Cap. 6
Cap 6
*
*
Cosa vorrà dirti il viandante ?….Quale il senso oltre le parole?
L’incarico iniziò nel migliore nei modi. Il mio arrivo, atteso da tutti. Middle management e operai aspettavano con ansia e diffidenza il nuovo capo e sapevo bene come muovermi in situazioni di questo genere. La stampa locale, imbeccata dai sindacati, aveva concesso qualche rigo d’informazione al cambio di vertice societario: Fabrizio Lucchetti, cinquant’anni, una laurea in economia a Pisa e da oltre venti anni esperto in lean organization. Prima di arrivare a Palermo è riuscito in progetti di ristrutturazione in tutta Europa. Chi l’ha conosciuto lo descrive come un manager immediato e deciso, per nulla impressionabile dai condizionamenti esterni, dotato di una certa sensibilità per le storie umane. Ma qui si parla di tremila posti di lavoro e come potrà pervenire a quest’obiettivo senza creare traumi, lascia tutti molto preoccupati.
Ripiegai in fretta il giornale. L’ufficio era grande, spazioso come sarebbe convenuto alla burocrazia borbonica più che a una multinazionale. Molte piante, tutte mal curate. La nuova segretaria efficiente e servile, per quanto non lo richiedessi. I più, accondiscendenti e immobili.
Riuscivo ad assaporare fino in fondo la gioia di quella nuova situazione. Sarei stato io a definirla, a determinarla. Avevo il tempo per programmare le azioni, concretizzarle, correggerle se fosse stato necessario. Tutto era nelle mie mani. Ed anche la certezza che tutto non potesse essermi noto a priori, rinforzava il mio entusiasmo. Come tutti i primi attori, in quei primi momenti ero più interessato a farmi conoscere che non a capire. Il senso della misura avrebbe comunque celato il narcisismo.
La prima cosa da fare era il trovare il giusto modo per farmi annusare. Avrei avuto tempo per capire meglio vocazioni e resistenze di chi lavorava con me, ma quello che andava fatto subito era il concedere loro una più esatta prima percezione di come mi sarei mosso. Per esperienza, sapevo che andavano evitati proclami e dichiarazioni di principio. Gli incontri individuali avrebbero dato ai miei interlocutori la possibilità di toccarmi meglio, ma scelsi di organizzare subito qualche meeting più numeroso con i miei supervisori, perché sarebbe stato lì che avrei dovuto dare dimostrazione di chi e come avrebbe deciso per tutti.
Arrivavano puntuali, con qualche minuto di anticipo, alle prime riunioni convocate. Tutti diligentemente con blocco e penna, solerti nel prendere appunti. I più pignoli portavano qualche documento che non avremmo avuto tempo di leggere.
Parisi era una bella signora, sui trentacinque, bionda e con gli occhi chiari di gatto. Cercava posto quanto più vicino a me e cadenzava le mie parole assentendo col capo. La cosa non mi rassicurava, né davo troppa importanza alle belle gambe che mi lasciava osservare. Angelo Cultrada era giovane e bello, il fisico possente e il Rolex da tennista, un master preso in America e di cui tutti parlavano. Corteggiato e amato da tutte, si diceva che avesse una giovane fidanzata bella più di lui. Ma nessuno l’aveva mai vista. Fra qualche anno avrebbe di sicuro assunto maggiori responsabilità, magari a Roma o magari il mio posto. Giuseppe Affini aveva la mia età, l’aria afflitta da eterno secondo, conosceva di quella fabbrica ogni segreto più di ogni altro, ma continuava a perdere la vita nei particolari insignificanti. Sicuramente fa male all’amore, pensai la prima volta che gli strinsi la mano. L’unica decisione che evidentemente aveva preso, era stata quella di non rinnovare il suo guardaroba a ogni cambio di vertice. Con molta buona volontà, avrei potuto tollerare i suoi vestiti, ma non le sue cravatte, dozzinali, a fasce larghe e di terital.
Comprimari che avrebbero dovuto svolgere il loro compito per poi sparire di scena. Ricordai le parole di Terzi, qualche settimana prima. Mi raccomando Lucchetti, faccia attenzione alle cose che non le diranno. E mi pentii del sorriso di sufficienza con cui avevo risposto.
“ Allora siamo d’accordo? Siamo d’accordo su quello che dobbiamo fare? “ Chiesi.
“ Sì dottore. Stia tranquillo, è successo anche sei anni fa. “ Rispose Affini a nome di tutti.
“ Però questa volta sono almeno tremila persone.”
“ Vedrà, se gli diamo un po’ di soldi se ne vanno.“
“ Dove? “ Mi venne spontaneo chiedere. Mi piaceva anche sorprenderli con digressioni impreviste.
“ Come dove? “
“ Sì. Dove? Dove possono andare? “
Per qualche secondo nessuno mi rispose, Affini cercava di incrociare lo sguardo di Cultrada e questi per risposta si mise a guardare in alto. Evidentemente la domanda era inattesa e per superare l’imbarazzo fui costretto a continuare: “ Se abbiamo un’idea di dove possono andare, il nostro piano di dismissioni sarà più facile da realizzare.“
“ Giusto “ Affini rispose poco convinto. “ Ma credo che dopo la prima reazione, i più se ne andranno senza fare troppe storie. Proveranno ad arrangiarsi per proprio conto.“
“ E qui forse è la chiave, Affini. Noi dovremmo capire in che misura questa gente è disposta a cambiare vita. Prima di partire lancia in resta.“
“ … Cambiare vita… “ Ripeté Affini, senza aggiungere altro. Mi sembrò una buona risposta e per qualche attimo tutto rimase fermo.
La cosa doveva suonare strana, imprevista, fastidiosa. Gli altri ascoltavano quel lento dialogo, senza osare intervenire, per capire dove si andava a parare. “ Se vuole, le preparo un tabulato. Ci mettiamo età, carichi familiari, titolo di studio e tutto quello che ci può far capire meglio.”
“ Ecco, sì grazie. Mi sembra il minimo per iniziare.“ Conclusi e ci alzammo tutti. Il rumore delle sedie spostate dava conferma della fine del rito. Ci alzammo tutti, tranne Elena Parisi.
“ Scusi dottore, se ha tempo, vorrei parlarle dieci minuti del mio reparto. Ho troppi problemi che fino ad ora nessuno mi ha aiutato a risolvere. Glielo avevo già anticipato, ricorda? ” Per nulla imbarazzata dal fatto che la riunione si fosse ormai conclusa. Neanche agli altri quella richiesta parve strana, dovevano esserci abituati. Non era una novità che, in casi come questi, c’era sempre qualcuno che non vedeva l’ora di lamentarsi per il passato, per quello che non era riuscito a fare diversamente, magari per colpa di qualcun altro, di solito del capo precedente. Dejà vù. Pochi secondi per decidere se era il caso concedere l’incontro, imprevisto ed esclusivo a uno di loro o se era meglio rimandare, evitare qualsiasi situazione che distinguesse uno rispetto agli altri.
“ Va bene, dieci minuti.”
Rimase seduta, quasi a godersi il privilegio. Gli altri uscirono rapidamente e non ebbi il coraggio di incrociare lo sguardo di Affini per condividere quello che volesse dirmi.
E dopo avermi spiegato le situazioni particolari dei suoi uffici, alle quali di fatto aveva già trovato una soluzione, venne al nocciolo.
“ Sa dottore, mi permette un commento? “
“ Certo, che problema c’è? “
“ Mi riferisco alla riunione.“
“ Sì, lo avevo capito.“
“ Davvero posso? ”
Assentii
“ Lei deve stare attento dottore. Deve stare attento… Perché qui nessuno dice quello che pensa.”
“ So che questo può succedere. Soprattutto quando ci si conosce poco e si ha paura.”
“ Sì… Ad esempio Affini non le dirà mai quello che pensa.”
“ Alla nostra età si diventa più complicati, ma il mio mestiere è di capire fra le righe. “ Minimizzai.
“ Sì, ma faccia attenzione.”
“ Guardi io ho una ricetta semplice che potrà aiutarmi. Mi limiterò a dire quello che voglio e a valutare le risposte per quelle che sono. Non mi appassionerò al retro-pensiero. E non perché non ne sia capace, ma perché non voglio perdere tempo.“
“ E comunque sappia che su me potrà sempre contare.“
“ Certo, Parisi. Grazie.” Riusciva a essere sincera e affettata allo stesso tempo.
“ E poi lei adesso è arrivato. Si dovrà ambientare in questa città. Che è bellissima. Io ci vivo da sempre. Ci sono tantissime cose da fare, basta conoscerla. Qualsiasi cosa le occorra, può chiedere a me. Ho un sacco di amici.“ Non soddisfatta, pronta ad attaccare bottone. Conoscevo il tipo e se le avessi dato spago, non si sarebbe più alzata. E mi era anche chiaro che qualsiasi cosa avessi detto sarebbe poi stata oggetto di pubblica divulgazione.
“ Grazie Parisi. Veramente grazie.“ Tagliai corto e mi accorsi che il forte rossetto rosso sulle labbra era malamente disteso, raggrumato in un angolo, come per una vecchia.
Dalla riunione e dall’incontro con Parisi, avevo capito una cosa.
Gli occhi dei siciliani.
Avrei dovuto fare molta attenzione ai loro occhi. Chiari o scuri, belli o insignificanti, vecchi o inesperti, gli sguardi provavano a dire più delle parole spese. Un linguaggio alternativo e ambiguo a cui non sapevano sottrarsi. I colori, il caldo e la terra arsa di Sicilia facevano da giusto complemento alla tristezza di quegli occhi. Contrariamente a quanto mi sforzavo di sostenere, sarebbe stato importante decifrare oltre le cose dette, come se quella terra imprigionasse le parole e solo attraverso gli occhi si riuscisse a dire. Anche quelli di Parisi avevano lasciato intendere: insoddisfazione e senso del complotto, conoscenza dei dettagli e tentativo di nuove alleanze. Tutta roba che non m’interessava troppo, per quello che mi ero prefissato di fare. Come regista di quella scena, di quella dinamica organizzativa razionale e ineccepibile ma anche banale e già vista altre volte, avevo deciso che Elena sarebbe dovuta uscire di scena, sarebbe dovuta tornare alla sua vita smaniosa, che non mi interessava conoscere.
Se non avessi avuto Francesca, quella sfida sul filo dell’ambiguità mi avrebbe potuto prendere. E invece non vedevo l’ora che la giornata di lavoro finisse per rimanere solo nel mio sentirmi completo.
Tornerai a te stesso. Al limite e all’ incompleto
Al peccato e alla consolazione
Solo tre mesi. In tutto erano passati poco più di tre mesi. Dal trenta giugno agli inizi di un settembre estivo, almeno a Palermo.
Se questi sono gli effetti del cannocchiale, varrebbe la pena usarlo più spesso. Naturalmente non lo feci subito. Correvo. Correvo troppo e a ogni velocità doveva esserci un limite. Meglio ripensare prima a quello che stavo facendo. E sinceramente mi pareva che ogni cosa andasse per il verso giusto. A parte la strana sfida proposta dal cannocchiale, di avvenimenti ne erano accaduti. Il sale della vita. La separazione da Anna, la lontananza di Monica e Gianni, via Alessandria, Giacomo Terzi ed il nuovo lavoro, Francesca, Francesca, Francesca.
Le continue telefonate con lei si ripetevano in una dolce percezione di normalità. Io che le dicevo quello che andavo facendo, lei che mi chiedeva consiglio sui fatti quotidiani, la casa, la bimba, la scuola, il garage e così via. Mi sembrava che continuassimo senza noia qualcosa d’iniziato molto ma molto tempo prima. Il fatto poi, che invece ci conoscessimo da pochi mesi, colorava ancora più fortemente le reciproche confidenze. L’ambiguo altalenarsi di discorsi comuni e familiari alla curiosità per quello che dell’altro ancora non si conosceva, rinforzava il patto.
Una strana e inconsueta condizione ideale, soddisfatto per quello che stavo costruendo. Di sera potevo vagare leggero per le viuzze del centro, incurante dell’ora tarda e di eventuali pericoli. Mi ritrovavo per strade sporche e mal frequentate o nelle vie principali con le vetrine dei negozi ancora illuminate a farmi compagnia. Non vedevo niente. Avevo occhi solo per la mia completezza.
La pace con se stessi. Non avevo più bisogno di pensieri consolatori che mi accompagnassero al sonno, con un po’ di ottimismo iniziai a pensare che tutta la nuova situazione potesse non finire mai.
Eppure, come un vecchio esploratore mai pago, sapevo anche che sarei dovuto andare oltre, o indietro, perché ognuno ha il suo percorso da completare e i suoi debiti da pagare. C’è chi si nasconde per fuggire, chi si cela dietro impenetrabili corazze per proteggersi. Non ho mai creduto all’inossidabilità degli schermi o, almeno, non riuscivo a calarli sulla mia pelle. Attento e conciliante mediatore nei confronti degli altri, implacabile con me stesso. Mi era più proprio il correre nudo e solo nell’affrontare apparentemente inerme e già sconfitto la sfida, solo in questo modo mi pareva che potessi avere una qualche speranza di prevalere sui miei fantasmi.
E in effetti, in questa specie di sindrome di Davide contro Golia, c’era qualcos’altro. Qualcos’altro con cui dovevo fare i conti. Adesso avrei potuto pensarci meglio. A Palermo avrei potuto rifletterci. Volevo capire quando fosse iniziato, e perché.
A Francesca, per quanto fossi certo di volerla e di non volerla perdere, non avevo detto tutto.
Nel lavoro, accadeva di dover rivisitare la realtà dei fatti fino a darne una diversa versione, coerente ma pur sempre distante dalla verità vera. Non era la prima volta che mi convincevo della verità delle mie bugie, come quando sostenevo che occorresse licenziarne alcuni per salvarne tanti. Ma questo era un caso diverso. Cercavo di capire come fosse iniziato con Francesca questo circolo poco virtuoso e conclusi che era partito così, da subito. Inevitabilmente.
Conservavo due segreti, due verità negate, che mi nascondevano a lei. Per iniziare, il tempo della mia separazione da Anna. Avevo detto la prima volta tre anni e adesso non sapevo come recuperare. Quando s’inizia a sostenere un’inutile menzogna, poi è difficile recuperare, soprattutto se ci si ritiene una persona per bene.
Poi, fatto assai più imponente, i miei danni fisici. Forse ne avevo come tanti, per i miei cinquanta anni, ma a me pesavano assai più duramente. Una ferocia ingovernabile. Ora che quella relazione prendeva la mano, il mio stato di salute diventava un problema serio. A esso mi ero abituato, potevo non pensarci, non ci pensavo spesso, ma ora con Francesca…
“ Fabrizio, non devi mai parlarne a nessuno. Mai a nessuno, capisci.“ Aveva detto mio padre anni prima. Ed io mi ero convinto che non potesse che essere così. Quasi a nascondere una vergogna.
“ Tanto puoi vivere normalmente come tutti gli altri. Vedrai. E’ proprio inutile.“ Mi aveva convinto a quel segreto.
Solo tre mesi con Francesca ma erano già troppi per rivelarmi. Chi dà vita, non può essere malato.
“ Bipolarismo borderline.“
“ Che significa professore, sono schizofrenico? “
“ Ma no. Non esageriamo. Significa che il suo è un disturbo fisico e non psicologico. Ha origini fisiche. Nel suo caso gli esami parlano chiaro. E’ tutto in una proteina. “
“ Ed allora che significa? Sono schizofrenico? “
“ Significa che avrà sempre disturbi del comportamento. Momenti di tristezza o di rabbia. “
“ Violenza? “
“ Sì anche, forse. Ma non sappiamo se verso se stesso o verso gli altri.“
“ Quindi? Scusi ma adesso sono agitato…”
“ Dovrà sempre prendere il litio, controllarsi. Potrebbe anche non succedere niente…. niente di più. “ Concluse, come se ripetesse qualcosa di detto già tante volte, e comunque, senza guardarmi negli occhi.
“ E il lavoro, professore? “
“ Può fare tutto regolarmente. Anzi meglio lavorare tanto. Più lavora e più avrà fiducia nei suoi mezzi. Faccia come se fosse niente.“
Tutto in una proteina. Tutto in una maledetta piccola e invisibile proteina che poteva cambiare la vita. Malinconia, diffidenza, esclusività e senso di abbandono, tutto o niente, esagerazione. Non potevo fare a meno di chiedermi quale fosse il confine fra patologico e convenientemente accettabile. Da quello che vedevo in giro, molti altri avrebbero dovuto assumere sali di litio.
Avevo imparato a fare come se fosse niente. Fin troppo bene, oltre il richiesto. Avevo imparato a governare i miei scompensi. Una doppia personalità. Una delle due, destinata a rimanere sola, comunque. Astuta e con voglia di sopravvivere di nascosto. Più le due vite erano diverse, più mi eccitava la solitudine di una parte del mio io. Più prendevo decisioni importanti, più mi sembrava che le due vite scorressero parallelamente senza mai incontrarsi. Mio padre aveva deciso che quella tristezza dovesse appartenere solo a me. Era morto ormai da anni, lasciandomi quel perenne e vivo impegno. E ogni successo sociale mi dava conferma del fatto che potessi nascondere l’altra parte.
Utilizzavo la malattia per esplorare i labirinti più nascosti e profondi. Ragionevolmente, se avessi fatto uso costante dei farmaci, la vita sarebbe stata certamente più regolare. Ma avevo scoperto che saltare i cicli di terapia, improvvisarli estemporaneamente, mi permetteva di arrivare molto più in fondo, con una percezione assai affinata del sé. Spesso interrompevo o trascuravo le cure, rabbia e dolore mi prendevano nell’intimo fino a concedermi un diverso stato di coscienza degli oggetti, delle persone, dell’immanente. In quella condizione, riuscivo a percepire ogni movimento degli altri, i loro corpi e i loro pensieri, gli spazi si dilatavano. Gesù nel deserto. Percepivo a pieno il mio essere inizio ed estremo confine, in una smisurata ricerca tesa all’assoluto e all’immortalità ma che di fatto imprigionava nel dolore quotidiano. Ogni strada andava esplorata per superare l’inaccettabile umiliazione del rimanere immobile. La debolezza e la ricerca di ogni angolo dell’io come punto di partenza per la sfida. Tutto mi diventava orribilmente più chiaro, ma non per questo confessabile ad altri.
A Francesca avrei detto sinceramente tutto, se solo avessi potuto. Ma senza parole. La confessione era superiore alle mie forze. Una volta aveva detto: “ Se anche potessi tornare indietro, non lo farei. Voglio stare con te. Ho tutto quello che mi serve.“ Per certi versi, era l’adolescente rinata, che non potevo deludere.
Chi dà vita, non può essere malato.
E mi venne in mente un possibile nesso fra il bipolarismo e la leggenda del cannocchiale. In tutti e due casi, la smania di andare oltre, di provare a sovvertire l’ordine delle cose nella speranza di un premio. L’attesa del riconoscimento.
Eppure ora c’era Francesca.
Ero stato riconosciuto. Cosa altro potevo volere?
Forse era il caso di riprendere il cannocchiale. Riguardarci dentro. Il bene poteva trasformarsi in male. E il male? Che cosa sarebbe diventato il male?
Da troppo tempo, la sapienza occidentale, incerta e prudente, aveva separato di netto il bene dal male, il giusto dal peccato, relegando l’Ambiguità a triste e spregevole ancella, privando l’uomo della possibilità di qualsiasi domanda e occultando ogni risposta, fino a imprigionarlo in effimere sicurezze.
Lo feci una sera, senza rivolgermi ad alcuna fonte di luce, più a lungo della prima volta. Gioia e solitudine, pienezza e smarrimento, soddisfazione e vuoto si guardavano dentro di me in cagnesco ma senza clamore. Preferivo litigare con me stesso con discrezione, con eleganza, senza alzare la voce.
Sicuramente qualche cosa altro sarebbe avvenuto e sarebbe stata la vita a suggerirmi la soluzione, la strada.
