Cap. 9
Cap 9
Non potrai fermarti oltre, anche quando non capisci.
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Niente più potere e molti soldi in meno. Almeno, quello che doveva succedere era successo.
Una dimensione, ancora una volta, del tutto nuova. Ancora una volta più temibile. Sconosciuta perché, per quanto l’avessi tenuta presente e potenzialmente vicina nel corso delle mie esperienze, mai avevo pensato a essa come se potesse toccarmi.
Tutto come sempre, assai rapidamente. Che cosa potevo fare?
Rivolgermi a un avvocato.
Fare bene di conto.
Quanti soldi mi rimanevano?
Il mutuo, sì il mutuo.
Gli assegni di mantenimento, lo avrei detto ad Anna e ai ragazzi.
Trovare subito un altro lavoro ma era quasi impossibile, lo sapevo, troppo “ vecchio e troppo caro“.
E poi, una cosa è quando ti cercano, un’altra quando sei tu a cercare.
Francesca.
No a Francesca non lo avrei detto, o forse sì, se ne sarebbe accorta.
Le avrei detto meno del vero.
Quello che più mi atterriva era che sapevo perfettamente cosa mi aspettava.
Alla solitudine del mostro ambivalente si affiancava ora quella più concreta e reale del licenziamento. Per quanto, forse, fra le due cose poteva anche esserci una sottile connessione, un unico gioco di autodistruzione. Anche se in questo caso, per quanto facessi autocritica, non trovavo alcuna diretta responsabilità nei miei comportamenti professionali, che rimanevano ineccepibili. Forse, l’unico sbaglio era stato il fidarsi troppo del vecchio Terzi e il pensare a Palermo come agognato rifugio, caldo e colorato, per un naufrago.
Non era quello che volevi, Fabrizio, tu ed il tuo cannocchiale ?
Non era quello che volevo. Lo rigiravo fra le mani impaurito, chiedendomi quando si sarebbe conclusa quella sfida. Se tutto quello che stava accadendo era il prezzo per conoscere, forse avrei alzato le mani in segno di resa, avrei pure accettato un’ esistenza ignara e piatta, se mai fosse stato possibile. Ma certamente non era possibile modificare le cose ed avrei dovuto ancora andare avanti. Andare avanti nel mare senza approdi.
Iniziai a girare di sera per Palermo. A piedi, perché avevo dovuto restituire la BMW. Mi resi conto di tante vite fino a quel momento viste e non percepite. Uomini e donne a dormire e a orinare a ridosso della stazione ferroviaria, bottiglie e cartoni adagiati negli angoli. Una vecchia, a pescare con l’anima di un ombrello nei cassoni. Avrei preferito non vedere.
I pomeriggi spesi in una sala Bingo, giusto per fare qualcosa e non rimanere in casa. Di come passavo il tempo, dicevo poco a Francesca.
Impaurito come una bestia braccata. O forse, la questione era proprio questa: nessuno mi dava la caccia, nessuno si accorgeva di me. Mi nascondevo agli altri soprattutto nelle ore del mattino, quando avrei dovuto essere al lavoro. Attorno a me, la vita degli altri non era mutata.
Nella nuova condizione, il tempo non passava mai. I viaggi a Roma meno frequenti così da risparmiare, le telefonate a Francesca sempre più irritanti. Impegnavo un po’ di tempo nell’adottare le tecniche di Ishikawa nel diagramma di problem solving. Ma non vedevo soluzione. Se uscivo, temevo che gli altri percepissero il mio non avere niente da fare.
Alla fine decisi di accettare un lavoro qualunque, qualche ora in un Call Center di Palermo. Più per fare qualcosa che non per i pochi soldi. Meglio non stare in casa.
Il mostro che avevo dentro mi lasciava in pace, consapevole delle altre priorità. Fu forse, quasi sicuramente, la nuova disperazione a fare apparire la relazione con Francesca più svuotata di quello che era veramente. Ma anche lei ci metteva il suo.
“ Lo sai Francesca che sono senza macchina. Poi la compriamo.“
“ Perché non prendi la mia? Quella vecchia. Posso vendertela a poco.“
….La compriamo….Vendertela….Resto convinto che la sua, non fosse mancanza di sensibilità. A volte, è il dolore a far usare le parole meno adatte. Mentre prima accoglievo la sua tristezza e i suoi ricordi con la forza di chi si sente sicuro, adesso la ascoltavo impaziente.
“ Sai, non ho detto a nessuno che sei senza lavoro. E’ inutile dirlo.“
“ Sì, è inutile.“
“ Fabrizio, quello di cui ho bisogno è stare bene. Vorrei stare bene.“
“ A chi lo dici.“
Sono il dolore e la paura a farci perdere tutto.
Dove era Francesca? Ce l’avrebbe fatta ? Da sola?
Lei continuava la sua vita quasi come se nulla fosse accaduto e tutto scorresse con regolarità. Se fossimo stati sposati, con una casa e dei figli, con una situazione di lavoro tranquilla, la cosa sarebbe apparsa del tutto normale. Invece io a Palermo e lei a Roma. Qualche fine settimana passato insieme a cercare di ritrovarci, ma ciascuno per proprio conto. Di più, Francesca non poteva fare. Si affidava ogni giorno, sempre di più, alla ragione e al buon senso e non so nemmeno se abbia mai percepito la trappola che quella nuova difesa le poneva. Di più, io non sapevo fare. Mi chiedevo cosa era peggiore, la sua rassegnazione o la mia rabbia, il suo non voler vedere o il mio vedere oltre.
“ No Fabrizio, oggi non posso. Devo andare a pagare l’assicurazione.“
La vedevo con indosso un grande giaccone di pelle, almeno di tre misure più grande. Mi sembrava chiaro che un tempo non fosse stato il suo. “Ma è bello, che c’è di male? Non vedi com’è comodo? “
Facevo di tutto per continuare ad accompagnarla nella quotidianità, per quanto mi fosse sempre più difficile.
“ Tu non sorridi più.“ Dicevo.
“ Come? “
“ Sì, tu non sorridi più. E non dico a me. Non sorridi più e basta.“
“ Mica si può sorridere sempre.“
“ Sai, anche prima ci vedevamo poco e ci sentivamo solo per telefono. Ma ti sentivo sorridere. Sapevo che dopo, la tua giornata sarebbe stata una buona giornata.“
Non rispondeva.
“ Non mi sento sicuro.“
“ Sicuro di che? “
“ Boh, non lo so bene. Di te. Di noi.“
“ Come di me? “
“ Mi facevo forte di quanto riuscissi a farti stare bene.“
“ Fabrizio, cerchiamo di non piangerci addosso.“
“ Non è piangersi addosso.“
“ Sì, va bene. Sempre il solito discorso.“
“ Stavo bene …Mi bastava sapere che ti facevo stare bene.“
“ Io così non ce la faccio. Per favore…Pensiamo alle cose che dobbiamo fare. Stamattina.“
“ Però ti vorrei dire un’altra cosa.“
“ Cosa? “
“ No, niente. Non fa niente.“
“ Non puoi fare così. Adesso devi dire.“
“ Io credo che tu non sorriderai più. Anche senza di me, non sorriderai più. E questo mi terrorizza.“
Più del licenziamento.
“ Fabrizio…Devo fare tante cose, non so come fare.“
“ Va bene, da dove vuoi iniziare? Ti do una mano.“ Cambiavo discorso, non potevo insistere. Non c’è sordo peggiore di chi non vuole sentire.
“ Devo completare la casa di Vigna Clara.“ Si riferiva al suo lavoro. “ Sta venendo bene, no?
Dovrò ricavare uno spazio per la baby sitter. Te l’ho detto che hanno la baby sitter notte e giorno. Hanno speso un sacco di soldi e devo fare qualcosa di più. Mi accompagni? “
“ Sì, sì. Andiamo, portamela a vedere. Vengo con te.“ La seguivo come un cagnolino, zoppo e rassegnato a non correre più.
Il silenzio è sempre terribile ma diventa diabolico quando cala accanto a chi si è conosciuto. Siamo tutti abituati ad aggirarci nel continuo silenzio degli altri, di quelli che si conoscono poco, nessuno si meraviglia più di questo. Eppure diviene un incomprensibile affronto il silenzio di chi – si ritiene – possa, debba capire. Ed allora si ricercano i modi più strani per comunicare, le esibizioni più forti e le pause più sottili. Ma rimane inutile.
Lei non avrebbe mai tradito il patto che la legava a me ma anche, non trovava la forza per alimentarlo, per trovarne cura, ora che ero io ad averne bisogno.
I conti non potevano tornare.
Solo
Nel terrore della parola.
La confusione della mente conduce ad agili sentieri di conoscenza, più di quanto non riesca il calcolo e la certezza delle verità.
Non avrei mai trovato la forza di alzarmi dal tavolo di quella partita già persa. A questo punto, al di là del risultato, mi premeva comunque portarla a termine. Forse non era troppo tardi ma, a maggior ragione adesso che ero stato sconfitto, non avrei potuto ammettere con Francesca tutte le mie debolezze. Lei, da parte sua, non aveva così tanta forza da accettare tutto senza che le fosse spiegato. Due adolescenti che, innanzi a un pericolo o a un dolore, rinunciano a tutto per sempre, inconsapevoli della punizione che li attende per la loro paura.
Non fu brusca rottura, nessuno dei due ne avrebbe avuto il coraggio. Ancora oggi sono certo che non ci mancava tenerezza. Tenerezza e di più. Queste cose non bastavano a superare il silenzio. Stranissimo, incomprensibile, ma non bastavano.
Piuttosto che umiliare Francesca nel comprare la sua vecchia auto, me ne ero comprata un’altra tutta scassata e l’avevo portata a Palermo. Andarci per strada mi mortificava, ma tanto era.
Ancora acqua. Ancora acqua per il radiatore. Devo fermarmi ancora. Ma quando finisce?
Guidavo spedito lungo la strada che portava a viale della Libertà. I sampietrini lucidi per la pioggia finita, sotto il riflesso della luce gialla dei lampioni. La strada larga, di notte. Un lucido stranamente innaturale, quasi osceno, a evocare giochi di sensualità ormai perduti. Pietra per pietra, rotondità lucide. Le ruote girando sull’asfalto ancora bagnato ripetevano un ritmo lento e appiccicoso. Il vischioso della gomma si faceva sentire, unico rumore.
“ …Ah, sei tu. No, che non disturbi. Te l’ho già detto non disturbi mai….Sono in auto, sto guidando. No, non è un problema. Ho l’auricolare, mi sembra funzioni…Non c’è male. Come vuoi che stia. Ti pare una domanda?….Scusa eh, ma come fai a chiedermi come sto. Ti pare una domanda? ….Cerco di fare qualcosa, per quanto ci stia con la testa. Senza voglia, ma cerco di fare qualcosa…Sono contento che abbia telefonato. Non me lo aspettavo a quest’ora….Veramente non facevo altro che aspettare questa telefonata…Come stai? Ah no. Hai ragione, anch’io ti ho fatto la stessa stupida domanda….Non ti chiedo nemmeno come mai hai telefonato. Sono contento e basta. Va bene così.“
Un’altra sigaretta, lentamente. Le prime boccate assaporate ancora più in fondo. Il braccio sporgente dal finestrino, nel freddo. Il polsino della camicia rivoltata. Gli odori che si confondevano, quello della pioggia sporca e quello di fumo. Avevo il tempo di guardarmi intorno, dentro la macchina. Una terribile confusione, era evidente che non pulissi da tempo. Soprattutto la cenere, aveva spropositatamente invaso ogni angolo inadatto. Le mani sul volante, una contratta e appiattita, l’altra distesa, ancora elegante nelle vene appena pronunciate.
“ …Come? Ripeti…Aspetta abbasso la radio, forse si sente meglio…Eccomi…No, non erano canzoni. Pubblicità. Non sento musica, quando giro solo. Mi fa troppo pensare…Certo… E tu, che faresti al posto mio?…Ma non mi sembra di buon gusto parlare di questo. Tu poi, non voglio sapere niente di quello che fai. Non voglio sentire niente…E comunque lo sai bene che mi manchi. Che te lo dico a fare…Tutto sommato, non ho niente di nuovo da dirti. Ti ho già detto tutto… Se mi hai telefonato, vuol dire che qualche cosa vuoi dirmi, che hai bisogno di qualche cosa…”
“….Sì, ho messo l’acqua al gelsomino. Lo so che ci tieni…Tutto qui? E’ triste se mi hai telefonato per questo…No, no. Hai ragione. Continua ad avere un odore di terra e di pulito…”
Nel buio, le curve larghe della prima periferia si presentavano ancora più profonde. Impossibile vederne i contorni. Dove finiva la strada? Qualche sagoma di uomo sul bordo della strada, solo ombre scure indefinite, temibili fantasmi ad aspettare.
“ …L’altro giorno ho incontrato Lucia. Mi ha detto che sembro ringiovanito. Ma nessuno mi chiede di te. Da una parte mi sembra logico. E’ come se tutti se ne fossero fatti una ragione. Glielo leggo in faccia….No, io no. Non ci penso nemmeno…Mi ripeto sempre le stesse cose. Lo sai che sono presuntuoso. Non cambio idea. Ma tu non rispondi, che te le dico a fare….Comunque questa città è troppo piccola. Ogni posto mi ricorda noi. Sono tante le strade che evito di fare. Non ci vivo bene….Se potessi me ne andrei, ma non posso. C’è la casa e almeno ho un mezzo lavoro….Non rispondi. Non rispondi. Tanto, ci sono abituato…Mi riconosci che so gestire i tuoi silenzi? ”
Solo le curve cui dare attenzione, non una casa. Quasi una strada che portava all’infinito. Non una persona, un’insegna illuminata, una puttana. Solo le curve, una dopo l’altra, senza tregua. Lungo il parco della Favorita, alberi sottili e senza foglie, uno ammassato all’altro, a comporre una grande macchia scura e impenetrabile. Il freddo era decisamente entrato dentro la macchina, fino in fondo. Non avrei alzato il finestrino per nulla al mondo.
“ …Se hai telefonato, qualcosa altro devi volere…No, a quest’ora sto un po’ meglio. Quando è molto tardi, mi tranquillizzo un po’. Sono le ore che precedono la sera ad agitarmi. Devo fare tutto io. Far finta di niente, mentre chissà dove sei…Certo, che ho mangiato. Mi pesa ripulire dopo, ma ho imparato…Alla fine mi dimentico anche di come sei fatta, mi sfuggono i dettagli. Ma rimane la rabbia. Passerà. Anzi, no. Non passerà…Non parlare di differenze per favore…Stai zitta? Non rispondi? Anche questo è insopportabile…Sai dove sono adesso?… All’altezza di via Carella…Ti ricorda niente ?…La metti ancora…Solo doveva essere estate, mi sembra…Adesso fa molto più freddo…”
La pioggia era ripresa a cadere leggera e impercettibile. Fastidiosa, onnipresente, intangibile. Gocce troppo piccole per risvegliare i sensi. Il rumore di piccola pioggia che solo in silenzio era percepito. Un silenzio profondo e assoluto. Ed ancora più fastidioso il ritmo meccanico dei tergicristalli, avanti e dietro, avanti e dietro. Provai a diminuirne la velocità. Non cambiava nulla, i rumori erano gli stessi.
“ …Anzi, parliamo di differenze, se vuoi. Se provochi, parliamone…A volte credi di avere già visto tutto e poi ti sorprendi ancora….Il fatto che io possa sbagliare non lo discuto proprio. Se potessi tornare indietro farei differentemente…Comunque, non potevo fare diversamente. Qualcosa dovevo fare….Credi di avermi aiutato…Contenta tu…E comunque lo sai che non ti ho mai lasciato sola. Lo sai no?…Me lo puoi dire questo? Tu invece, sei sempre convinta di essere perfetta? Non sbagli mai. Sempre lì come se nulla accadesse. Questo non significa che ci sei…Non significa niente. E quando…Pronto? ”
“ …Pronto? …Ci sei?… Ci sei?…Pronto?… ”
