Cap. 7

31 maggio 2010

Cap  7

Corri senza respiro, corri  senza  guardare….Corri, corri. Anche questo chiede la tua strada.

Per il mio compleanno, Francesca venne a Palermo. Ancora una volta, il tempo aveva perso dimensione, tanto che ricordo meno di quello che fu realmente.

Il mercato dalle tende colorate era il nostro labirinto in cui rincorrerci senza perderci. Un polpo comprato alla Vuccirìa; chiese quanto tempo occorresse per cuocerlo, tutti i dettagli che la facevano apparire presa e seria, come se in quel nuovo ruolo potesse completarsi la vita. Con lei, ero riuscito in quello che non mi era stato possibile per me stesso. Mi appariva solidale con se stessa, aveva ritrovato la sua casa, adagiandosi in tutto quello che avevo preparato per lei.

“ Ci pensi, qualche mese fa non ci conoscevano nemmeno.Disse.

“ Sì, ci ho pensato più volte. A me questo fa paura e affascina.“

“  Perché? “

“ Se ad esempio, ti avessi incontrata prima.“

“ Ogni cosa avviene quando deve avvenire.“

“  Lo so. Ma se ti avessi incontrata prima, sarei diverso…Forse.“

“ Ma a me vai bene così.“

“ Magari mi avresti insegnato ad affrontare le cose diversamente.”

“ Cosa avresti voluto imparare? “. Disse ma non ero certo che seguisse i miei pensieri.

“  Bah, non lo so. E’ difficile spiegare.“

“ Bello, ma non ha senso. Io ad esempio, sono passata sotto casa tua a Roma meno di un mese prima di conoscerti.”

“ Vedi? E’ terribile… E non mi hai chiamato? “

“ Ero con un uomo. Mi aveva portato lui, a mangiare da “ Roberto”. Lo conosci il ristorante, no? E’ proprio sotto la tua vecchia casa.“

“ E tu vieni a mangiare sotto casa mia, con chissà chi? “

“ Non ti preoccupare, non è successo niente. Una brava persona. Ha provato a baciarmi, ma io sono scappata all’ultimo momento.“ Rideva, adesso poteva ridere.

“ Sei passata sotto casa mia, hai sfiorato la mia vita e non ti sei fermata. E’ questo che mi spaventa. Non ho fatto niente per te, prima.“

“ Ma tu mi ami, allora “. Prendeva a giocare.

“ Sì che ti amo “

“ E perché mi ami? “ Ancora giocare.

“ Ma che domande. Che ne so.“

“ Perché ti faccio sempre fare l’amore? “

“ Si anche. Ma che ne so.“

“ E dai, perché? “

“ Non lo so. Veramente. E poi ti amo non rende tutto.“

“ Come non rende? “

“ Non lo so perché ti amo. Ma so che per me non hai età. Non sei vecchia e non sei giovane.“

“ Non sono vecchia.“

“ No, volevo dire che non hai età. Sei lì da sempre.”

“ Mi piace sentirti parlare. Sei un po’ folle, ma mi piace.“

Ci stringevamo, imprendibili da ogni cosa. In un tardo pomeriggio il cielo divenne plumbeo in pochissimo, la pioggia sottile, noiosa e insignificante, i colori dei palazzi si appannarono, anche gli alberi non avevano più colori e tutto obiettivamente ispirava tristezza. A noi fu risparmiato tutto questo, non ci accorgemmo di niente. Raccolti in uno.

Comprammo un dolce di zucchero e ricotta, uno in due, per il nostro impronunciabile gioco di sensi. Inventato un attimo prima, senza bisogno di premeditazione. Come al solito, lei mi prendeva per mano ed io la conducevo. La curiosità era dolce e tenera, mai terminata.

“ Voglio berti fino alla fine.“ Mi sussurrava la notte, lasciandomi esausto oltre l’ultima goccia di piacere. Il suo odore più intimo mi stordiva, lasciando congiungere le due parti del mio io. L’apice della voluttà, mai sazio. I battiti del cuore non trovavano riposo, come ad arrampicarsi sulle vette sempre più alte. La sua pelle aveva un appena percettibile odore di latte, quasi a evocare le ninfe alla fonte dell’ambivalente Dioniso.

“ Senti, sono i nostri i rumori…. Tu dentro di me… Sono tutta bagnata…. Sono i nostri rumori, solo nostri…Parlami… Dammi tutti i pensieri… Quelli più sozzi…Devono essere i miei…”

Non ho mai potuto capire se la smania dei corpi che ci travolgeva, interminabilmente, era solo una meravigliosa affinità dei sensi o trovava invece ragione nell’ancora più perfetta identità degli animi.

Nonostante tutto, mi sembrava di non avere ambiguità.

Era gennaio ma avevamo dentro il caldo dell’estate palermitana.

Le mani toccheranno la terra.

Gli occhi guarderanno nel fango

Un dono e un pegno.

Con attenzione e timore prese a offrirmi la cosa più cara che aveva, tutto quanto le rimaneva, e mi permise di avvicinarmi alla vita della figlia.

Nonostante quello che le fosse toccato, Ilaria era anche una bambina come tante, forse non ero più abituato ai bambini. Con i suoi peluche, i pennarelli e la testa china sul foglio quando disegnava. Le piccole dita delle mani già lunghe e la pelle ancora più bianca di quella della madre. Rideva come tutti i bambini ma rideva poco.

Francesca la vestiva con grande attenzione e cura, sempre con abitini raffinati, anche se le imponeva strani cappelli che la rendevano decisamente ancora più tenera e molto buffa. Prima di uscire, le si inginocchiava accanto per l’ultima sistemata e il tempo si fermava. Di solito il tempo si ferma per macerare i ricordi, qualche volta si ferma come un varco su quello che aspetta. Questo era uno dei rari casi e Francesca, nel preparare la piccola, sembrava chiedersi cosa dovesse accadere a quell’angelo incompiuto.

Per me, tenerla per mano era come tenere per mano Francesca.

Ero bravo e accondiscendente nel dare loro quella presenza e fisicità necessaria a ogni donna, madre o bambina che fosse. Sapevo farla giocare, convinto che il gioco fosse un serio lavoro. La portavo alle piccole trasgressioni, quelle che la madre non le aveva permesso. Francesca sapeva guardarci tenendosi a distanza. E ci osservava con non so quali pensieri, assaporando la vita che le offriva inaspettatamente e generosamente una normalità non più sperata. Furono alcuni attimi di profonda e sincera commozione per come ciascuno di noi tre ci mettesse del suo per ricostruire.

La migliore condizione per non voltarsi più indietro. Sarebbe bastato non voltarsi troppo indietro, riconoscersi per quello che si era e ammettere i propri peccati inconfessabili e certamente Francesca e Ilaria mi avrebbero riconosciuto e accolto. Certamente.

Da un’agenzia matrimoniale a una nuova famiglia, il passo era veramente lungo e Ilaria dopo qualche tempo mi rivolse una frase che era a metà strada fra il luogo comune e l’abisso dei sentimenti più profondi e solitari. Potevo aspettarmela, invece non ero preparato.

“ Io lo so chi ti ha mandato. Io lo so. Ti ha mandato babbo perché tu possa stare con me e mamma. E’vero, Fabrizio? E’ vero? “

Non so dire se guardava me o avanti o in terra. Per un attimo allontanò quel dolore feroce e casuale che la prendeva tutta, sempre, anche quando rideva, giocava e faceva i dispetti. Per un attimo. Incerta ma con la dignità di chi non aveva nulla.

“ Io lo so chi ti ha mandato. Io lo so.“  Ripetè. Un sorso d’acqua, solo un sorso d’acqua.

Evitai i suoi occhi. Mi diede tutto il tempo per pensare, ma non seppi fare meglio che sbiascicare qualcosa. Non ho mai saputo rispondere a quella domanda. E la risposta mancherà sempre. Ci sono frasi che potrebbero cambiare la vita, alla sola condizione di sapersene impossessare al volo.

Non avevo tutto chiaro, per quanto la situazione fosse dolce e sperata. Riuscivo a colorare gli eventi con le più impercettibili sfumature dell’emozione e relegavo il pensiero razionale a sostegno delle percezioni. Rimandavo. Per quanto pieno e felice, ero pronto a fuggire.

“ Tu ci sarai? “ Mi chiedeva Francesca, parlando della piccola. Avrebbe svenduto qualsiasi cosa per una risposta convincente.

“ Non ti preoccupare. Certo che ci sarò.“ Non mentivo, ma di certo non capivo.

“ Come per i tuoi figli?”

Non rispondevo ma la accarezzavo.

E lei continuava. “ In fondo non ti capisco. Anche dei tuoi figli parli poco. Cosa è, Fabrizio? ”

Non rispondevo continuando ad avere cura di lei e dei suoi capelli.

Non riusciva a stringere, non riusciva a costringermi. La sua candida, infantile e ingenua necessità di costruire qualcosa di nuovo e di liberatorio, che fosse esclusiva rinascita, finiva col diventare complemento alla mia predisposizione a non parlare del passato. Si arrendeva e non insisteva nel chiedermi.

Aveva ragione, parlavo poco dei miei figli, come se tutto potesse esaurirsi in qualche telefonata e nell’accondiscendere ai loro capricci. Ragionevolmente, sapevo che una separazione non diminuisce le attenzioni per i figli, anzi. Di fatto, con le viscere, la separazione mi aveva restituito un senso di libertà e di diversa solitudine.

Umanamente parlando, era difficile che Francesca sarebbe pervenuta ai miei segreti, se non li avessi scientemente confidati. Ma me lo aspettavo, non poteva che essere così. Prima o poi doveva capitare. E qualche tempo dopo successe.

Eravamo a Palermo, da soli e parlavano tranquillamente nella mia BMW, quando mi accorsi che la testa mi sfuggiva. Forse era anche la stanchezza. Dovevo fermarmi. Una scusa qualsiasi, ma dovevo fermare l’auto. Le forze incominciavano a mancarmi e avevo scarsa autonomia. Sapevo che avrei potuto iniziare a sragionare. La non più sopita violenza del male era a portata di mano.

Scusa, ma ho bisogno di fermarmi. Ho bisogno di un bagno. Cinque minuti. Poi andiamo.“ Mi sembrava una scusa del tutto ragionevole. Francesca ancora non poteva intuire. Sapevo bene della morte che le era passata accanto, fino a strapparle quanto di più caro, ma non per questo poteva intuire. E poi, non le avrei permesso di soffrire ancora.

Chi dà vita, non può essere malato.

Rinchiuso nel bagno del bar Politeama, la testa appoggiata alla porta sgangherata di legno profanata da inutili graffiti osceni, le mani ingovernabili strette con forza attorno a qualsiasi cosa potesse sostenermi, a qualsiasi cosa potesse lasciarmi in contatto con fuori... E fuori c’era Francesca inconsapevole e pulita.

Nello stanzino ero solo. Lucido nella profondità dell’altro io. Disperato e feroce nella profondità dell’altro io. Non potevo diversamente. Il tempo passava, i sali di litio avevano bisogno di più che cinque minuti per agire. Dieci minuti, ma non passava. Quindici minuti… La luce giallognola pareva affievolirsi sempre di più.

“ Fabrizio, sei qui? Tutto bene? Sei qui? “

“ Sono qui, un attimo ed esco. Solo un momento ancora.“

Figura imbarazzante, anzi indecente, indegna, pensai.

Avrebbe potuto essere l’occasione per spiegarle ogni cosa, ma non fui capace di farlo. Non ne avevo il coraggio per quanto fossi sicuro che lei avesse percepito qualcosa. Più di qualcosa. Tenerezza e sensualità ci avrebbero tenuti ancora a lungo ma alla fine si sarebbero consumati, se non avessi trovato il coraggio di parlarle. Ma non era possibile. La vergogna era più forte di tutto il resto, anche del mio amore. E questo, privava di qualcosa la nostra crescita e il nostro gioco.

Il segreto mi portava tristezza e senso di colpa, diveniva un impercettibile duro alone che mi teneva distante dalla cosa più cara che avessi mai avuto. Non era nelle mie mani, una diversa soluzione.

Fino a quando una sera, la sentii piangere. Piangere senza ritegno, la testa sul cuscino. Potevo immaginare il perché.

Qualcosa che di me che non andava, che non convinceva. Questo la riportava indietro e le corazze che avevo dolcemente rimosso ricomponevano in lei dubbi e paure. Non mi mossi, non le andai vicino. Ascoltavo il suo pianto, il suo dolore era il mio. Desideravo prenderla e accarezzarla … Non più, non più. Mai più. Ora ti dico tutto e tu mi accoglierai…Le avrei voluto dire. Non feci niente. Ci riprendemmo piano piano, ma il segreto rimase inconfessabile.

Più cresceva la sua sicurezza nel vivere più mi era impossibile deluderla con la mia fragilità. Più era nuda meno avrei potuto colpirla. Il mostro si agitava dentro e mi dilaniava ma a questo, avrei dovuto pensare da solo. Ci sono cose di cui ci si può sbarazzare, di altre no.

Più di una volta ho tentato di affrontare con lei il mio essere due. Non riuscivo a parlare. Risolvevo allora la cosa politicamente, come se fossi in un consiglio di amministrazione, dicendo e non dicendo, carinamente.

Trasformavo la mia insicurezza in un’occasione per apparire ancora più leale. Ambiguità sublimata.

“ Forse un giorno ti perderò. Ricordati Francesca, io non sono adeguato.“

“ Cosa vuoi dire? Spiegati meglio.“

“ Voglio dire che non sono adeguato, forse meriti di più.“

“ Siamo tutti non adeguati, cosa credi, che io sia meglio? “

“ Sì, ma tu non sai da dove vengo.“

“ Da dove vieni? Da un sacco di casini, come tutti, come me.“

“ Io non sono alla tua altezza, Francesca. Credo di saperlo.”

“ Ed io voglio stare sotto il lenzuolino con te.“

Fatto: contrapponeva il lenzuolino alla mia inadeguatezza e questo smontava definitivamente ogni possibilità di proseguire.

“ Tu non capisci.”

“ E dai, cosa è che non capisco? “

“ Che siamo uno“.

“ Anche io ti amo, Fabrizio. Cosa è che non capisco? “

“ Non lo so. Forse che ti considero la parte migliore di me. Quello che avrei voluto essere . La parte di me di cui devo avere cura.”

“ Mi fai morire quando dice cose belle come se fossero tremende.” Sorrideva più o meno consapevole.

E parlavamo, parlavamo, parlavamo ancora. Ogni frase pronunciata, ogni pensiero espresso era atteso dall’altro come importante e necessario di attenzione.

Al mio dolore e alle mie contraddizioni ero abituato, ma non al suo malinconico sorriso. E per spazzarlo via, avrei dovuto mettermi a nudo e metterla alla prova. Alla fine, lasciavo perdere. In fondo sapevo anche essere razionale e per questo mi tornava comodo rimandare la confessione.

Mi chiedevo se le mie fossero davvero reticenze inconfessabili o se era la vita a costringerci a fuggire, tutti. Forse avrei dovuto vedere ancora una volta nel cannocchiale.

Francesca veniva a Palermo più raramente. Ero io a tornare a Roma con la valigia, sempre più pesante.

Giobbe non vede ...

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