Cap.10
Cap 10
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Solo……Nella tenera inconcludenza dell’agire
In qualche modo mi ero organizzato, adattandomi. Avevo preso le misure con la nuova faccia della vecchia solitudine. Qualche soldo guadagnato a Palermo e poi il ritorno a Roma, ogni due settimane. Giusto il tempo di non parlare ai miei figli che comunque mi sforzavo di incontrare e di sprigionare rabbia con Francesca.
Conservava il dono di concedersi nel sesso con infantile totalità, ma questo non bastava più. Con la luce, di giorno, aveva ripreso a essere accorta e razionale, prudente fino al distacco. Ogni parola che sceglieva era fredda e ragionata e così cercava di difendersi dal mio correre senza freni, dal mio cercare. Se Francesca avesse saputo del cannocchiale avrebbe provato sorpresa e poi disgusto e poi paura.
Se la regola del gioco era quella di provare ad accelerare per far sì che le cose cambiassero, stavo facendo del mio meglio. Il gioco era sempre estremo, un elevato coefficiente di difficoltà.
A Palermo, in assenza di Francesca, presi a fare cose buone e cose meno buone. Alcune utili, altre devastanti. Quelle devastanti, erano toste davvero. L’uso del cannocchiale era divenuto una pratica consolatoria e solitaria, come se solo quello potesse miracolosamente restituirmi speranza.
Presi a consumare la vita senza lavoro stabile, senza pensieri e sentimenti stabili. Avevo fatto di conto e potevo ancora farcela. I soldi messi da parte, le proprietà, la buona liquidazione, l’aiuto della mia vecchia madre mi davano questa certezza. Forse, Monica avrebbe potuto continuare a tenere il nostro cavallo, almeno quello.
Ogni tanto, una buona consulenza professionale. Ma era molto di più il tempo speso a cercarle che non le giornate di lavoro pagato.
“…Sì, sì Lucchetti. Lo so ma veramente non ho bisogno…”
“…Sì, sì Lucchetti, ma ora non posso proprio. Sto partendo. Deve scusarmi. Guardi, lasci detto alla mia segretaria…”
“…Lo so che è bravo, che vuole che non me lo ricordi ?…”
Erano molte le umiliazioni subite, ma queste le vivevo da solo, non dovevo dirle a nessuno.
“ Sto lavorando, Francesca. Sto lavorando. Ho molto da fare. Stai tranquilla…Come che sto
facendo?..Sono ancora a casa, perché lavoro a casa, lo sai.“
Il cannocchiale, usato più volte al giorno. Ogni sera a sfidare la sorte che peggio, pensavo, non poteva essere.
Dove era Francesca? Io non parlavo e lei me lo permetteva, mi permetteva sempre più di appartarmi. Il suo non entrare mi rendeva impossibile la vita già difficile. A questo punto, chissà in nome di quale coerenza, trovavo una ragione in più nel non comunicarle le vere disperazioni, la paura e il senso d’inutilità e le nascondevo facilmente dietro le ansie quotidiane superficiali, quelle che erano sotto gli occhi di tutti e non si potevano negare.
Relationship issue, mi avevano insegnato, problema di comunicazione insomma.
Ai giochi di tenero reciproco abbandono si erano sostituiti attimi di triste piacere in solitudine. Mantenevo le luci accese in casa anche di giorno, a farmi compagnia. Anche qui, la sottile linea fra il sentirsi vittima e il riscoprirsi pienamente solo non era decifrabile.
Una prostituta dal corpo perfetto, le gambe lunghe e il viso giovane non deturpato mi sorrideva ogni sera, lungo il mio camminare per l’Addaura.
Non sarei mai andato con una puttana. Non avrei mai pagato.
Ma con un’altra donna, sì. Potevo provarci. Ne sentivo il bisogno.
Le avrei pianto l’amore per Francesca e l’abbandono. Forse avrebbe sussurrato parole di accettazione. Comprendere, “ cum praendo” stava a significare prendere tutto. Maternamente, avrebbe potuto rassicurarmi di Francesca. Forse, avrebbe anche scoperto la vergogna del mio altro io, senza che le avessi dovuto dire.
Era il ventotto settembre e decisi di uscire con una donna che conoscevo appena, e poi con un’altra ancora. E ancora, e ancora. Non ne ricordo tutti i nomi, sicuramente non ne ricordo i cognomi. Ma erano tutte caritatevoli.
Donne sole, per bene, con un lavoro, con figli e qualcosa da raccontare. Pronte ad affidarsi e a prendersi cura. Cristina aveva un giardino da ordinare, come Francesca; Damiana aveva preparato l’insalata di riso, come Francesca; Stefania aveva un bel culo, quasi come Francesca.
Ero bravo a trovarle, avevo il tempo. Ero bravo a curarle e la parte della mia vita che presentavo – non tutta, solo una parte – era sufficiente a farle prendere ed essere partecipi.
Ciascuna mi offriva un asciugamano pulito per lavarmi, dopo.
Nessuna aveva il suo odore, nessuna poteva placarmi e tenermi, oltre una notte. Questa, la folle modalità con cui rivolgevo la preghiera di essere liberato.
Le due stanze di Palermo erano la mia unica protezione, ma anche il mio silenzio. Avevo il tempo per tenere tutto in ordine, ossessivamente. Le lenzuola ben ripiegate, la biancheria ordinata nei cassetti, la cucina sempre pulita, due asfittiche piantine sempre innaffiate. Avevo tempo.
Il computer pigramente acceso, ancora una sigaretta. Conoscevo ogni particolare della piccola casa che era divenuta rifugio sicuro e impenetrabile a tutto, tranne che ai ricordi.
Le pareti di cucina si mostravano troppo terse perché potessi ripulirle. Piastrelle bianche, quasi ospedaliere. Qualche alone qua e là, contrastato dai giochi di luce, che comunque non avrebbe giustificato il mettersi in moto. Mi chiedevo cosa altro potessi fare.
I pensieri scivolavano decisi e inutili lungo i muri, portandomi da una stanza all’altra. Oggetti sparsi e già a posto, per rimetterci mano. Rari, i colori.
Ascoltavo il concerto in sol maggiore di Ravel e la birra era l’unica nota stonata per Benedetti Michelangeli.
Adagio assai: le note scandite lentamente, ciascuna un pensiero terminato, senza possibilità di riprendere forma nel divenire del tempo. Ciascuna viva e dignitosa come per chi vuol continuare il percorso del Ricordo senza negarlo. Infine Francesca, dalla tenerezza distante dell’oboe, si liberava dall’essere Ricordo e riprendeva sostanze sue, libere e distaccate…Sempre più lontane…Leggera come sempre…Senza più sorridere, senza ascoltare.
Stava per andarsene. Adesso avrebbe dovuto muoversi da sola, ogni giorno consumato nel piccolo mondo che le rimaneva, almeno così la pensavo. Di nuovo prigioniera delle protezioni che aveva ricostruito attorno a sé.
Vedevo oggetti, uno dopo l’altro, ciascuno dei quali avrebbe potuto evocarmi qualcosa, se solo ne avessi avuto voglia. Sul tavolo, la scultura di un piede bianco e perfetto, troppo grande per essere di un uomo, forse di un semidio, mozzato all’altezza della caviglia, come l’esistenza di chi non può più correre.
Seduto, senza pensarci. Di me, scorgevo solo la mano, quella che avevo avanti. Avrei preferito non vedere nemmeno quella. La gola secca e la bocca impastata, come quando non sapevo cosa fare. Con la mano tolsi la polvere dalla scrivania riponendola nel portacenere. Poi dissi a mezza voce per quanto non ci fosse nessuno: Devi veramente vergognarti e non sapevo se mi riferivo a me o a Francesca. Con presunzione assoluta mi chiedevo dove allignasse veramente il tradimento, se fosse stato più orribile il mio comportamento violento e infantile oppure il suo distacco e la sua assenza, fredda e impassibile. I sentimenti senza misura che portavano a lei m’inducevano in errori e bugie, pur di salvarla. Il suo modo di agire tristemente serio e corretto, ineccepibile, si rivelava come assenza, non partecipazione. Se solo Francesca avesse continuato a pormi la mano sul cuore… E mi accorsi che Amore è in fondo impotente innanzi alle diverse storie delle anime, a cui nessuno riesce a sottrarsi, a rinunciare.
Avevo tempo e il sentimento cattivo era diverso di giorno e alla sera. Di giorno mi mancava il lavoro, umiliato dal fare poco. Se Francesca parlava di sé, del suo lavoro e di quello che riuscivano a fare i suoi vecchi amici, mi sentivo perso e banalmente invidioso, ferocemente invidioso di essere escluso.
“ Prima non mi parlavi di loro.“
“ Cosa c’è di strano? “
“ Niente.“
“ Non li vedevo da un po’….Anche per cortesia… Ti pare? “
“ Sì, certo.“
“ Puoi chiamarmi quando vuoi.”
“ Va bene, anzi no . Chiama tu.” E interrompevo bruscamente.
La sera a Palermo, il buio scendeva troppo lentamente. E l’imbrunire mi dava le ore peggiori. I tramonti di Mondello mi richiamavano alla sua assenza. La immaginavo a Roma, ritornare dal lavoro senza di me, telefonare senza di me, uscire senza di me, i suoi passi fino alla porta di casa senza di me. Riuscivo a placarmi quando, conoscendo i suoi orari, la pensavo dormendo.
E chiaramente, in queste condizioni, non riuscivo a riposare di notte. L’insonnia non è non dormire, è continuare a pensare a vuoto. Solo poche ore di sonno e di tregua. A volte la giornata iniziava molto presto, alle due, anche all’una di notte. Il fatto che sentissi gli occhi stanchi e le ossa rotte, non toglieva energia ai pensieri. Prendevo a uscire senza meta ma ricordando ogni cosa, ogni luogo. Chilometri senza destinazione, palazzo dopo palazzo senza mai arrivare al mare. Linee di palazzi, ognuno diverso eppure tutti eguali e senza storia. Senza accoglienza, poche le luci intraviste.
Carpivo ogni squarcio di trasgressione che la notte mi offriva.
Consapevole ormai che non avrei ritrovato la sua nascosta tenerezza, assaporata, scoperta, perduta, mi lasciai andare man mano nel sesso più sfrenato e disinibito, ove anche l’altro io poteva trovare spazio, liberamente e senza nascondersi.
Per questa strana bulimia del piacere, un secondo genere di donna, anche questo a suo modo caritatevole.
Club privati, donne notturne, dai pochi abiti neri e bizantini, che non ti chiedono niente, carne femminile a offrirsi in tornei sempre più sfidanti e trasgressivi. Anonime, aggressive, ostentatamente volgari come uomini, spesso senza un volto, sempre senza un nome. Vince chi va oltre con la fantasia. Una, due, tre insieme, altri uomini a consumare. Donne con il sorriso e le labbra strette dal piacere, sempre accoglienti nel farsi profanare, consenzienti. Labirinti notturni e senza luce placavano per poco il mio dolore.
Il piacere era spasmo senza meta, i battiti veloci del cuore erano un sordo punto di arrivo, privo di curiosità e di rigenerazione. I diversi sudori dei corpi andavano a confondersi senza pudore ed eleganza, ma soprattutto senza il piacere della scoperta. Di queste esperienze, solo una volta o due, ho raccolto uno sguardo. Forse un paio di queste donne aveva occhi per piangere o sognare, ma anche in questi casi, non ne ho mai saputo il nome.
Dove era Francesca ?
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Senza tregua. Non ti sarà dato di terminare
Non ho mai fatto uso di droghe, né abusato di alcool. La tosse invece non dava tregua, per il troppo fumo. Alle otto di mattina, un pacchetto sicuramente era già andato. Io e la tosse eravamo una sola cosa. Avrei voluto vomitare ma non mi veniva.
Troppo banale prendersela col cannocchiale e considerarlo causa di una vita che portavo avanti e non sentivo mia. Quasi come se non fossi stato più in condizione di riprenderne le redini in mano. La rabbia e la paura per l’avvenuto licenziamento si confondevano alla rabbia e al dolore del non sapere comunicare con Francesca. La sola assurda consolazione veniva dal lasciarsi andare sempre più, assopendo i sensi.
Avevo motivi per crollare. Il bipolarismo ormai trascurato, la situazione del lavoro e i soldi che non c’erano più, le bugie a Francesca, i figli lasciati a se stessi, le lotte notturne.
E fu in un intrigo notturno che riuscii a sentirmi male. Il tre marzo mi sentii male nell’epilogo di una notte dolorosa. Le mie compagne scapparono impaurite, appena il tempo di chiamare il 118. Arresto cardiaco e respiratorio. Codice rosso. Sei giorni in coma, senza ricordi e senza dolore, mentre la vita scorreva come niente fosse, innanzi al Buccheri la Ferla.
Che cosa accadde in quei sei giorni, io non lo so e non lo voglio sapere. E’anche possibile che, per alcuni, quei sei giorni volarono via come niente, senza ricordi, insipidi.
“ Fabrizio, mi senti? Mi senti Fabrizio? “ Era la voce che meno avrei voluto sentire, quella di Anna.
Non potevo rispondere, un sottile tubo di gomma mi perforava la pelle della gola fino a entrare più in fondo.
“ Non puoi parlare, Fabrizio. Mi senti? Ascolta. Ti avevano dato per andato, almeno due volte. Sei stato in coma sei giorni.“
Assentii a stento. Come sei giorni? Avevo appena preso una consulenza ben pagata. Dovevo andare.
“ Non puoi muoverti, Fabrizio. Siamo tutti qui. C’è Monica, c’è Gianni. C’è Francesca.”
Anna che nominava Francesca. Terribile. Come ti permetti? Chi sei? No Anna, ti prego, non c’entri niente, lascia stare, non sporcare.
Non potevo muovermi, e soprattutto non potevo parlare, reagire. Solo ascoltare quella voce insensata. Ma dove era Francesca?
Ebbi chiara la sensazione di tutto quello che era successo e che stava succedendo.
…Il mercato della Vuccirìa… Voglio stare sotto il lenzuolino con te…
Sembrava che fossi salvo, con il tubo in gola. Ancora non avevo sete, ma potevo pensare.
I medici, nella fredda lucidità del mestiere, avevano spiegato ogni dettaglio a tutti. Ad Anna, a Monica e Gianni, a Francesca. Ogni particolare più intimo della mia malattia e del mio vivere e di quanto era accaduto.
Poi, il poliziotto, senza cuore, aveva chiesto: “Chi è la moglie? “ Su questo, non saremmo mai stati d’accordo.
E, senza alcun ritegno, aveva ricostruito gli eventi per quell’errante comitiva, soffermandosi su ogni circostanza della sera del tre marzo, con incredibile voyeurismo. Il luogo, l’agenda con i nomi delle mie amiche, le oscenità cui mi prestavo, le medicine, tutto. Non che avessi commesso qualche reato.
E’ la prassi, che vuoi farci? Dopo tutto quello che hai combinato, riconobbi a me stesso. Non avevo pensato a uno scenario così, non mi piaceva.
“ E lo sapete che…E lo sapete che…” Insisteva il poliziotto.
Erano tutti lì, in silenzio. Questa volta, anche se avessi voluto, veramente non potevo parlare. Solo ascoltare quel chiaro bisbiglio. In teoria, quello avrebbe dovuto essere il luogo e l’occasione per darmi cure e conforto. Invece la sponda del letto divenne il confessionale in cui potevano riversare i loro sentimenti senza che potessi reagire. Un prete vecchio e vissuto, pronto ad accogliere in silenzio ogni altrui sofferenza: solo che in questo caso, ero io a dovere essere svelato.
Non avevano bisogno di molte parole, il posto e la situazione non si addicevano per lunghi discorsi. Ciascuno aveva qualcosa da dirmi. Rabbia, delusione, rassegnazione come se fossero innanzi a un irriducibile pazzo.
“ Non mi meraviglio, è stato sempre così. Fa solo quello che gli pare a lui. Mi passi quel cuscino per favore? “ Chiese Anna a Francesca che obbedì senza rispondere.
“ Potrei dirti tante cose, ma lasciamo stare ” Continuò.
“ Quando mi hai avvisato, ho corso”
“ Non potevo non farlo, ti sembra? ”
“ Si certo, non potevi. Il viaggio è stato orribile. Pensavo che per la seconda volta sarei rimasta sola, a tutte le cose che avrei voluto dirgli. Poi sono arrivata qua e tutto è ancora più orribile. Senza dignità, peggio della morte.“
“ Non potevo non avvisarti, ti pare? Ma lui è così.“
Come sono Anna? Che ne sai di come sono? Vuoi stare zitta? Pensai.
Poteva facilmente vendicarsi, limitandosi a mostrare i fatti per quelli che erano. Diceva le cose come stavano, senza alibi o compassione. Poteva permetterselo. Poteva prendersi la rivincita senza dovere esagerare, bastavano i fatti accaduti.
“ Non lo so chi è. Non lo so chi ho avuto vicino.” Disse Francesca, sconfitta.
“ Aspetta, spostiamo insieme questa poltrona. Adesso non pensarci.” Trionfò Anna, estranea allo smarrimento dell’altra.
E presero con apparente carineria a misurarsi ferocemente, ciascuna delle due aveva qualche particolare da aggiungere, qualche dettaglio che avrebbe rivelato i miei segreti, gli indizi, i lati oscuri e nascosti che ciascuna voleva ricordare all’altra, rivendicandone l’esclusiva conoscenza.
Potevo solo ascoltare. Molte cose che si dissero non erano vere, erano teneramente inventate, ma la sostanza generale era proprio quella. Come sempre, il processo richiedeva la presenza del giudicato, è più giusto, è più democratico, ma la sentenza esigeva la sua assenza, il suo silenzio impotente.
Inaffidabile. Incurabile.
Sentii che parlarono di Monica. Anna disse che erano mesi che era andata via di casa e che l’aveva rivista solo adesso, in ospedale. La ragazza aveva un profondo rancore per la madre, per il suo comportamento, la accusava di essere egoista e di avere pensato solo a se stessa. Era andata via, poi amicizie sbagliate, qualche volta era tornata a casa gonfia di botte, ai limiti dell’anoressia.
Non potevo parlare, solo ascoltare.
Dove era successo tutto questo?
Quando era successo ?
…Le cravatte, Monica, mi raccomando…Vuoi segnartele tutte queste cose ?…
Gianni provava a rimanere con i piedi in terra in quella situazione: ogni tanto alzava la voce e litigava con le donne perché nessuno faceva in tempo a sostituire le flebo o perché iniziavo ad avere sete e nessuno ci pensava. Anni prima, lo portavo a pescare all’alba. Lui piccolo, io giovane padre, coppia complice e indissolubile con avanti il mare. A quel tempo, nessuno di noi aveva bisogno di altro.
Guardavo Francesca di pietra nell’angolo più buio della stanza. Fino a quando c’erano gli altri non si sarebbe avvicinata. Vestita male, i capelli in disordine sempre più belli, una sciarpa che ancora vorrei per me.
Si avvicinò piano piano, come se mi conoscesse poco. Mi prese la mano e mi accarezzava l’indice prigioniero fra i fili delle flebo. Un sorriso che ad ogni modo mi sembrò dolce e pieno.
…Il tuo dito, scricciolo. E’ solo questo dito, è solo questa carezza che mi ha tenuto in vita. Ma non credo che tu possa capire…Volevo dirle.
E poi il viso richiamato dal dolore severo. Segnata dal nuovo lutto, questa volta improvviso e ancora più cattivo. A lungo, si sforzò di non dire nulla. Le avevo evitato di assistere a una nuova morte fisica ma le restava la rabbia profonda per il tradimento che non comprendeva. Comprensibilmente smarrita. Non disse niente. In quei momenti solo un piccolo dito, cinquanta grammi di carne, a tenermi formalmente in vita.
…Scricciolo, ti ho insegnato ad avere speranza. Non dimenticarlo mai. Non morire un’altra volta… Avrei voluto dirle, ma anche questo pensiero rimase solo mio. Alla fine non le restava che andarsene, non c’erano più parole possibili, doveva scappare:
“ Perché tutto questo? Non ti bastavo? “ Chiese col cuore rabbioso.
Lo so che non mi permetterai più di fare qualcosa per te. Non potevo rispondere.
“ Chi ho avuto vicino? “
Non ho mai commesso il peccato di non amarti.
“ Quante bugie inutili.“
Non ho mai commesso il peccato di non amarti
“ Fabrizio, chi eri veramente? “
Non potevo rispondere, né avrei saputo farlo.
Avrei voluto darle assai più di quanto ero e potevo e, per questo, forse avevo predisposto tutto per perderla. In effetti non mi disse altro, tutto il resto se lo portò via. Forse era quello che volevo.
Forse avrebbe dovuto pensare e riportare la sua storia su dei pezzi di carta, forse, se lo avesse fatto, tutto sarebbe andato diversamente. Forse…Si limitò a scrivere nel suo diario, in una pagina che non poteva portare data: “ Fabrizio, chiuso, finito.”
L’epilogo. Non avrei mai voluto rinunciare a Francesca. Sapevo che era la cosa più cara che mai avessi avuto, ma sapevo anche che doveva finire così.
L’ambiguità del pensiero non poteva essere contenuta e non riusciva a esprimersi meglio.
Santiago…Rivelli…Santez…Il cannocchiale…
Avrei dovuto mischiare ancora le carte, se mai ne avessi avuto la forza. Mi addormentai mentre il mondo si allontanava carico del dolore e della rabbia che avevo generato.
