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Capitolo 11

31 maggio 2010

Cap.  11

Senso del perduto…..Il senso del perduto leverà il respiro

Il tempo dell’ospedale fu opaco e temibile nelle visioni notturne che si susseguirono. Meno potevo muovermi, meno potevo agire per modificare le cose, più intensamente le visioni venivano a devastarmi. I sogni erano tutti parte della verità, non era neppure necessario interpretarli, era il dolore che esprimevano a farmi capire che erano parte della verità.

Avevo  mani e piedi come il ghiaccio, il freddo risaliva lungo la schiena e non mi permetteva di dormire. Veloci visioni che si accavallavano, confuse e chiare. L’aspetto più insopportabile era che esse rappresentavano inequivocabilmente la parte più oscura.

Sulla tolda di un piroscafo, sui ponti più alti e persi nella luce chiara e infinita, fra i camini bianchi della nave. Camminavo fino a perdermi, solo il celeste e il bianco della luce. Molto freddo. Un giorno che era domenica e tutti potevano svegliarsi più tardi, comprare il giornale e passare a prendere il millefoglie al Caffè Cavallini, attorno a mezzogiorno.

Nelle parti sottostanti della nave, altri degenti, tutti in vesti bianche, stavano organizzando una festa, uno spettacolo. Non avevo la forza per arrivarci e accomunarmi a loro. Peccato, perché avrei potuto dare consigli, su come fare. La dolce e materna infermiera mi offriva un piccolo bicchiere a calice, di bella forma ma di plastica:

“ Deve bere, se vuole guarire.”

“ Voglio guarire ma non voglio medicine. Lo sapete che non prendo medicine.”

C’era Anna seduta a guardare e non aspettava se non che la chiamassi ad aiutarmi. L’ultima cosa che avrei mai fatto.

“ Non si preoccupi, stia calmo. Faccia il bravo. Troveremo il modo. Senza medicine.” Diceva l’infermiera.

“ E non voglio pagare.”  Chissà perché precisai.

Nel delirio c’era anche Giacomo Terzi, non poteva mancare. Si preoccupava per me come se fosse il Primario, dicendo agli altri cosa fare :” Ci pensate voi? Posso stare tranquillo? Ora devo andare, ho promesso a mio figlio di accompagnarlo allo stadio. E’ importante.“

Tutti erano ossequientemente d’accordo su questa priorità. Ma io continuavo ad avere freddo.

Quanto avevo corso.

Senza mai accusare stanchezza. Avevo corso per curiosità, per disperazione, per paura. Per andare oltre e per cercare fino alla redenzione.

Se mai avessi potuto riportare indietro l’orologio del tempo – pur di non provare così tanto dolore – avrei rinunciato a ogni esperienza. Ma sapevo anche che quello era il prezzo, un prezzo duro quanto preziose erano state le sensazioni vissute.

Si susseguirono incubi e veglie deliranti e il pensiero di Francesca che sarebbe dovuta tornare a fare da sola.

Giovanissima, ragazzina. Voleva a tutti i costi raggiungere un ragazzo in campeggio, con pochi soldi e pochissimi vestiti e tanta curiosità di vivere. Costretta di lì a poco a ritornare a piedi, i sandali a pezzi, quasi come l’orgoglio. Cacciata e non voluta. Sudata e senza grazia, ogni passo un pensiero di rabbia, di vendetta, ma soprattutto di perdita. Francesca non voleva vedere se stessa e la sua pena sul ciglio di una statale. Nessuno passò di lì a prenderla. La vedevo muta nei suoi sogni, abbandonata da un amore giovane e inconsistente, appesantita dal sacco a pelo e nel cuore. “ Non capisco “ mi disse “ Le situazioni mi sfuggono di mano brutalmente,  lasciandomi fuori tempo. Ancora nella situazione precedente quando tutto cambia e la sconfitta si materializza. Come a una bambina cui si strappa un gioco di mano, rompendolo sotto gli occhi, senza un perché. Perché sempre a me? “

Io non potevo rispondere, era come se non vi fossi.

Ormai  donna, un uomo tutto suo,  finalmente un uomo solo per lei. Girava attenta e preoccupata per la torre, vicino al mare, dove voleva fondare la sua nuova vita. Mobili e oggetti raccolti con entusiasmo, libri ovunque. Sentiva il dovere di tenere tutto in ordine per quanto non sapesse da dove iniziare. La vedevo mentre comprava due soli bicchieri buoni da vino, per interminabili serate. Potevo spiare i loro momenti di ascolto vicendevole, qualche litigio superficiale suggestionato da frasi inadatte, mai un indizio di tradimento o inaffidabilità. Non esprimeva grandi pensieri e alternava frasi comuni a parole d’irraggiungibile tenerezza. Stava sistemando nella “ stanza di mezzo “ tante candele colorate per le loro serate, tutte indimenticabili in una soffusa complicità. In una notte di estate, con le finestre aperte e gli odori della città spinti dal vento marino di Ostia, queste si squagliavano  da sole, afflosciandosi malamente, quasi a deturpare i sogni. Vidi la cera fondersi sui mobili e i suoi desideri dissolversi di lì a poco.

Non potevo fare niente, era come se non vi fossi.

Era rimasta sola con la figlia piccola e provava a riprendersi una vita qualsiasi, pur di continuare.  Serate primaverili con un caldo già insopportabile. “ Francesca devi provare a uscire. “ La incoraggiavano. E lei seduta in un caffè per bene con i vecchi amici, un po’ di tempo sottratto a malavoglia alla figlia fra interminabili sensi di colpa. I corteggiatori belli, sorridenti e ripuliti, con leggeri pullover di cachemire portati in mano con ostentata trascuratezza, pronti a una fugace notte di trasgressione. Lei li osservava senza dare a vedere, avrebbe potuto scegliere per sé il più suadente, assaporando il curioso piacere dell’incontro, già malinconica per quanto le toccava.

Vedevo, ascoltavo, sentivo tutto il suo dolore, ma non potevo intervenire. Era come se non vi fossi.

I sogni lasciavano capire che non mi era dato più di fare qualcosa per lei. Troppo il tormento che avevo recato…IndifesaPaure, segreti, bugie, tutto quello che il comune buon senso avrebbe definito con una sola parola, tradimento. Troppo, troppo, troppo… E infine, vilmente, mi accucciavo nelle giustificazioni, se Francesca avesse voluto capire, se avesse voluto osare e sfidare sarebbe stato diverso…Forse…

Quando ero sveglio e cosciente, i pensieri non erano più compassionevoli di quando mi ritrovavo nei sogni.

Lasciai dopo un mese l’ospedale e tornai a casa. Trovai tutto sotto sopra. Tutto in disordine, tranne la solitudine. Anna e i ragazzi e Francesca avevano rovistato nei cassetti, forse per trovare carte che non potevano aspettare, avevano profanato ogni mio segreto. Per quanto ambiguo, mio.

La convalescenza fu lunga, fino a una calda Pasqua, prigioniero di un odioso pigiama rosso, io che non ne avevo mai indossato. Una dolce primavera palermitana di cui non mi accorsi.

Il corpo si riprese piano piano per restituirmi forme più snelle, di più giovanile dolore. L’anima, ancora non sapevo.

Ritrovai la foto scattata da Rivelli, qualche anno prima. Più grasso, un sorriso inconsapevole e deficiente, la giacca sulle spalle, il giorno dopo avrei avuto da fare.

Poi cercai il cannocchiale, avrebbe dovuto essere lì vicino, nello stesso cassetto. Non c’era. Nessuna traccia, né il cannocchiale, né il panno rosso. Forse lo avevano inavvertitamente spostato, in fondo non mancava niente. No, non c’era. Telefonai a Roma e chiesi a Monica, era sicura di non averlo mai visto. Nessuno ne sapeva niente e sicuramente nessuno lo aveva preso, Da qualche parte doveva essere, ma non riuscivo più a trovarlo. Per quanto folle, non potevo essermelo inventato.

Ma era sparito.

Le tasche vuote,…Prima di riprendere il cammino.

Non potevo ancora spostarmi da Palermo ma sentivo ogni giorno Monica per telefono. Per quanto fossi sommerso dal disordine mentale, decisi che avrei dovuto dedicare più tempo e parole ai ragazzi, per salvare il salvabile e pagare almeno quel dolce debito. Dovevo riconoscere che, in fondo, loro non avevano mai chiesto niente.

“ Stai mangiando Monica? “

“ Sì papi, sto mangiando.“

“ Mamma mi dice che non mangi.“

“ Non è vero, sto mangiando.“

“ Un yogurt al giorno.“

“ Mi basta, sto bene.“

“ Un yogurt al giorno non puoi dire che stai bene. Vorrei fare qualcosa. Di più.“

“ Di più? Ma io non ho bisogno di niente.“

“ Mamma dice che vomiti dopo aver mangiato.“

“ Eh. Sto bene papi, te lo assicuro.“

“ Capisci che significa? “

“ Non significa niente. Ti assicuro sto bene.“

Monica stava bene, cosi aveva detto. E mi toccava sopportare le telefonate spropositate e sempre frequenti di Anna.

“ Sai cosa ha detto Monica? “

“ No. Che cosa ha detto? “

“ Che da quando hai conosciuto Francesca, sei diverso.“

“ A te non deve interessare. E comunque è finita. Una storia conclusa.“

“ Sì. Ma lei ha detto che vuole fare qualcosa. Vorrebbe parlarle.“ Chissà quale sadismo.

“ Parliamo di cose serie.“ Cambiavo discorso.

La cosa m’inteneriva. Non che ritenessi realistico e fattibile l’intento di Monica, ma m’inteneriva. Non le avevo mai parlato di Francesca e lei aveva lo stesso percepito. Le avevo attentamente nascosto, ma lei aveva percepito. Il contrario di quanto fossi stato capace di fare io, con i figli.

Decisi di chiedere a Gianni e Monica di stare qualche tempo a Palermo. E i ragazzi sorprendentemente dissero subito di sì. All’inizio, presero l’invito come una vacanza e a me non restava che cercare di assecondare ancora i loro capricci. Poi, iniziarono a capire che per vivere la nuova situazione avrebbero dovuto dare qualcosa in più.

La mancanza di un lavoro stabile e continuo mi permetteva di poter decidere del mio tempo, anche se non potevo modificare uno stile di vita che mi aveva sostenuto per più di venti anni. Scrivevo sull’agenda i rari appuntamenti professionali e per questi progettavo improbabili soluzioni.

Avevo più tempo per i ragazzi. Mi piaceva averli con me la sera, preparare una pasta per Gianni e l’insalata per Monica e fumare una sigaretta, ciascuno con i propri sogni. Monica sembrava più decisa e a volte irascibile, Gianni in genere evitava di ingaggiarsi. Era difficile che dopo cena muovessero un dito per sparecchiare e alla fine mi rassegnai anche io a lasciare tutto in disordine fino alla mattina dopo.

“ Adesso uscite? “

“ Si andiamo fino al teatro di Verdura.“ Monica si pettinava avanti al piccolo specchio, l’unico che avevo in casa. Gli occhi grandi e neri, scavati nella magrezza del volto. Le osservavo la gonna che mi sembrava troppo corta, e le belle gambe lunghe; le ginocchia un tempo tornite ed ora troppo ossute. Ma non potevo dire niente.

“ Quando tornate cercate di non svegliarmi.“ Contai i soldi che potevo dargli.

“ Dici così e poi ti troviamo sveglio.“

“ Non è che ci posso fare niente.“

“ Tu hai sempre detto che si può riuscire in tutto, se si vuole.“ Reagì Gianni.

“ Che vuoi dire? Sì. Ho sempre pensato che fosse così. Ma a volte è più difficile. Non riesce.”

“ Sì può fare o non fare tutto? “  Esigeva una risposta.

Monica aveva lasciato la spazzola e ci osservava,  presa da quella disputa a fil di voce, sommessa e potente.

“ Io vado avanti. Non mi fermo.“

“ E chi dice che ti sei fermato? Non ho detto che ti sei fermato.“

“ Vedi? “

“Però c’è una cosa.“ Aggiunse Gianni.

“ Cioè? “

“ Niente lascia stare.“

“ No, no. Dici. M’interessa.”

“ Sei cambiato. E’ tutto cambiato. “

“ Bé, questo lo sapevamo. Tutti sanno che tutto può cambiare.“

Fu una lunga pausa, poi Gianni riprese a parlare, cosa che non faceva spesso.“ Mi dispiace vederti così. Ti preferivamo come eri prima… Per noi… Egoisticamente. Ma non per i soldi. Un po’ più normale e più tranquillo.“

“ A volte non si ha subito la soluzione.“

“ Io vorrei aiutarti… Ma non so proprio cosa fare.“

“ Non sono i figli che devono aiutare i padri. E’ il contrario.“ Risposi come convinto.

“ Sei sempre con una faccia… Strano…Triste… Non parli…E non posso fare niente.“

“ Non ti preoccupare. Qualcosa farò. “ Ma avevo percepito tutto il dolore impotente del ragazzo per quella che vedeva essere la mia vita. E anch’io non potevo fare di più per lui e restituirgli il padre di cui aveva bisogno. Quante cose avevo visto e sottovalutato. Alla fine di quell’intenso e amorevole confronto, continuai a osservarlo di nascosto. Alto e dinoccolato, i capelli biondi lunghi e lisci come un profeta, orecchini e piercing, mi accorsi improvvisamente di quanto fosse cresciuto diverso da me, diverso da come avrei immaginato e voluto. Aveva trovato sue forme da solo, senza il mio sostegno, oltre i miei progetti. Sapevo di amarlo, ma non sarei potuto più entrare in lui.

Monica si raggomitolò a me e non capivo se per darmi calore o prenderne. Mi cercò la mano e ricordai che era la stessa che tenevo venti anni prima, quando piccolissima le veniva la febbre. Notti passate accanto a lei, senza ansia e fretta. Adesso non riuscivo a sentire nulla di caldo.

“ Tanto ti vogliamo bene anche così, papi.“

“ Lo so Monica, anch’io ve ne voglio “.

“ Papi? “

“ Mmm… Che c’è?”

“Dove sei papi?”

“Sono qui Monica, sono qui. Dove vuoi che sia? Adesso andate, altrimenti fate tardi. E comunque, quando tornate cercate di non svegliarmi.“ Conclusi pieno di dolore.

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Giobbe non vede ...

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