Capitolo 3
Cap III
Or poiché al nostro cavalier di ventura,
quando pensava o vedeva o immaginava
gli pareva che fosse e accadesse proprio
come le cose che aveva appena letto, si
figurò che (quel luogo) fosse un castello
con le quattro torri e lor cime di fulgido
argento…
Miguel de Cervantes:
Don Chisciotte della Mancia.
Dal profondo del pelago, richiamati dalla nostra intrusione, che come poi si dimostrò era molto attesa, affiorarono grandi cetacei le cui immagini erano confuse dalla stessa nebbia d’acqua polverizzata dai loro salti.
Era uno spettacolo gioioso, ma pieno di mistero come se l’isola, non avendo abitanti, avesse scelto per accoglierci questa specie di rito.
Greta saltò sul ponte con un grido di sorpresa:
– Guarda – esclamò sembrano volerci salutare, è quello che i delfini fanno in alto mare. – I grandi pesci avevano occhi umani e lunghe code. Non partecipai alla gioia di Greta, anzi mi sembrava che quella danza fosse una dimostrazione di ripulsa.
Greta assumendo un tono saccente affermò: – Sono lamentine, una specie di sirenidi. Le ho viste in un servizio fotografico del National Geographic.
Da un mare in cui alle trasparenti acque frequentate di pesci d’ogni colore, si alternavano fosse oceaniche blu cobalto, poteva emergere di tutto.
Qualcosa che aveva a che vedere con le storie lette e mal digerite durante il viaggio mi rendeva però sospettoso, e se quell’isola cui eravamo approdati fosse proprio Anthemoessa, l’isola delle sirene? Mi ritornarono alla mente brani delle mie letture: «essa è dominio di Circe e le sue terre sono cosparse delle ossa calcinate dei marinai perduti».
Comunque, fino a quel momento, non c’era stato un solo gesto d’inimicizia dei cetacei.
Mi affacciai dalla battagliola per guardare meglio, ma mi ritrassi subito come respinto da una scossa elettrica.
– Ora che c’è? Non avrai timore di queste creature, sono belle e pacifiche, molla il tender e sbarchiamo!
Per quanto assurdo non riuscivo a liberarmi da una sorta di paura. Mentre ci calavamo nella pedana di poppa un raggio di sole illuminò il metallo dei candelabri della battagliola e Greta scomparve per riapparire tra le lamentine, come se una di loro si fosse appropriata delle sue fattezze, per lo meno per quello che riguardava il viso.
Una scena che mi sembrava di aver già vissuto.
A questo punto il mistero si dilatò come una sottile nebbia, come fa la follia quando aggredisce la mente.
La sirena, per quanto incredibile, comincio a parlarmi:
– Sei nel giusto – sussurrò con un volteggio ch’era il suo modo di comunicare – siamo sirene, per chi è capace di comunicare con noi. – Mi stropicciai gli occhi.
Le parole di quella creatura mi raggiungevano telepaticamente.
Va considerato inoltre che, anche se era logico interpretare il fenomeno come un incubo, frutto di ciò che eravamo stati costretti a vivere per giorni e giorni, il messaggio fosse quasi reale e in linea, con le letture che lo avevano anticipato.
– Dugongo, lamentine – ripeté seccamente Greta, ch’era riapparsa sulla plancia, provocando la scomparsa dell’altra.
– Che hai, sembri ipnotizzato?
– Sono stanco, tra i cetacei mi è sembrato di vedere una sirena, – aggiunsi timidamente – potremmo aver raggiunto un’isola famosa per esserne il rifugio, Anthemoessa – recitai d’un fiato.
Mi guardò come si guarda un pazzo.
– Manteniamo la calma, ma che ti succede? Hai preso un colpo di sole? Quelle non sono che lamentine, dugongo, pesci… che di solito vivono nei mari tropicali. Cerca piuttosto di scoprire dove siamo.
I problemi che ci assediavano ci portarono alla saggia decisione di rimandare lo sbarco al giorno dopo.
Il sole tramontò e il giorno si spense, e così il confine tra cielo e terra, presto il velo superiore fu lacerato da mondi illuminati che chiedevano spazio.
Sotto quella volta infida riacquistammo fiducia: il mare, acceso da anemoni e meduse forniva le prime certezze. Ero contento di essere lì a godere di quell’attimo, prima che qualcosa me lo sottraesse: sentii, forte, il richiamo della vita.
– Uno spettacolo incredibile – disse Greta fissa al cielo – non ne senti l’armonia?
Io invece l’odiavo, odiavo il cielo pieno di misteri insolubili così come amavo il mare e le sue creature tra cui prima o poi avrei nuotato. Tenendole la mano guidai Greta sottocoperta. Nel dormiveglia fui svegliato da una voce: – Fuggi li pesci canati che ingozzano membra e financo le ossa – diceva – …I Wanna, wanna love… She don’t want. Cuidado Circe no quiere.
Mi alzai terrorizzato. Tutto questo era chiaramente un incubo di cui era dolce però farsi preda, anche perché quella che avevo intravisto, era una creatura bellissima con gli occhi viola di Greta e il corpo di sirena. Se era vero quanto avevo letto sui libri mitologici, le sirene non possono innamorarsi dei marinai né rispondere alle loro domande. Se era la sirena a parlare, lo faceva in segreto, contro il volere della sua padrona Circe. Lei quindi rischiava molto, addirittura la vita: un bene difficile da rifiutare, specie a quelle latitudini dove vale mille e mille esistenze.
L’alba montò uno spettacolo di colori: apparvero i rossi per virare al violetto, che s’imbarbarì nel topazio fino al sorgere del tondo giallo del sole.
Osservavo lo spettacolo in attesa che comparissero le sirene, ma quando le acque si agitarono, denunciandone la presenza, mi colpì un crampo al ventre come se una mano fosse venuta a strapparmi le budella. Nella baia le acque si erano fatte turbolente ma non era il vento ad agitarle bensì li pesci canati con i piccoli occhi cattivi che attaccavano qualsiasi forma vivente.
Io non potevo vedere cosa in realtà succedeva ma soffrii quella battaglia marina come fossi in acqua. Quando tornò la calma, mi sembrò di sentire il pianto delle sirene scampate alla mattanza.
Greta non aveva visto ne sentito nulla perché non è concesso a tutti ricevere il messaggio, che invece è raccolto da chi, come me, era evidentemente destinato all’incontro.
Altri avrebbe detto che quello che udivo era l’arcinoto appello di Circe, a cui non si sfugge neanche tappandosi le orecchie…
