Cap. 3

31 maggio 2010

Cap  3

E dopo, lidi momentanei, rifugi sconosciuti.  Ne respirerai l ‘essenza, per la prima volta.

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Fino a quel momento, non sapevo neanche dove fosse via Alessandria. Alle spalle della Nomentana, la strada era fatta di grandi palazzi d’inizio novecento, a metà fra il discreto borghese e il popolare. Tutte le facciate erano tenute in ordine mentre gli interni delle corti lasciavano a desiderare. Era centrale e subito pensai che di sera, nel peggiore dei casi, ci sarebbero stati ristorantini dove arrangiarmi. Il mercato rionale, dalle grandi e alte vetrate era più adatto alle famiglie, l’avrei evitato. Lì vicino, un silos a cinque piani per le auto, mi tornava comodo. Tanta gente fino a notte, non sarebbe stato impossibile scambiare quattro chiacchiere, forse di più.

“ Quanto tempo pensa di fermarsi?La padrona di casa, triste e sui quaranta, con gli occhi neri resi ancora più profondi dal rimmel marcato, non sembrava avesse fatto mai altro nella vita. Si era presentata con le buste della spesa, così come se per lei, affittare stanze, fosse la cosa più normale del mondo.

“ Ecco, questa è la lista di tutto quello che c’è in casa. Se vuole, può controllare. Guardi, le raccomando questo rubinetto, vede? Non gira fino in fondo. Conviene non stringerlo troppo.”

Una casa da manuale per un uomo solo. Mobili comprati da Ikea, stoviglie a fiori prese al mercato. Il cassetto delle posate andava ripulito, usciva immancabilmente dalle guide, stridendo. Sei forchette, sei coltelli, sei di ogni cosa. L’apribottiglie e un paio di portacenere con la pubblicità di un supermercato. Un’insopportabile tovaglia di plastica colorata sul tavolo di cucina.

“ Per favore, si ricordi sempre di spegnere bene le sigarette… Sa, non ci vuole niente a bruciare qualcosa…Adesso leggiamo i contatori… Questa è una seconda chiave di casa, magari le può servire. Non si sa mai…”

Sulle prime la presi a male. Guarda dove sono capitato. La lavatrice esterna e in comune sul pianerottolo. Le ringhiere arrugginite, il condizionatore rumoroso. La stanza sarebbe stata più adatta a uno studente fuori sede o a dei turisti di passaggio. Niente a che fare con i residence che occasionalmente utilizzavo per le trasferte più lunghe. Comunque, tutto sommato, poteva andare. Sarebbe bastato che avessi messo in ordine le mie cose. Le cravatte. I documenti di lavoro sarebbero dovuti rimanere sul tavolo di cucina. I trenta metri quadrati erano insufficienti a contenermi. Ma questo era.

Per fortuna che avevo molto da fare. Controllai l’agendina per averne conferma. Obiettivi e ingaggi già fissati da tempo, troppi gli impegni del lavoro e questo mi avrebbe preso la testa. Forse ce l’avrei fatta, in qualche modo ce l’avrei fatta. Altalenante con il malessere, l’intima curiosità per quello che mi aspettava e a cui non avrei dato peso un giorno prima. Iniziavo ad avere chiara la sensazione che quella lite con Anna, imprevista e irragionevole, non era stata come tutte le altre. Poteva presagire una diversa vita. Il tutto, in trenta metri quadrati, troppo esigui per i miei pensieri.

Però, la nuova casa affacciava su uno straordinario balcone all’interno di un grande cortile. Era una casa da ballatoio e questo le conferiva fascino. I gatti passeggiavano indisturbati sui terrazzi più sotto, in una diversa percezione del tempo. La vecchia vicina in vestaglia, due porte più avanti, mi salutava sorridente. Lei,  non si era mai mossa da lì. Quanti come me, ne aveva visti passare?  Forse avrebbe potuto stirarmi le camicie.

Non avevo un salotto per sedermi a riflettere e quindi prendevo una sedia, mettendomi fuori sul ballatoio, a pianificare, rincuorato dal sole. Confuso dal dovermi organizzare da solo, preoccupato perché non sarebbe stato facile continuare tutto come prima senza il punto fermo della famiglia e di una casa più o meno ordinata.  Per quanto mi riguardava, non avrei mai pensato che Anna potesse arrivare a una simile conclusione, mai lasciata intravedere, mai presagita. Eppure, il fatto non mi portava rabbia e dolore. Non un ricordo che m’intenerisse. Forse, lei aveva trovato il coraggio di fare quello che io non avrei mai fatto. Era troppo presto per avere le idee chiare su quello che era successo.

Di certo, avevo fatto del mio meglio. Sempre disponibile, attento.

Non aveva di che lamentarsi…Poteva pensarci meglio, almeno per i figli…

Quanti soldi ad Anna?

I ragazzi sono grandi, forse posso dare direttamente a loro.

I miei libri, dove li metto?

Che abbia un amante? Un altro uomo?

Neppure la gelosia mi eccitava. Sapevo che ogni vita può cambiare rotta in un momento, ma perfino a me sembrava che fossi già costretto a troppi bruschi mutamenti. Troppi o pochi che fossero, non riuscivo a guardare molto oltre, non potevo sapere quello che mi aspettava.

E comunque, giusto per assecondare quel ritmo veloce, mi venne in mente di preparami all’incontro del lunedì successivo. Riflettevo su una proposta di lavoro ricevuta molti mesi prima, a lungo vagliata e per la quale alla fine avevo accettato un incontro. Per caso, mi capitava proprio in un momento, già di per sé, di cambiamento. Trenta giugno. A maggior ragione, poteva essere una soluzione prendere un nuovo incarico a Palermo. Se fosse andato bene, avrei potuto combinare il nuovo lavoro a una nuova vita.

Quando il gioco non va, si cambia.

Era difficile, abbastanza difficile. Un posto a me sconosciuto.

Gli odori dei fiori e dei mercati del pesce. Il mare invernale di Mondello, le case deturpate, la cultura del non dire.

Poteva essere una soluzione.

Controllai che il vestito chiaro fosse in piega.

Riprenderai il viaggio forte e dubbioso

Nuove vesti per nuove occasioni

Il primo incontro per un nuovo lavoro è un po’ come il primo incontro con una nuova donna. Ti prepari con cura e cerchi di immaginare le prime domande e di preparare le prime risposte, così da colpire fino in fondo. Al di là delle buone maniere e dei sorrisi di occasione, si capisce subito se le parole sono spese già per congedarti o perché vi è un  interesse, tenuto ovviamente ancora nascosto.

Quando tutto è sconosciuto e si muovono i primi passi in una diversa dimensione che potrebbe poi accoglierti, c’è il rischio di cadere nella tentazione di presentarsi meglio di ciò che si è realmente, di voler fare bella figura a tutti i costi, fino a convincersi che sia questa la strada che possa assicurare una vita diversa. Di questa naturale tentazione ero abbastanza cosciente per lasciarmi troppo andare.

Giacomo Terzi non mi aveva fatto aspettare oltre tempo. E tutte le ritualità dell’occasione erano state rispettate. Una segretaria carina e dall’aria furbetta mi fece strada fino al suo ufficio ed anche Terzi era troppo navigato per lasciarsi andare ai convenevoli. Il vestito scuro che portava era più adatto a una cerimonia che non alla vita di routine aziendale ma, evidentemente, Terzi entrava e usciva dal suo studio per incontrare gente veramente importante. Aveva superato bene i settant’anni ed era chiaro che non avesse rinunciato alla sua vita privata, mondana, sportiva. Alto, abbronzato, dagli occhi chiari, era ancora un bell’uomo e non faceva niente per nasconderlo.

“ Lucchetti, è vero? Ma mi pare che da qualche parte già ci siamo incontrati…Forse in qualche seminario… E perché vorrebbe andare a Palermo, lei ha sempre lavorato in giro per l’Europa… Sto leggendo… La Coruna, Augsburg. Com’è Augsburg? Si lavora bene con i tedeschi?…  Lo sa quello che c’è da fare a Palermo? Ci sono seimila operai e a me ne servono la metà. E siamo a Palermo, non in Germania. Non è facile.”

D’accordo, non era facile. Ma soprattutto non avevo nessuna ragione plausibile per volere andare a Palermo. L’unico vantaggio certo sarebbe stato che avrei potuto eliminare dal mio abbigliamento i pesanti cappotti con cui giravo in Europa. Non era poco.

Rispondevo tranquillo e razionale ed anche con la dovuta dose di cuore. Ragione e cuore dovevano essere miscelati nelle giuste dosi. Non mi mancavano le parole per presentarmi nel modo più convincente. Se tutto fosse andato per il verso giusto, alla fine Giacomo Terzi mi avrebbe corteggiato per non perdermi. Sapevo che potevo farcela, che poteva succedere.

“ E’ sposato dottor Lucchetti? ”

“ Sì e ho due figli grandi.” In fondo era ancora così, era vero. Ero del tutto sposato.

“ Pensa di portare la famiglia? ”

“ No, almeno non subito. Vorrei prima ambientarmi. Non voglio avere altre distrazioni.”

“ Ma la famiglia serve, soprattutto quando gli impegni sono difficili.” Una buona dose di perbenismo borghese poteva starci, in un incontro di questo tipo. Faceva parte delle regole di un colloquio di questo genere, dire cose ovvie e scontate, per poi valutare la risposta del candidato,  una risposta concreta e possibilmente anche originale.

“ Guardi che a cinquanta anni la famiglia è essenziale ma è altrettanto importante non perdere le occasioni…” Non chiarii di quali occasioni si trattasse e mi vergognai subito dell’ ambiguo maschilismo lasciato intravedere. Ma sapevo che funzionava bene:  un manager che “protegge”  la sua famiglia ed  ancora curioso da non sottrarsi a nuove occasioni. Poteva andare.

“ Palermo non è una città facile… Dovrà stare attento alle nuove occasioni… “. E il vecchio padrone sorrise compiaciuto.

Erano le cose lasciate intendere senza enfasi a creare la maggiore complicità, a colpire di più. Si alzò dalla sedia permettendomi di osservarlo a fondo. In piedi, sembrava ancora più alto e magro ed era ancora più evidente che dedicasse  attenzione alla sua persona. Le mani lunghe e curate, il vestito di grande qualità, si mostrava come in vetrina per comprovarmi come era riuscito a creare dal niente un impero industriale. Mi chiesi da quanto tempo non avesse visto un suo operaio da vicino, se ne avesse mai toccato uno. A suo modo, marcava il suo territorio come a ricordarmi: Ecco, vedi tutto questo è mio e se mai verrai da me, non dovrai dimenticarlo.

Uscii soddisfatto per l’incontro ben giocato. L’entusiasmo forzatamente contenuto di Terzi ne dava conferma. Mi accompagnò personalmente alla porta e questo significava molto.

Alle undici di mattina via Nazionale era come al solito trafficata. Un po’ di tutto, turisti, uomini di affari, donne con pacchetti, il venditore di lotterie all’angolo. Mi decisi a telefonare ad Anna, ma non rispose. Meglio così, la cosa non mi prendeva più di tanto.

A questo punto avevo ancora un po’ di tempo e mi dilungavo nell’osservare vetrine e persone. Vagavo alla ricerca di una strada. Come quando, con gli occhi e forse con qualcos’altro di più profondo, cerchi fra gli indizi apparentemente neutri, un segno. I dettagli. Fu così, che rimasi catturato, facile preda, da una discreta insegna blu, i caratteri oro e un cuore trafitto da una freccia disegnata.  “ Silvana Conti, agenzia matrimoniale. II° piano “.

Quando penso alla rapidità con cui sono andato incontro alle cose della vita, mi sorprendo ancora. Forse avrei dovuto correre meno e aspettare.

Agenzia matrimoniale.

Cos’è un’agenzia matrimoniale?

Quale business?

Ma chi ci va ?

Deve essere l’ultima spiaggia per vecchi arrapati.

E se qualcuno mi vede? Ero già arrivato alla seconda rampa di scala, per fortuna non c’era portiere.

Fu proprio Silvana ad aprirmi la porta. In carne e sotto i sessanta, più nonna che maitresse, molto distinta. L’abito grigio discreto e quasi monacale, il sorriso sereno, accogliente e confortevole per eventuali clienti in crisi, marcato da un rossetto fuori moda.  Sicuramente, sapeva il fatto suo. Come me, conosceva bene il  mestiere di parlare e soprattutto di ascoltare. Qualche mobile di buon gusto, uno scrittoio di classe e una collezione di vecchie macchine da scrivere Remington mi potevano convincere che quello era un posto come si deve.

“ Ecco, io non so cosa fate.”

“ Cosa facciamo dottor Lucchetti? “

“ Non ho proprio idea. Ho letto per caso l’insegna.“

“ Cerchiamo di dare un servizio, dottor Lucchetti. Cerchiamo di capire la gente. Di cosa ha bisogno.”

“ Così, su commissione? “

“ Lei sa che Roma è piena di donne ed uomini soli che non si incontrano. Che non riescono a vedersi. Non tutti ci riescono da soli. Di solito, hanno troppo poco tempo. Ma lei, dottore, cosa è? Separato? Divorziato? Ha figli? “ Non aveva proprio preso in considerazione che potessi essere un uomo senza moglie e figli, libero da sempre.

“ Separato. Separato da tre anni “ Mi sembrò la bugia più logica. Non avrei potuto dire separato da quattro giorni, anzi nemmeno separato, solo cacciato.

“ Tre anni ne avrà avute di occasioni.”

“ Certo, ma le ripeto. Sono salito per curiosità. Per caso.”

“ Tutto è sempre un po’ per caso e un po’ perché lo vogliamo. Non crede? “

“ Sì, di solito è così. Può essere.”

“ Vede, noi selezioniamo solo clientela di un certo tipo. Persone che vogliono una mano seriamente, non per avventure.”  Non era un rimprovero a me, era solo una presentazione commerciale e per questo annuii. A chi erano appartenute quelle macchine da scrivere? Quali storie avevano riportato? Un tempo scrivere una storia senza computer doveva essere complicato, le correzioni a mano…Mi ero distratto. Mi trovavo bene in quel posto dove la casualità veniva in qualche modo ad essere forzata.

“ Potrei avere la signora adatta a lei. Forse potrei averla. E’ carina, una professionista veramente carina. Una storia dolce e complicata perché ha perso il marito. Ci sarebbe molto da lavorare. Ha una figlia piccola che è un amore. Lei ci sa fare con i bambini? Le piacciono? Ha pazienza? “

“ Sì signora, non ho problemi. Ma non è che abbia già deciso…E poi scusi, quanto costerebbe tutto questo ? “

“ Ah, non le ho detto che è brasiliana. Quasi brasiliana, la madre è brasiliana. “

“ Brasiliana, eh? “ Non potei fare a meno di immaginare sconosciute e sensuali forme di danza. La samba sincopata, la pelle scura. Perchè no?

“ Guardi, io adesso gliela chiamo. Provo a telefonarle. Vediamo se la trovo. Potremmo essere fortunati. Poi ci mettiamo d’accordo.”

Giobbe non vede ...

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