancora oggi non mi chiedo il perché. Se era divenuta una sfida, veramente non avevo voglia di misurarmi con nessuno. Non era mia intenzione provocare la reazione di un qualche dio imparruccato. Se proprio era divenuta una sfida, questa era con l’assoluto del silenzio. Come un antico navigante che, conscio dei suoi limitati mezzi, va oltre e prosegue stringendosi e affidandosi al timone, solo per vedere. Ma era anche chiaro che, giunto fino a quel punto, non avrei potuto sottrarmi alle conseguenze. Quello che stavo per fare era solo il gesto riepilogativo di quello che avevo ricercato.

Non mi sono mai rimproverato di questo, era giusto così. Il rito fu compiuto prima riflettendoci a lungo e alla fine senza starci troppo a pensare. Una diversa pausa dagli impegni di ogni giorno.

Si fece prendere docilmente, senza più sollecitare sentimenti, passivo.

Vi guardai dentro per qualche secondo, da solo nel mio studio. Rivolto alla finestra, verso un punto di luce. L’occhio destro chiuso e l’altro appoggiato alla lente. Qualche attimo, forse dieci secondi, non di più. Non si vedeva niente. Solo l’ombra della palpebra che sbatteva, infastidita dal contatto con il freddo del vetro. Decisamente non si vedeva niente.

Fatto. Nessun ricordo traumatico, alcun pentimento. Non mi sembrò necessario trovare una giustificazione. Di certo l’ansia e la tensione erano state assai più intense prima che non durante. I pensieri che avevano preceduto la decisione di vedere erano stati sfidanti e intimi, rigorosi e compassionevoli, vivi e sanguigni nel loro assoluto smarrimento. Invece, il gesto in sé, il guardare, era stato troppo breve e insignificante, troppo fugace per permettere una qualsiasi ispirazione.

Lo avevo fatto e basta e potevo riprendere a lavorare come se nulla fosse, a vivere come sempre avevo fatto. Non avevo più paura del solito.

Chissà cosa succederà.  Squillerà il telefono a portarmi cattive notizie?Se non succede niente, è la dimostrazione che ho perso venti anni dietro una leggenda, ma va bene lo stesso, è stato appassionante. Mai farsi indietro, nella vita.Tanto si sa che ognuno si gioca il proprio destino con le proprie mani, altro che cannocchiale.Tutto, nelle proprie mani, senza sottrarsi.

Il lavoro continuava come sempre, meno entusiasmante di quello che volessi ma sufficientemente bene da non avere ansie ingovernabili. Anche il mio lavoro rappresentava una forte metafora. Mi occupavo di ristrutturazioni industriali, mi chiedevano di chiudere fabbriche per poi rilanciarne le attività. La globalizzazione e la competizione internazionale davano ampi spazi a questo tipo di mestiere. Per sopravvivere occorreva essere snelli sul mercato e bisognava anche capire che fosse

necessario sacrificare posti di lavoro se questo avesse assicurato prospettive per il futuro. Come se il futuro, inevitabilmente, dovesse attraversare la via dell’ignoto, del dolore fino alla catarsi.

C’era una fabbrica da chiudere in Spagna ed io speravo che potesse venirne fuori un buon affare. Avevo assoldato costosi e compiacenti avvocati di Madrid, eppure la cosa non andava perfettamente in porto. I costi per le bonifiche ambientali e per le dismissioni del personale rimanevano troppo alti, superiori a ogni previsione. Ma niente di eccezionale, nulla che non si potesse rimediare.

Marco Rivelli era un sindacalista italiano distaccato presso la Comunità Europea e come me girava tutta l’Europa. Mi avrebbe aiutato nella trattativa, mi avrebbe affiancato e fatto da tramite. Alto e grosso, un passato da siderurgico, le mani grandi,  unica parte del corpo a non essersi infiacchita. I suoi vestiti erano simili ai miei, ma a osservarli più da vicino si vedeva che erano stati acquistati in un grande magazzino. In occasioni come queste, ci ritrovavamo la sera prima in un ristorante da poco e scelto da lui, a definire i dettagli.

“ Non voglio che spenda troppi soldi per me.” Come molti altri che facevano quel lavoro, aveva l’ossessione della corruzione. Ogni occasione era buona a dimostrare la sua trasparenza, la sua intangibilità e per questo ero costretto a invitarlo in ristoranti a conduzione familiare. Per quello che mi riguardava, la decantata onestà poteva essere anche vera, anche se era noioso dover sentire sempre la stessa solfa e mangiare in posti al limite della decenza.

Poi per la verità, parlavamo fino ad un certo punto di affari e Marco dopo il secondo bicchiere di vino iniziava a ripetermi della sua vita. Le esperienze ed i  miti degli anni ‘80, la lontananza da Terni, la figlia messa non troppo bene. Qualche volta, a tratti, sorrideva come a cercare l’intimo consenso di se stesso. Ascoltavo paziente e curioso, ma raramente gli davo corda e facevo commenti, ancor più raramente parlavo di me. Non sapevo cosa dire. In effetti, non avevo molti amici e le confidenze di un sindacalista erano il massimo cui potessi aspirare.

Fra noi si era comunque creato un sodalizio esclusivo, fatto di storie intense e di battaglie su sponde avverse, tatticismi e momenti di sconforto. Ricambiai un sorriso nell’osservarlo: il ricordo di Marco, quindici anni prima, ancora in tuta e con le mani sporche di grafite, attorniato da altri operai che lo ascoltavano, era un’immagine più persistente di quella attuale. Allora, e anch’io ero più giovane, Marco m’intimoriva per la sua credibile durezza, per le sue incrollabili convinzioni.

“ E’ bene che lo facciamo noi, questo mestiere, almeno non ne approfittiamo.”

“ Sì Marco, è un lavoro come un altro.“

“ Ma non possiamo lasciare da parte quello che succede alla gente. Le conseguenze…”

“ Già ne abbiamo parlato. Noi cerchiamo di non lasciarle da parte.”

“ Ecco, non lasciamole da parte. Dobbiamo sempre pensarci.”  Concludeva con se stesso, quasi a superare il rimorso o almeno una contraddizione. Lui, che teorizzava fabbriche senza padroni e profitto. Trovavo sempre quei momenti introspettivi di Marco come un’inutile e ripetuta divagazione. Sentivo la genuinità del suo malessere ma non potevo fare a meno di notare che,  da ex operaio, esprimesse i suoi sensi di colpa diversamente da come avrei fatto io: più schematico, le parole coincidevano quasi con i pensieri, senza quella che io avrei definito una dolce e profonda ambiguità  borghese.

Erano passati tanti anni e mi ero rassegnato ai suoi momenti di autocoscienza. Quella sera, credo per combinazione, levò dalla sua borsa una piccola macchina fotografica digitale.

“ L’ ho comprata qui. Costano meno che in Italia. Posso farle una foto? Poi gliela mando.”

Assentii.

“ Cosa c’è dottore? Mi pare che non riesca mai a rilassarsi.”

Assentii ancora. “ Ma no, stavo riflettendo. Forse hai ragione. Ma va bene così, forse domani…”

“ Vedrà dottore, domani la soluzione la troveremo. Basta che non s’irrigidisca. Basta che non vorrà stravincere.”

“ Mi conosci Marco, io non voglio mai stravincere. Devo solo portare a casa il risultato.” Mi faceva bene il suo incoraggiamento.

“ Sì, il risultato. Allora sono contento. Mi fa piacere trattare con lei. Lei non imbroglia…Non imbroglia troppo.” Sorrise ancora e dovetti ammettere che anche un operaio potesse sorridere, dolcemente.

Comunque, la cena fu utile e il mattino dopo ci incontrammo per la riunione in plenaria.

Quando ero nelle sedi ufficiali, riuscivo a essere più rilassato, schermato dalla moltitudine di presenze e parole: i miei collaboratori furbi, inutilmente sadici e ancora in carriera, che proponevano a voce bassa, la mano innanzi alla bocca all’ultimo istante, cattive soluzioni di ingegno e i sindacalisti diffidenti oltre il necessario. Occorreva districarsi fra questi inutili estremismi ed estenuanti dichiarazioni di principio e Marco con la sua pazienza era utilissimo.

Ore e ore ad utilizzare un linguaggio diverso da quello che avrebbe colto la sostanza del problema: un’ altra fabbrica doveva essere chiusa, i lavoratori più anziani ma non pronti per la pensione sarebbero rimasti a casa. Avrebbero dovuto parlarne alle mogli, rivedere la loro vita e fare attento uso dei soldi della buona uscita. Certamente qualcuno di loro, avrebbe finito per sperperare tutto, incapace a rivedere la quotidianità. Per molti non sarebbe stato facile ricominciare daccapo.

E questo era discusso, come sempre accadeva in questi casi, nel luogo ove sentimento e ragione diventavano meno tangibili. Un’anonima e asettica sala con lunghe vetrate intervallate da porte antipanico, tende di plastica, piccoli tavoli bianchi riuniti fino a comporre un grande rettangolo. Le piante, impolverate ed asfittiche, ormai rassegnate al freddo dell’aria condizionata.

Nel tempo, avevo imparato che nel corso di queste riunioni occorresse tenere sotto controllo ogni dinamica, anche quelle apparentemente insignificanti e non strettamente pertinenti gli argomenti trattati. Era da questi segnali deboli che si percepiva come realmente stessero andando le cose. Il caldo di fine giugno invitava i sindacalisti meno coinvolti e generosi a fumare qualche sigaretta sulla veranda: Martinez e Aparici erano fra questi. Li seguivo con la coda dell’occhio.

“ Quel rigore non c’era. Altro che rigore, dovevano fischiargli il fallo.”

“ Ma dai, non te  lo vuoi mettere in testa. Siamo i più forti.”

Dopo l’incontro, la vita sarebbe irrimediabilmente cambiata per molti, ma questo non avrebbe impedito ai due di tornare alle loro case, come sempre. Questa volta, non sarebbe toccato a loro. Ancora avrebbero acceso il televisore in cucina fino a non ritrovarsi.

In questo modo, si finiva per decidere le sorti di uomini e produzioni. Non poteva essere diversamente. Come a far capire a tutti, che non si era in un luogo propriamente reale. La vita e i problemi concreti dovevano rimanere fuori di lì. Come al solito, le decisioni importanti venivano prese lontano da dove le conseguenze si sarebbero rivelate.

Quella volta, fortunatamente, arrivammo abbastanza presto alla soluzione. L’accordo sottoscritto era meno buono di quello che avrei voluto, ma passabile, onesto. Avevo lavorato bene. Le rappresentanze sindacali avrebbero dovuto comunicare alle assemblee dei lavoratori che di più non si poteva ottenere. Io avrei informato il Presidente, che comunque, avrebbe mostrato il suo scontento, facendo di conto su un foglio estemporaneo. Era il mio lavoro e da laico ne accettavo le croci. Qualche giorno dopo, mi arrivò la copia dell’accordo approvato dalle assemblee e, con esso, la foto scattata da Marco Rivelli.

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La tormenta ti sorprenderà……Ricorda che non sarà l’ultima

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Tornai due giorni più tardi a Roma, stanco e contento di ritrovare la famiglia. Almeno, così speravo. Come al solito, programmai il volo pomeridiano di rientro, così da poter essere a casa per cena.

Lavoro e famiglia erano in fondo due mondi che si parlavano poco fra loro. Quando ero fuori, spesso ero preoccupato da cosa potesse accadere a casa e qualche volta mi dedicavo a risolvere, via internet, i problemi di moglie e figli. Viceversa, in famiglia ero comunque interrotto da lunghe telefonate di colleghi e sindacalisti che mi costringevano a rifugiarmi nello studio, ad appartarmi dai figli rassegnati a questa abitudine. Ciascuna delle due realtà conosceva ben poco dell’altro. Il filo rosso che le univa era la sequenza dei problemi che mi si ponevano e che avrei dovuto risolvere da solo. Come se gli altri riponessero nelle mie mani la soluzione. Per quello che mi riguardava, ero più bravo a risolvere problemi che non a capirli fino in fondo.

I ragazzi erano, almeno anagraficamente, adulti. Gianni era veramente vicino alla laurea in ingegneria mentre la più piccola iniziava a prepararsi gli esami del primo anno di giurisprudenza. Forse per questo, mi sembrava che non avessero più bisogno della mia tenerezza. E comunque, di certo, non mi sentivo più in grado di offrirgliela. Una situazione ovviamente cambiata col passare degli anni, ben diversa da quando erano piccoli. Allora trovavo il tempo per sorprenderli all’uscita della scuola, aiutarli nel portare gli zainetti, godere del calore delle loro piccole mani che mi si affidavano. Ma era tutto normale, forse era il tempo a non dare tregua e a chiederci di cambiare.

Lasciai il trolley chiuso, troppo tardi per disfarlo, la cena era pronta e i ragazzi fastidiosamente vecchi e  irremovibili, nei loro orari prestabiliti. Manco avessero da lavorare. Un rientro a casa, come tanti altri. Ebbi solo il tempo di tirar fuori  dalla busta Iberia i tre regalini per moglie e figli e sistemarli sul tavolo. Li avrebbero visti dopo. Il bottino di guerra offerto. Una serata come tante, non sarebbe stato necessario ringraziarmi. Alcuna percezione di diversità.

“ Sai, papà non va mica bene l’Università.“

“ Perché dici questo, Monica. Sei all’inizio. Ti ho già spiegato che dovresti insistere. Non ti manca niente, per insistere.” Nel rispondere, ero certo che queste fossero le comuni rogne di qualsiasi padre. Se solo Monica avesse dato uno spunto, avrei potuto trasferirle uno squarcio delle mie esperienze o, almeno, qualche consiglio pratico di come andava vissuta l’università.

“ Sì, ma io non ce la faccio. Perdo tempo. Non mi interessa.”

“ Eppure stai lavorando con professori importanti, che ti possono trasmettere…”

“ No. Non mi interessa.”

“ Adesso darai i primi esami. Vedrai che ti prenderà di più.”

“ No, sono certa. Non mi dice niente.”

“ Monica, cosa vuoi fare allora? Io non posso mettermi a studiare con te. Devi decidere, cosa vuoi fare? “ Sicuramente, nelle case accanto accadeva ben di peggio.

In fondo, si trattava di una questione importante per il futuro della ragazza, ma lei me ne parlava con freddezza e distacco, così come se mi avesse raccontato di una passeggiata al centro o di un film visto. Osservavo Anna, mia moglie, che continuava a preparare in silenzio. Qualcosa doveva avere in mente, ma non disse nulla, né io avevo voglia di percepirne i pensieri. Anna voleva essere solo una vigile testimone. Quasi sicuramente, più tardi se la sarebbe presa con me. Le due donne erano vestite assai diversamente. Monica era tutta tirata, la camicia troppo stretta sul seno piccolo, una camicia che io non le avrei mai permesso di comprare, l’odore di un profumo forte e giovanile che, più volte, avevo inutilmente chiesto di non mettere prima di sedere a tavola. Era chiaro che dopo cena sarebbe uscita. Anna in una tuta da casa, con la quale magari avrebbe anche dormito. Non sembravano madre e figlia, avevano poco in comune, ma forse era tutto normale, normale così.

“ Adesso sono stanco. Non mi sembra che sia una decisione da prendere alla leggera. Domani ne riparliamo.” Aggiunsi.

“ Ma io non ci vado più a lezione.”

“ Ed allora se non vai più a lezione, qualcosa dovremo inventarci. Non puoi stare in casa a non far niente. Dovrai lavorare.” Mi lasciai sfuggire questa frase che mi sembra, ancora oggi, fosse passabile, ragionevole.

Un rumore più netto degli altri, l’anta di un mobile rinchiusa bruscamente o un piatto di portata sbattuto con fermezza, poi più niente. Non capii bene. Il silenzio, il fermare tutto, lo sciopero. Mi accorsi subito che Anna aveva abbandonato pentole e fornelli della nostra bella cucina. Aveva acceso una sigaretta e, di spalle a tutti, si era messa a fumare, guardando per strada, alla finestra. Eccola, adesso inizia.

Una lunga pausa, quasi di una sigaretta intera. Anna era stata una bella ragazza, poi il tempo l’aveva presa e segnata, ingrassata, non aveva un buon odore. Non avevo fretta ed ero stanco. Ero rassegnato a chiudere fabbriche e a gestire egualmente le controversie familiari.

“ Fabrizio, io non ce la faccio più. Voglio separarmi.“

“ Sì va bene, anche di questo parleremo domani.“ Doveva essere molto arrabbiata.

“ Non ce la faccio più. E’ tutto impossibile. Non ce la faccio più “

“ Che miseria. Sono appena tornato. E poi, cosa significa tutto impossibile?  Non hai neanche idea di cosa è l’impossibile. Lascia stare.”

No, adesso dobbiamo parlarne. Adesso ne ho bisogno.”

La cena era rovinata e mi decisi ad alzarmi.

“ Non ti amo più Fabrizio. Ci ho pensato per molto tempo. Non ce la faccio più, capisci?“

“ Capisco che sei molto arrabbiata e che domani ne parliamo. In queste condizioni è meglio lasciar perdere.” In tutte le trattative ci sono momenti in cui bisogna rispondere senza dire niente.

“ No, adesso. Adesso ne ho bisogno.”

“ Ma di cosa vuoi parlare. Lascia che Monica abbia i suoi tempi. Non drammatizzare.”

“ Non è solo Monica, è tutto.”

“ Ma tutto che? “

“ Non ce la faccio più. Voglio stare sola. Riprenditi tutto, anche i figli se vuoi, ma voglio stare sola.”

“ Va bene, ne possiamo parlare domani? “

“ Non capisci. E’ questo…Non capisci. Non ci arrivi proprio.“

Anna aveva uno strano e fastidioso modo di litigare. Iniziava a dire cose del tutto sensate, per poi ripeterle e ripeterle ancora fino a perdere il filo logico del discorso. Si rifugiava nel ricordarmi episodi lontanissimi e per me del tutto insignificanti. E se solo m’intestardivo a farla ragionare su uno di questi, a darne una diversa ricostruzione, le cose peggioravano ancora di più. Di solito, lei parlava troppo ed io troppo poco.

Quella volta, ebbi chiara la sensazione che si fosse a lungo preparata le parole, che le avesse più volte ripetute a mente, magari che le avesse confrontate con qualcun altro. Timorosa della sua confessione, sicura nel portarla avanti.

La cosa per me incredibile fu che tutto durò poco. Poteva durare poco l’epilogo di più di venti anni di matrimonio? Poteva consumarsi così rapidamente la storia di più di un terzo di esistenza? Monica si era alzata ed era tornata nella sua stanza, come se tutto fosse normale, come un pensiero inespresso. Era una partita che non le interessava o forse, anche, era una partita di cui già conosceva la fine…

I regalini Iberia lasciati sul tavolo. Non più di mezz’ora, forse un’ ora ma non di più. Dopo tantissimi anni, tutto durò pochissimo tempo. E’ anche inutile pensare a se, in quella situazione, avessi potuto fare qualcosa di diverso per generare una diversa conclusione. Chiesi ad Anna di ripensarci; due, tre, quattro volte. Piangeva Anna, ed io non distinguevo il dolore dall’abitudine a piangere per niente. Poi salutai i figli, come se già fossero preparati, ripresi il trolley ancora chiuso. Lasciai la mia casa e non ebbi tempo di prendere nient’altro di mio. Non un libro, non una foto, nessuna delle cose a me care. Senza clamore e senza sbattere la porta, mi ritrovai fuori, dall’altra parte. Nessuno mi chiamò indietro. Rapido esercizio di decision making, pensai.

Frastornato ma anche con le chiavi di un nuovo mondo in mano.

Tutto troppo velocemente. Mi riscoprii come un’ora prima, con la valigia in macchina. L’attenzione continua al cellulare: Dopo quando tempo mi avrebbe richiamato, sempre piangendo e dicendomi che era stanca? Solo stanca?

Non avevo alcuna nostalgia e tanto meno per Anna, non sentivo più bisogno di parlare e di spiegare e soprattutto non avevo sensi di colpa.

Nel frattempo avrei dovuto decidere di cosa fare per quella notte, una situazione che non mi era mai capitata prima. Avrei potuto chiedere accoglienza a qualche amica, ne avevo qualcuna. Sarei potuto andare in un albergo, ero abituato a vivere negli alberghi. Decisi di dormire in auto, mi sembrò il modo più idoneo per rimanere meno solo. Scelsi un posto illuminato così da non rischiare troppo, in un viale dell’Eur, accanto all’Enterprise International Company. Almeno l’indomani avrei saputo dove lavarmi e mi sarei trovato già al lavoro. Il freddo e lo scomodo della macchina, per una notte di fine giugno, mi sembravano ovvie conseguenze da accettare.

C’entrava qualcosa il cannocchiale?

No che non c’entra, i problemi sono altri e più antichi.

Così all’improvviso? Possibile che non ti sia accorto di niente?

Prenditela con te stesso.

Riflettevo e dormii male. Quella notte nessuno mi telefonò. Non mi telefonò Anna e non mi telefonò Francesca.

Ancora non conoscevo Francesca, e quindi era ovvio che quella sera non avrebbe potuto telefonare. Era evidente che quella sera stesse ancora facendo la sua vita, del tutto inconsapevole …La sua casa, le sue abitudini, i suoi amici… Cosa stava facendo ? Telefonava alla vecchia madre? Ascoltava Springsteein o Veloso? Parlava con un’amica? Nascondeva a se stessa i marron glacés per paura di ingrassare?  Quale quotidianità? Quali intimi pensieri? Non potevo saperlo. Conserva per me un fascino del tutto particolare il pensare alle persone prima, a cosa erano prima di incrociarne la vita, di entrare nella mia esistenza. Sono queste riflessioni a darmi la conferma della casualità di quanto può accadere, tutto da un momento all’altro.

La notte era da poco passata ed entrai in azienda più presto del solito, inutile rimanere ancora in auto. Il bagno ripulito e profumato, come si conveniva nelle prime ore del mattino.

Che cosa avrei fatto? Cosa si dice alla segretaria, in casi come questi? Non avevo grande esperienza, in merito.

Furono i miei figli a telefonarmi più tardi…..“ Come stai, papà? “

“ Non c’è male, sono al lavoro.”

“ Ma cosa è successo? “

“ Lo hai visto cosa è successo. Niente, non lo so. Lo sai come è fatta mamma.”

“ Anche tu, però. Non aspettavi altro.”

“ No, non è vero.”

“ E adesso che vuoi fare? “

“ Ho bisogno di una casa. Di un posto per questa sera. Ma non so come cercarlo. Non ho neanche il tempo.”

“ Vediamo noi allora, pà.”

“ Ecco sì, va bene. Ma non farmi spendere una cifra. Tanto è un fatto momentaneo. Devi vedere fra le case arredate. A proposito, mi porti un po’ di cambio? Basta che tu apra il guardaroba. Qualche vestito, calzini, camicie.”

“Certo.”

“Ah, Monica. Le cravatte, le cravatte. Portamele tutte. Vuoi segnartele queste cose? ”

Giobbe non vede ...

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