Cap. 5

31 maggio 2010

Cap   5

La pienezza stordirà…sino a farti perdere….

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Il vecchio ristorante a Otricoli, utilizzato per incontri di lavoro, riservati e clandestini con i vertici di controparte sindacale. Poteva andare bene anche per Francesca. Riuscii a farmi riservare il tavolo nel cortile interno, protetto dal porticato medievale. Un tavolo rotondo dalla tovaglia lavorata e candida, i bicchieri a calice lungo, molto spazio intorno che ci avrebbe permesso di parlare a voce normale, in una sera di luglio. La fiamma delle candele tutte intorno al patio era piegata da un dolce e continuo vento estivo, non c’era quasi nessuno e poteva sembrare di essere in una villa padronale. Lardo di colonnata e spaghetti con bottarga.

L’abitino estivo corto e nero rendeva giustizia alle sue gambe. La profonda scollatura permetteva alle mie mani di toccarle le spalle per la prima volta, fino a percepirne pienamente il respiro accelerato e non più nascosto.

Era chiaro che ci cercassimo, mai appagati, con insaziabile curiosità e percezioni sempre più forti.

Strano che io, attento collezionista dei dettagli, non ne ricordi molti. Come se quegli incontri fossero troppo veloci per ricordarne le parole, ebbro della presenza. Mi bastava la presenza.

Gli argomenti non mancavano, prima proposti per farsi conoscere e dopo poco donati per farsi condividere e sostenere. Era lei a prendere l’iniziativa ed io a prenderla per mano e guidarla. Ero sicuro che stessi per ridarle vita, toccava a me restituire alla vita quel corpo indecifrabile,  triste e sensuale.

I suoi occhi piccoli non sapevano esprimere direttamente i pensieri, nascondendoli dietro comportamenti quotidiani. Le parole,  scelte inspiegabilmente fino a dare all’altro la possibilità di prenderle ed arrampicarsi  in cielo. La cosa veniva fuori naturalmente, senza calcolo. Ci riscoprivamo felici e prigionieri.

“ Adesso devo andare, Fabrizio. Come al solito abbiamo fatto tardi. Uffi, già mi manchi.“ Nessuno mi aveva mai detto uffi, già mi manchi, con tanta nuda e indifesa semplicità.

Damian Tudzharov interpretava Schumann a villa Ruffolo. Ravello, indovinato paradiso per la nascita. La guardavo senza che lei potesse sentirsi osservata. Non aveva bisogno di altro. Si era affidata a me. Guardava il pianista, distesa e sicura. Stringeva forte le mani sulla borsa nera, perché la sentiva sua, possedendola come la vita. La osservavo ad assaporare se stessa, senza  più corazze. Stava a casa sua, aveva trovato la sua nuova cuccia. Intorno, sembrava che tutto il mondo non avesse dolore. E questa nuova condizione le permetteva di ritornare al passato con più dolce accettazione. Stava per ritrovare il filo della sua vita.

“ Dopo che è morto, mi sembrava di impazzire. E non potevo neppure farlo, per la bambina. Ricordo bene solo la sua mano, che cambiava di colore. Non potrò mai dimenticarla.“

Potevo solo ascoltare.

“ Qualche mese fa sono uscita di casa senza cappotto. Non me ne sono accorta. Faceva freddo e sono arrivata fino a Piazza Buenos Aires. Penso che mi sia messa a correre. Ho visto un negozio e sono entrata e ho comprato un cappotto. Senza neanche chiedere di misurarlo prima.“

“ Magari ti stava anche bene.“

“ Boh, chissà.. Ma non voglio più buttarlo via.“

La testa e i suoi capelli mi premevano sul petto e sentivo il senso delle parole arrivarmi fino a dentro. Il suo odore e la pressione su di me mi tenevano tranquillo e capace di sopportare quel sofferto ascolto.

“ Alla fine è stato tremendo. Lui non aveva la forza di muoversi e si sforzava di farlo per me e per la bambina. Il giro dei medici. Non l’ho mai lasciato solo. E poi, non aveva voglia di parlare. Voleva continuare a fare le cose che non poteva più fare e si incazzava. Con me. Non l’ho mai lasciato solo.“

“ Se non ti rispondo, è perché credo sia la cosa più giusta.”

“ Io non credevo che si potesse soffrire tanto. “

“ Sì, ma forse alla sofferenza non c’è limite.“

“  Ma adesso va meglio. Adesso sto bene. Stiamo bene, è vero? “

Dovevo solo continuare a darle cura.

“ Hai sonno Fabrizio? Sei stanco? “

“ Sì, un po’ sono stanco.“

“ Adesso andiamo a dormire.“

Furono le prime costruzioni fatte con la prima persona plurale, noi. Andiamo a dormire, cosa facciamo, possiamo andarci, che gli diciamo, e così via. Sentivo che erano costruzioni importanti e non di maniera. Noi stiamo bene.

A Ravello scoprii che l’amore si può fare con le luci accese, soffuse. Incuranti delle imperfezioni dell’età.

“ Insegnami tutto quello che sai .“ Mi chiedeva, ma era poi lei a condurmi in sconosciute fantasie, in uniche complicità, quelle che fino ad allora non avevo osato pensare e chiedere. La cognizione del tempo del tutto persa, annichilita. Il suo corpo, come di un cigno dal collo lungo e sinuoso, mi richiamava a ogni esplorazione, permettendomi di adagiarmi in ogni angolo.

Niente che non fosse infantile ricerca, spontanea e senza limiti. Ci osservavamo a lungo in un grande specchio, che faticava a contenere la nostra gioia. La forma dei corpi uniti mutava attimo dopo attimo in un unico pensiero.

Ogni notte era come la prima notte, di più.

E la strada ti chiederà nuove sfide

Che voglioso e insolente coglierai

Ordinavo le carte nel mio studio, scegliendo quelle che avrei potuto portare via, a Palermo. Il portacenere, la medaglia del liceo, le foto dei ragazzi.

Nel fondo del cassetto, il panno rosso che non ebbi il coraggio di rivoltare. Quale senso conservava? Le cose stavano prendendo una piega piena di luce e non avevo voglia di forzare ancora la mano. Un nuovo lavoro, una nuova donna ma soprattutto la nuova condizione di vita potevano bastarmi. Volevo godermi le mie conquiste ricercate e fortuite. E comunque, non davo troppo peso al fatto che tutto quello che andavo costruendo procedeva, in un certo qual modo, a strappi e per tappe quasi forzate. Non mi sono mai rimproverato della mia capacità a resettarmi velocemente, a tutti costi, senza troppa gratitudine per il passato.

I figli ad esempio. Gianni e Monica. Potevo farmi ragione del fatto che Anna non rappresentasse motivo di ricordi e neppure di rabbia. Potevo dare una spiegazione a questo. Ma mi chiedevo se fosse giusto lasciare i ragazzi in balia di loro se stessi, in una situazione troppo nuova e diversa per andare a Palermo… A fare cosa? Perché?

Non potevo fermarmi. Dovevo andare.

Tenni per qualche istante il panno e il suo contenuto nelle mani, prima di riporlo fra le cose che avrei portato con me. Ne toccai con le dita i rilievi freddi e le forme irregolari ma non rigirai il panno. E l’oggetto si fece docilmente riporre nella cassa, senza rivolgermi una parola, per quanto mi sentissi a lungo osservato. Non era ancora il momento.

Con Francesca riuscivo apertamente a parlare del lavoro. Non lo avevo mai fatto  prima. Era stata lei a iniziare, dicendomi di quello che faceva, degli entusiasmi, delle preoccupazioni. E questo mi contagiò facilmente. Sembrava più il confronto di due giovani neolaureati che dovessero affrontare le prime esperienze di lavoro che non il riporto di due professionisti navigati. Qualche volta, nel lasciarla per un appuntamento, mi accompagnava fino alla porta porgendomi la borsa Piquadro, come la spada per un cavaliere.

Amore e potere. Le avevo sempre pensate come due parole divergenti, contrastanti. La prima, evanescente, impalpabile, omnicomprensiva e quasi virtuale. Il potere invece, tangibile e terreno, misurabile e orientato sulle circostanze. Mi pareva difficile che allo stesso uomo fosse dato il duplice dono. Anche perché l’amore esigeva quasi il perdersi nell’assoluto e il potere richiedeva il concentrarsi su ogni minimo dettaglio. Per Francesca erano due parole importanti. Non era una rozza e banale arrivista, ma per lei rimanevano due parole importanti.

“ …Mi è sempre piaciuto… A Livorno, scoprii per caso una piccolissima casa sul Serchio, che si vendeva. Tutta a pezzi, era quasi impossibile rimetterla a posto. Aveva una piccola veranda ed era senza pavimenti. La davano via a poco. E decisi di prenderla, doveva essere mia.“

“ E i soldi? Li avevi? “

“ Ricordo il fiume che scorreva di inverno…freddo e sporco…ma era bello.”

“ Sì, ma i soldi? Li avevi? ”

“ No, naturalmente. Ero ancora all’università. Chiesi a mio padre di garantire per me. E mi cercai un lavoretto di grafica per pagare…Con gli amici iniziammo a mettere tutto a posto… Trovai un vecchio operaio pensionato che lavorava a poco…Fino a quando non fu pronta. E in due anni sono riuscita a rivenderla, guadagnandoci abbastanza e comprandone un’altra un po’ più grande. Ecco come ho iniziato.“

“ Brava, il mio scricciolo.“

“ Mi piace immaginare come le case possano trasformarsi…Mi piace vederle prendere la mia forma.”

“ Francesca.”

“ Eh.”

“ Adesso mi devi rispondere.”

“ Cosa? “

“ Hai capito bene, Francesca? Palermo.“

“ Certo che ho capito. Palermo.“

“ E tu cosa vuoi che faccia? “

“ Devi decidere tu.“

“ Certo che devo decidere io, ma non vorrei farlo da solo.“

“ Ci vedremo meno. Ma non mi importa. Sono abituata a queste situazioni. Va bene.”

“ Comunque ci sono gli aerei. Almeno tutti i venerdì sarò qui.“

“ Tu non mi lasci, vero? “

“ Sei pazza.”

“ Se mi lasci, vengo lì e ti ammazzo.“

“ Sei pazza. Allora, sono importante.“

“ Mi piace Palermo. La conosco bene. Ho sempre pensato che se non fosse Roma potrebbe essere Palermo. La conosco bene.“

“ Meglio di me, sicuramente.“

“ Ti porterò sulle Madonìe. Da ragazza ci andavo con i miei. Mi arrampicavo sugli alberi e mi graffiavo tutta.“

“ Non aspettarti che salga sugli alberi.“

“ Sono contenta che hai un lavoro importante. Hai bisogno di una valigia nuova.“

In tasca, un piccolo disegno fatto all’ultimo minuto con scritto: Buona fortuna, vai e lavora bene. Io ci sono. Ti aspetto. Preparato e affidatomi all’ultimo istante, sotto la porta di casa, io in giacca e cravatta, lei in camicia da notte, superbamente bella nell’aria ancora assonnata e con gli odori della notte ancora indosso. Quando partii, sicuramente riuscì a piangere, stava bene.

La lasciai nella sua casa di Piazza Verbano che dovevano essere le cinque di mattina del primo settembre. Quello che mi è rimasto sono i colori e il silenzio del curatissimo giardino condominiale, il lungo viale che separava dalla strada, dove mi aspettava un taxi. Tutto in silenzio lungo i miei passi. Dalle finestre non una luce accesa, non una voce. Il mondo dormiva mentre partivo.

Il palazzo era abitato in buona parte da vecchi pensionati sempre imbronciati e tutto si sarebbe svegliato più tardi, alle nove, alle dieci. Una quiete inutile e dolce che si ripeteva nei giorni, uno dopo l’altro. Un risveglio come tanti, pigro, malinconico, rassegnato e presuntuoso, gesti di routine come il vedere la posta e il fare un po’ di spesa su via Nemorense.

Io non ci sarei stato. Ad ogni modo, mi allontanavo da un ventre materno e fedele, nel quale sarei potuto tornare tante volte. Per una volta tanto, quel senso d’ordine borghese e ovattato non mi portava fastidio.  Roma era ormai alle mie spalle. Mai avevo lasciato qualcosa con tanta sicurezza del ritorno.

Il primo atterraggio a Punta Raisi.

Ce ne sarebbero stati tanti altri, ma ricordo il primo. Le montagne subito a ridosso della costa. Le case basse, colorate e disomogenee fra le scogliere, ciascuna con un grande serbatoio dell’acqua sul tetto. Colori tenui ed eternamente estivi, celeste chiaro, giallo chiaro, verde chiaro. Anche il mare diveniva man mano più trasparente fino a lasciarsi vedere nel fondo.

L’aeroporto rifatto da poco, rimaneva luogo di provincia. I siciliani, vestiti senza pretese, ad aspettare i parenti che tornavano due volte l’anno. L’autista mi venne incontro, come si conviene.

“ Venga dottore, mi dia la valigia.“

“ No grazie, non si preoccupi, faccio io.“ Non gli avrei mai lasciato la valigia nuova.

Sulla superstrada che da Punta Raisi portava in città, passando da Cinisi e da Mondello, tutto appariva come infantile scoperta. La terra arsa, il sole limpido, la pelle umida dell’autista. Oltre i colori che effettivamente vedevo dall’auto, percepivo un mondo nuovo che si muoveva.

“ Quello è il punto da dove hanno ucciso Falcone. Da lì hanno fatto saltare tutto.“

“ Quanto manca, Emanuele? “

“ Ancora un poco, dottore. Qui c’è sempre traffico. Ma io conosco le strade giuste. Una mezz’ora.”

Potevo fare una telefonata.

“ Ehi, scricciolo…Sono arrivato… Come stai ?…Così, così…Lo sai…Anche tu mi manchi…Però è tutto nuovo e bello…Ce la giochiamo tutta questa partita…Sì, se ci sei tu.”

Giobbe non vede ...

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