Cap. 8
Cap 8.
Le ossa dolenti, il cuore confuso …Nel cercare la non risposta.
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Potrei anche riconoscere che quella volta finii per dedicarmi al lavoro con diverso interesse. Per quanto non volessi, mi ritrovavo spesso a riflettere sui miei collaboratori più che a risolvere direttamente il problema del piano di ristrutturazione. Anche se ero anche sufficientemente del mestiere per arrivare lo stesso al risultato. Il fatto che Francesca esistesse, per quanto sempre più frequentemente con sfumature di sofferenza, accresceva in me la curiosità di entrare a capire la vita di tutti gli altri, i loro successi e, soprattutto, la loro quotidianità fatta di piccole cose.
Angelo Cultrada era troppo giovane e bello e di successo perché dovessi dedicargli tempo. Lavorava con impegno e senza mai drammatizzare e di sera usciva col borsone e la racchetta da tennis. Dai suoi diretti collaboratori si faceva chiamare per nome e dare del tu. Sembrava che per ora, la vita non dovesse riservargli sorprese.
Parisi mi girava attorno sempre più del necessario ma per la verità non provammo mai a ingaggiarci su temi diversi dal lavoro. Usava un profumo più adatto a una sera di corteggiamento che non all’ufficio e mi stupiva che si dicesse che fosse una donna sola… Forse un carattere difficile… Tutto sommato era una bella donna e non avrebbe dovuto trovare difficoltà a farsi una vita oltre il lavoro e il suo gatto. Comunque mi guardavo bene dal lasciarmi tentare da qualsiasi discorso più confidenziale ed anche lei in effetti, a parte il mostrarsi scosciata, si atteneva a questioni strettamente professionali.
E comunque in poco più di un anno, avevo più che abbondantemente conseguito la prima fase dell’obiettivo assegnatomi: buona parte dei tremila lavoratori da licenziare avevano accettato di andarsene attraverso un discreto accordo sindacale che li accompagnava in mobilità. Un lavoro pulito, senza scioperi e alzate di testa. Rimanevano un centinaio di casi più complessi e che avrebbero richiesto più tempo e più soldi ma, sopratutto, era da iniziare tutta la successiva fase del progetto. Riorganizzare l‘azienda con le risorse rimaste, ridistribuire ruoli e responsabilità, fissare nuovi traguardi e incentivi. La parte più gratificante del progetto e per realizzarla, avrei avuto a disposizione tutto il tempo necessario.
Tutto il tempo.
La vista di Affini con le sue cravatte mi tormentava. Non capivo come facesse a trovarle, tutte di quei colori e fantasie spropositate, che al più andavano negli anni ’60 e si rivedevano solo in qualche film di Rosi.
Moglie, due figli: ma nessuno gli diceva niente del suo vestire? Tutto in lui dava la conferma di una vita trascinata. La vecchia borsa che portava avanti e dietro, il Giornale di Sicilia e il thermos del caffè, perché lui, quello dei distributori, non lo avrebbe mai bevuto. Era proprio questo senso di mediocrità ad attirare la mia curiosità, quasi a contrapporre la mia vita precipitosa alla sua senza colore.
Adesso che aveva una cinquantina d’anni, il suo apparire brutto e impacciato poteva anche essere stemperato, giustificato dall’età. La questione era che non riuscivo a immaginarlo da giovane, come se quella faccia tonda e grassa e rubizza lo avesse tormentato e imprigionato da sempre.
M’intrattenevo con lui nell’ora di pausa, lungo corso Calatafini e fino ai banchi del pesce. Spesso era lui che ne approfittava per qualche piccola spesa commissionata in famiglia ed io coglievo l’occasione per ascoltare e carpire frammenti di quell’esistere.
Quello che più mi prendeva era la sua calma. Se avessi voluto essere critico e cattivo come al solito, avrei potuto cogliere in lui una statica rassegnazione, invece quella di Affini mi appariva anche come dolce accettazione delle cose. Ne osservavo il modo di affrontare i problemi, di riflettere prima di parlare e soprattutto di agire, di ridurre ogni sfumatura a un fatto.
L’uomo non si lasciava mai andare in riflessioni che sottacevano emozione, ma non era questione d’insensibilità. Come se a lui il dolore del mondo fosse pervenuto concretamente in faccia, sulla sua faccia tonda e insopportabile, senza lasciargli via di scampo per le divagazioni più sofisticate dell’animo.
Pochi erano gli argomenti che trattava con entusiasmo: la sua capacità a risolvere qualsiasi problema dovesse accadere a un computer e alcuni piatti di cucina palermitana che sapeva descrivere e proporre, perdendosi nei dettagli. Per il resto Affini era come appariva, tranquillo, mansueto e senza traccia di demoni dentro.
“ Che dice dottore, non le sembra proprio bello? “ Mi chiese una volta indicando in una vetrina un cerchio per capelli di corno scuro, antico e bellissimo, con piccoli diamanti e intarsiato dalle immagini di Angelica e Medoro:… I due amanti inebriati di passione e senza pudore incidono i loro nomi su un albero… Orlando vaneggiante ritrova l’albero e si convince che Angelica abbia scritto quel nome ignoto solo per nascondere e proteggere l’identità del suo vero amore, il suo nome …
” E poi, non è per dire, senza offesa ma mia moglie è ancora bellissima.”
“ Ha ragione Affini, è proprio bello.”
“Sì.”
“Che cosa aspetta, lo compri.”
“No, ci voglio pensare.”
“Che cosa aspetta? “
“Ci voglio pensare. Ha visto quanto costa? E poi mia moglie, non so se lo metterebbe.”
Ci misi qualche giorno per convincerlo, lo vidi sorridente come un bambino mentre il gioielliere preparava il pacchetto e, dopo poco, accigliato e pensieroso nel far di conto mentalmente per quella grande spesa inutile e indispensabile. Toccava a me tirarlo su e rassicurarlo.
“ Perché non ci sediamo un po’ a prendere qualcosa? “
“ Veramente dovemmo rientrare. Sono quasi le due.”
“ Dai Affini, ce lo meritiamo un gelato. Se lo è meritato. E poi possiamo parlare di lavoro anche qui.” Dissi, costringendolo a sedersi. Continuò a tenere il dono fra le mani per tutto il tempo.
Volevo stare un po’ di tempo con lui per fargli capire il mio senso della vita, per fargli assaporare fino in fondo il giusto della scelta che aveva fatto. Gioia e pentimento, curiosità infantile e senso di responsabilità avrebbero dovuto alternarsi in lui, combattersi fino a renderlo diverso, momento dopo momento. Questo era quello che avrei voluto fargli capire. Ma con Affini e la sua cravatta viola avrei dovuto andarci piano, prenderla alla larga.
“ Sicuramente sua moglie non se lo aspetta, stasera.“
“ Sì. Sono passati tanti anni ed io non le ho mai fatto mancare niente.”
“ Quanti anni? “
“ Sedici. Non mi sono sposato giovanissimo.“
“ Significa che avete figli ancora piccoli.”
“ Sì, abbastanza. Anche se a volte la vedo appannata, stanca.” Aggiunse.
“ S’immagina quando stasera la vede arrivare? ”
“ Io ho sempre provato a darle di più. Ma rimane sempre irrequieta, forse è troppo bella per me.“
Non sapevo bene cosa rispondere, fu lui a continuare.“ Quando una donna è troppo bella e smaniosa di vivere è più difficile salvare un matrimonio, ma io me la tengo così.” Non mi guardava in faccia, guardava la strada.
“ Forse non è dignitoso. Forse le ho dato una cattiva impressione. “ Continuò. “ Ma io so accontentarmi, ho imparato ad accontentarmi. Mi va bene così.“
Non avevo bisogno di sapere altro. Mi bastava.
Senso di tenerezza e di rabbia, emozione e calcolo, forza e rassegnazione. Poteva bastare. Avevo finito col sapere più di quanto volessi e non mi sembrava giusto insistere nel tormentarlo con lontani vagheggiamenti, lui che per tutto il tempo aveva parlato senza fare uso delle mani continuamente arroccate al pacchetto.
Nel caldo di un primo pomeriggio anonimo non avevo voglia di tornare in ufficio, non perché sapessi già che qualcos’altro doveva essere rivelato.
“ Non mi sembra che stia andando troppo male.” Presi a parlare di lavoro.
“ No anzi, la gente è abbastanza tranquilla e stiamo spendendo meno di quello che mi aspettavo.”
“ Sì, io credo che fra sei mesi avremo finito. Ci resta ancora qualche caso difficile, ma la partita è in discesa.”
“ Glielo avevo detto io, e poi lei è stato bravo con i sindacati. Li ha coinvolti al punto giusto.”
“ Dopo la parte sofferta, verrà quella più gratificante. Fra qualche mese dovremmo pensare a ricostruire con quelli che restano. Motivarli. E’ la parte più bella.”
“ Dottor Lucchetti…”
“ Io ho già delle idee… L’ho fatto tante volte… E ci restano quasi tremila persone da rilanciare. Sarà una nuova sfida sul mercato. Vedrà, ho già diverse idee.” Dal mio punto di vista, mi ero fatto prendere giustamente dall’entusiasmo. L’aria era dolce e tiepida e forse poteva essere un bel pomeriggio.
“ Dottor Lucchetti…Io di questo volevo parlarle…Forse avrei dovuto mettere il discorso in mezzo prima…” Aveva lasciato la presa al suo dono.
“ Cosa scusi? ”
“ Perché lei si è comportato sempre correttamente. Ormai la conosco.”
“ Cosa scusi? “ Incominciai a capire che non sarebbe stato un grande pomeriggio.
“ Lo sa cosa va dicendo Terzi in giro? “
“ No. Cosa? “ Ribattei calmo ma infastidito.
Qualche attimo di silenzio.
“ Che fra sei mesi vende Palermo agli americani. E che lei andrà via.”
Non potei fare a meno di accendere una sigaretta. Il patto che avevo fatto con Terzi era diverso.
“ Lo sanno praticamente tutti in fabbrica, se ne parla, mi chiedevo se lei lo sapesse.” Abbassò lo sguardo, come se si sentisse colpevole. Diventò ancora più rosso nel viso e sudava vistosamente.
Giuseppe Affini, nato e vissuto a Palermo, diploma commerciale, brutto e grasso, dolce e inconcludente, tradito e perso, inconsapevole messaggero di una rivelazione. Era l’angelo meno atteso per una confessione così sconvolgente per la mia esistenza.
“ No, non lo sapevo Affini. Veramente non lo sapevo.”
Nessun rifugio nel pensiero…..Senza ascolto.
Certo, sarebbe stata una tragedia. Dove era il tragico? Nei contrasti interiori che mi prendevano e non riuscivo a risolvere oppure nei fatti e nelle situazioni che si ponevano improvvisamente innanzi?
Strano e normale. Eccezionale e possibile. Sarei voluto entrare per qualche ora nella vita di Affini per comprenderne uno squarcio di storia, magari per sostenerlo con la glaciale imparzialità di chi si sente forte ed estraneo e mi ritrovavo invece un problema addosso davvero temibile.
Non avevo voglia di rientrare al lavoro. E m’infastidiva che la questione fosse nota a tutti meno che a me, all’interessato.
E Parisi, che parlava in continuazione, non poteva dirmi qualcosa ?
Ancora una volta, dove ero stato ?
Come avevo fatto a non accorgermi di niente? Io e la mia presunta sicurezza di percepire ogni segnale debole, ogni sfumatura…
La situazione, per una serie di circostanze, appariva assai più grave di ogni ammissibile previsione. Meno di due anni prima, nel lasciare l’ultimo lavoro in Spagna, avevo parlato chiaramente a Terzi. Avevamo convenuto che avessi dovuto gestire i suoi affari a Palermo anche dopo la ristrutturazione, anche perché di fatto, una volta uscito dal mercato delle consulenze internazionali, non sarebbe stato facile rientrarci. Anzi impossibile, a cinquantadue anni e da Palermo.
Terzi dunque, aveva iniziato a mettere in mezzo quella voce, con una modalità consueta nelle organizzazioni aziendali, per trasformare l’impossibile in fatto accertato.
Se quello che Affini si era lasciato sfuggire era vero, mi sarei trovato in un guaio inaspettato e veramente grosso. Era evidente che quella potesse divenire la mia tomba professionale. Assai turbato, con una nuova tremenda e irreversibile ansia.
Non ne parlai subito a Francesca. Mi ritrovai a dedicarle meno cure, guardandomi bene dal trasferirle le nuove ansie. Dal suo punto di vista, poteva solo capire, ancora una volta, che c’era qualcos’altro che non andava.
In questi casi, il tempo che passa non aiuta. Occorreva solo aspettare e questa era una cosa che veramente non avevo mai imparato a fare.
Sarei potuto andare da Terzi e avrei potuto mettere in mezzo il discorso. Decisi di aspettare perché sapevo che, se era vero che aveva già deciso, qualsiasi mossa di anticipo non avrebbe che agevolato le sue intenzioni. Non potevo che attendere che un pezzo di mondo mi crollasse addosso, senza avere molto da fare.
Caparbiamente e a dispetto di qualsiasi logica, mi concentrai sui piani di lavoro già definiti e da terminare. Raddoppiai gli sforzi, anticipai il raggiungimento degli obiettivi ancora da conseguire, chiamai a raccolta i collaboratori motivandoli ed entusiasmandoli come mai prima.
Nulla d’intentato. Per ognuno di loro c’era sempre tempo e qualche consiglio innovativo.
Passarono altri mesi senza che nulla accadesse, se non che il senso di angoscia era andato ad assuefarsi , edulcorato dal fare e dagli ottimi risultati che erano sotto gli occhi di tutti.
Forse, era stata solo una maldestra interpretazione di Affini. Finii con l’abituarmi a vivere con quella nuova minaccia, fino a pensarci meno. Contattai alcuni amici headhunters per vedere se c’era qualche lavoro alternativo ma, come temevo, chi cerca non trova. Con Terzi, diverse telefonate e qualche incontro come sempre. Era un pericolo materiale e concreto e per questo ci si poteva abituare a convivere. Cosciente e impotente innanzi alla lenta deriva, senza neppure avere la forza di accelerarne la conclusione.
La sala del consiglio di amministrazione era a me familiare e il fatto che Giacomo Terzi mi avesse fatto convocare a Roma, alle otto e trenta, poteva ancora essere del tutto normale. Era successo altre volte. Mi ero preparato la documentazione probabilmente più idonea.
“ Venga Lucchetti, venga. La stavo aspettando. Si accomodi.“ Le sue gambe accavallate, le scarpe lucide e nere, come mai usate. Si vedeva che le cuciture erano di pregio, fatte a mano. Rimaneva poco distante dal tavolo. Assorto o distante.
“ Guardi Lucchetti, dobbiamo parlare.“
“ Ci sono, ingegnere.“
Dove era Francesca? Pensai a Francesca e mi mancava.
“ Ha visto questa relazione sugli atipici ? “
“ Sì, l’ho letta.“ Non l’avevo portata con me. Fra i cento argomenti di possibile confronto, decisamente non mi sembrava quello più rilevante.
“ Guardi che perdiamo dodici milioni di euro.“
“ No ingegnere, scusi ma non è così. Sarà sufficiente fare ricorso. Lo abbiamo fatto anche l’anno scorso. E due anni fa, prima che arrivassi io. Il ricorso viene sempre accolto. Ne abbiamo parlato, ricorda? “
“ Dodici milioni.“
“ Non succede niente ingegnere. Ne parlammo anche con gli avvocati, ricorda? “
“ Sì, non succede niente.” Esitò solo un attimo per poi riprendersi. “ Ma chi glielo dice che non succede niente ? Lo sa che questa è sua responsabilità? “
“ Lo sarebbe se fosse avvenuto qualcosa. Lo sarà se avverrà qualcosa.“
“ Sì, ma non mi sento sicuro.“
“ Ingegnere io mi sento abbastanza sicuro, abbiamo riserve e non credo proprio che andrà diversamente.“
“ Abbastanza sicuro? Io non sono contento.”
“ Mi dispiace.“ Dove era Francesca?
“ No Lucchetti, dispiace a me.“
“ In che senso, scusi? “
“ Il rapporto fiduciario.”
“ Come? “
“ Il rapporto fiduciario…Non ce l’ho più.“ Tagliò corto, trovando il coraggio di guardarmi diretto in viso.
“ Non ha più fiducia, per un rischio del tutto teorico, nel quale siamo da sempre? Perché non dice la verità? Perché non dice quelle che sono le reali motivazioni che la portano a farmi fuori? Tutti parlano della vendita di Palermo.“ Alzai di poco i toni della voce.
“ No. Non è questo. Non c’entra niente e poi non la riguarda. Non la riguarda più. Ho deciso. Per correttezza le dico che domani uscirà un comunicato con il cambio organizzativo. Prendo io direttamente le redini di Palermo.“
“ E questa le sembra correttezza? Ed io? “
Giacomo Terzi non rispose.
Come ogni Dio, granitico e insolente, aveva tutto il potere per non rispondere. Come ogni Dio, granitico e insolente, aveva tutto il potere di non capire.
Di lì a poco avrebbe avuto nuove riunioni e nuovi affari. Conoscevo quelle situazioni e non perché mi fossero direttamente capitate. Per quanto potessi capire, onestamente, il licenziamento era del tutto ingiustificato e trovava ragione in qualcosa di diverso da ciò che formalmente mi era stato contestato. Chissà quali giochi d’interesse. Ma in sostanza, sul momento, c’era poco da fare.
Ero fuori, senza lavoro.
