Capitolo 4
Cap. IV
Greta decise che saremmo scesi entrambi, incurante del mio rifiuto a lasciare la barca incustodita.
– Hai detto che l’isola è deserta e non saranno certo le tue sirene a portarcela via.
– No, ma è sempre un errore abbandonare la barca – protestai – in ogni caso, prima di scendere, smonterò il timone e salperò le cime dalla riva.
Sbarcammo con lo Zodiac che tirai bene in secco, togliendo le candele del fuoribordo per metterlo fuori uso. Lo stesso avevo fatto col motore dello swan.
Greta osservava la foresta rapita dalla sua bellezza.
All’ombra delle palme crescevano i grandi philodendrum, che si arrampicavano sui tronchi, sotto, il calladium copriva con le sue foglie screziate l’humus ricco di potassa.
– Sei certo che non ci siano serpenti? – chiese Greta inoltrandosi tra le felci alte.
– Nelle isole non dovrebbero essercene di velenosi, fatta eccezione per quelli marini.
– Meglio comunque la selva che marciare nel bagnasciuga dove alle tue immaginarie sirene potrebbero sostituirsi veri squali.
Quasi ne avesse raccolto la provocazione, la mia sirena si affacciò dal bosco di mangrovie. Ne vedevo solo la testa che riproduceva le sembianze di Greta come avesse il dono dell’ubiquità.
Mi chiedevo se fuori dall’acqua si muovesse a fatica o se, al contrario, avendo preso forme terrestri fosse in grado di affrontarci.
Ma non successe nulla. Greta che si era allontanata per raccogliere le noci di cocco venne a distendersi sulla sabbia, s’era tolto il pareo, il suo corpo nudo imperlato era un’offerta sacrale.
– Vieni qua – disse aperta come un fiore – baciami, non lo hai fatto da tempo. – Mi inginocchiai e iniziai a baciarla, ma il desiderio era scomparso, congelato, dall’apparizione dell’altra, fare l’amore con Greta l’avrebbe mortalmente offesa, ne avrebbe scatenato le ire, mi dissi, per giustificare la mia impotenza.
Greta si era levata e liberatasi di me s’era rivestita.
– Andiamo – mi sollecitò – in queste condizioni non potresti soddisfare neanche uno straccio di sirena. Andiamo a raccogliere altri frutti.
Mentre Greta si avviava io sbirciai dall’altro lato della foresta dove l’altra, di spalle, parlava con qualcuno che non vedevo ma di cui potevo ascoltare le parole.
– Cosa vorrebbero da noi – stava dicendo l’uomo – perché non li convinci ad andarsene?
– Ma sono appena arrivati e tu, per primo sai quanto sia difficile lasciare l’isola una volta che ci approdi.
– Guarda bella mia – insistette quello, che dall’accento volgare doveva essere un marinaio dei bassifondi di un porto europeo – guarda che non ti lascerò fare quello che ti pare… e poi quei due non sono così innocenti come credi, specie lui che secondo me è uno di quelli che indagano sull’esistenza del vecchio Regno, mettendo così in pericolo il segreto sull’ubicazione dell’Isola.
Mi guardai intorno, Greta (era chiaro che non aveva udito niente) si lasciava rapire dalla bellezza d’enormi farfalle con le ali dipinte da colori e disegni più intriganti di quelli riportati nella mappa di Piri Reis.
Ecco, realizzai, il marinaio sembra sapere qualcosa su Atlantide e la sua ubicazione. Ma che gioco fa lei?
– Vieni – sollecitò Greta che mi precedeva di qualche passo – vieni a vedere le meraviglie con cui la natura dispiega le ali.
– Ma taci! – esclamai in un grido soffocato, perché mi aveva impedito di raccogliere la risposta della sirena al marinaio.
Dovevo riflettere, se quello che avevo visto e udito era vero, l’Isola era abitata e non solo da sirene.
Rientrammo a bordo carichi di frutta, ma non riuscii a convincere Greta a lasciarmi andare per una escursione. Non voleva rimanere sola sullo swan e io, nonostante la mia infatuazione, ero restio ad affrontare il buio, in un’isola di cui ignoravo tutto.
Solo al mattino, con una luce accecante che illuminava il paradiso, mi decisi ad una solitaria esplorazione.
Armato della pistola a razzi e di un lungo coltello mi apprestai a sbarcare.
– Ne approfitterò anche per cercare qualche farinaceo; mi sembra d’aver visto qualcosa di simile alla manioca. Tornerò prima di sera. Se non mi vedi aspetta tre giorni, ma se non do segno di vita, disancora lo swan e parti.
– Ma sei matto, come potrei intraprendere il viaggio in solitario, e poi se l’isola nasconde tanti pericoli, perché vuoi affrontarli da solo?
Dovetti cambiare i termini del mio discorso e rassicurala che avevo scherzato e che a Anthemoessa, o come si chiamasse l’isola, non c’era alcun pericolo per noi.
– Comunque era bene che tu conoscessi la rotta di ritorno: è la rotta opposta a quella da cui siamo venuti. Ricordo che navigavamo per 240°, quindi per tornare bisogna navigare per 120°.
– Non voglio neanche prender in esame questa possibilità – disse Greta, vai e torna presto.
Mi baciò, era da giorni che non lo faceva, ma le sue labbra mi sembrarono fredde come quelle di un vampiro.
Saltai sul battellino e filando una cima che avevo legato allo swan, remai fino alla spiaggia. Misi infine i piedi sulla sabbia che era rosa e spandeva una patina oleosa sulla pelle, un piacere che può gustare solo chi, per mesi, non ha messo piede a terra.
Recuperando la cima, che avevo fatto scorrere nella rotella del pulpito, rimandai il tender sotto bordo e mi accinsi ad esplorare la baia.
Vista da terra la prospettiva cambiava.
L’isola era unita da un istmo sottilissimo ad una terra più verde.
L’alta marea a volte lo tracimava e ne faceva due.
Dalla foresta spuntò una famiglia di lemuri, piccole scimmie, dalle lunghe code che forse erano gli unici abitanti del luogo.
Avevo portato con me una bussola, ma mi accorsi subito che l’ago impazzito non rispondeva al richiamo del nord: il che basterebbe a testimoniare della magia del luogo, anche se quel fatto può essere spiegato dalla carica magnetica dei due picchi dell’isola. Il promontorio nascondeva la vista dello swan. Mi ritornarono in mente la lunga strada e le ragioni che m’avevano spinto ad abbandonare l’Europa, il mondo inquinato da residui atomici, le caserme abbandonate dall’Armata Rossa, i rifiuti… Quelle riflessioni mi riportarono all’infanzia, ad un bambino nella cui immagine mi riconoscevo senza però intuirne i pensieri: un estraneo. Non ricordavo quegli anni, né come ne avessi vissuto le speranze e le paure. Tutto faceva di me un orfano e un uomo senza passato. Era forse quello che mi costringeva oggi a vivere un presente immaginifico come lo erano i ricordi? Ma cosa c’entrava un’infanzia infelice con la stranezza di quanto stava accadendo ? Il fatto poi che non potessi parlarne con Greta aumentava la mia angoscia.
Cancellai le immagini che si erano presentate alla mia mente e rituffai gli occhi nelle chiome delle palme che ondeggiavano ai piedi della montagna confondendosi con il verde delle mangrovie. Tanto bastò a ricomporre il respiro e a riacutizzare l’olfatto, congelato dalla paura, al profumo, quel sapore-odore subito carpito da chi mette piedi ai tropici.
Lasciando lo swan, avevo deciso che mi sarei immerso per andare a cercare la sirena Greta, ma ora la paura mi paralizzava.
Indugiai a lungo prima di proseguire verso l’interno, lasciandomi attirare dall’ombra di un boschetto dove crescevano cespugli ricolmi di bacche.
Accogliendone l’offerta ne mangiai in abbondanza e quelle mi regalarono un sonno pieno d’incubi. Non so quanto tempo trascorse ma, a sera, , mi risvegliai con la bocca impastata e la mente confusa.
Mentre ero in attesa che comparissero le devastate costellazioni del cielo, ebbi la sensazione di sdoppiarmi e che una parte si allontanasse dal corpo.
Così raggiunsi l’altopiano dove dovevano essere le case o i nascondigli delle sirene. Vagai a lungo tra quelle rocce che sembravano esser poste a guardia dei luoghi. Alla fine, accarezzandone con la mano le protuberanze, trovai un maniglione di metallo che apriva la porta di una grotta. Per un attimo l’osservai senza avere il coraggio di toccarlo ma era l’unico manufatto moderno e se era così avrei trovato altri segni della presenza umana. Mi feci coraggi ed avanzai. Davanti ai miei occhi apparve allora una grande casa con le pareti ricoperte di muschi e felci. Dentro c’era anche un giaciglio imbottito di erbe. Ne sollevai un pugno: erano secche e si dissolsero in polvere.
Da una finestra, inaspettatamente protetta da un vetro, la vista spaziava su una vallata che sembrava piena di luci. Forse, era solo il riflesso delle stelle apparse in cielo per ricondurmi alla realtà.
Mi guardai intorno, quel luogo non era frequentato da anni, sulla parete di fondo, illuminato da un occhio di luce che veniva dall’esterno, c’era un cubicolo stretto e basso che ospitava un baule di legno. L’osservai emozionato.
Febbrilmente, iniziai a forzare la chiusura di metallo arrugginito che cedette subito.
Dentro trovai dei fogli ingialliti ch’era poi quanto ci si aspetta in simili casi.
Il documento parlava del tentativo dei naufraghi dello Yorkshire, un bastimento del secolo scorso, di abbandonare l’Isola dove il piroscafo era arenato.
«lo faremo usando le scialuppe salvate dal naufragio e mettendoci ai remi.
La difficoltà non è tanto quella di riprendere il mare, quanto piuttosto quello di ritrovare il punto di uscita da questa specie di arcipelago stregato, dove le correnti costringono le navi a navigare in circolo facendo perdere al timoniere la rotta.»
Raschiai il fondo del baule sperando di trovare altre notizie perché, se avevo capito bene era quello il problema che avremmo dovuto affrontare al momento di abbandonare l’isola.
Poche righe, aggiunte frettolosamente nel diario, accennavano alla possibilità di affidarsi al rayo verte, il raggio conosciuto da tanti marinai, per ritrovare la rotta.
Rilessi lo scritto con attenzione. Dunque un raggio verde, che precipitava al tramonto dai picchi dell’isola, poteva indicare la via d’uscita.
Di questo tipo di storie ne avevo letto tante, ma l’ipotesi di una linea che congiunge la terra al mare m’era sempre apparsa come un concetto filosofico più che un fatto reale. L’uomo comunque in caso di necessità non si ritira davanti alla ricerca per quanto astrusa sia. Non esclusi che prima o poi, anch’io, avrei scalato i vulcani dell’isola alla ricerca della luce salvifica. Per quel giorno ne avevo abbastanza i pensieri mi affollavano la mente, diedi uno sguardo alle ultime righe:
«ieri abbiamo affrontato la scalata della sciara di cenere ma prima di arrivare in cima siamo imbattuti in una miniera di quarzi e diamanti che ci ha distratto dalla ricerca del raggio. Quella miniera può fare ricco l’intero equipaggio di una nave.»
Gli altri fogli ingialliti dal tempo erano illeggibili. Feci un salto di gioia.
La ricerca si faceva affascinante, dovevo rientrare sullo swan e organizzare una spedizione. Raccolsi le carte e me l’infilai sotto la camicia.
Uscendo sulla terrazza di legno, sospesa sul baratro, mi trovai immerso nelle voci dell’isola, sembravano grida di animali, urla di uomini prigionieri, forse non erano altro che il sibilare del vento che s’infilava tra le gole della montagna.
Qualcosa mi spingeva indietro ricacciandomi nell’antro che ora mi sembrava un luogo protetto in cui rifugiarsi. Una magia aveva trasformato i suoni minacciosi della foresta in una musica avvolgente che m’invitava ad entrare e, come un insetto attirato nella luce del fuoco, corsi ad inginocchiarmi davanti alla creatura apparsa nel cono di luce.
Era certo una delle tante sirene di Circe, ma anche donna, una creatura bellissima dotata degli stessi occhi viola di Greta.
– Dove credi d’andare? – mi affrontò come se dal momento del nostro incontro mi considerasse cosa sua.
– Questo mondo – lo disse come ce ne fosse un altro, di cui avevo inconsciamente superato i confini – è governato da Circe che ha potere assoluto su tutte le creature che vi approdano. Io sono qui per proteggerti, perché se solo ne incroci lo sguardo dimenticherai il mio volto, non vedendo che Circe, che è l’estrema finzione.
Mi condusse verso il giaciglio da cui veniva un intenso profumo di fiori.
Se percepisco gli odori, mi dicevo, non sono in un sogno ma in una realtà diversa, pervenutovi attraverso l’artificio della droga, ma che certo può essere raggiunta per altre vie.
– Ma tu perché fai questo? – le chiesi – perché ti prendi cura di me?
E quella immediatamente arrossì, abbassò lo sguardo, tornò a profumarsi da sirena riprendendo gli odori del salso.
Dai veli che la vestivano occhieggiavano i seni, dai capezzoli contornati di verde, tanto che fu chiaro che lei, come le altre, avesse bisogno dell’uomo, merce rara in quel mondo.
Mi sentii attratto irresistibilmente da lei, come non avessi più volontà né potere di decidere. Mi sembrava fosse la mia donna da sempre.
Nei giochi d’amore era instancabile ed io non lesinai gli assalti.
Scese, allungando disperatamente le figure, l’ombra della sera.
Nell’antro entrò poi, tremula, la luce delle stelle.
La sirena abbandonò il letto per immergersi in una cascata d’acqua che scendeva lungo la parete. Rientrato nel suo elemento il corpo splendeva di luce propria.
Avrei voluto parlarle del mondo da cui venivo, descriverne la bellezza che, certo, lei non aveva mai visto.
Uscì dal fascio d’acqua come avesse raccolto i miei pensieri.
– Circe afferma che sia impossibile abbandonare l’isola, che, a tentare la fuga, ci si ritrova vecchi, prossimi alla morte: finché sarete nel Regno né male né morte potranno toccarvi, ma guai a chi solo tenta la fuga.
L’antro era ora illuminato solo dalla luce della luna che pioveva dall’alto.
– Io non so quanto sia vero quello che dice, ma voglio raccontarti una storia che tutte conoscono. È la storia di una sirena che s’innamorò d’un marinaio, Jim, naufragato sull’Isola al tempo del grande maremoto. Lui aveva saputo affascinarla con la descrizione di un mondo diverso pieno di palazzi di cristallo. Avevano quindi affrontato la fuga affidandosi ad una scialuppa scampata al naufragio ma, giunti al punto di uscita – dunque anche lei confermava che ce ne fosse uno – la sirena sentì sulle spalle il peso degli anni, vide la pelle avvizzire, le ossa irrigidirsi e farsi fragili, i capelli imbiancare. Fu ripresa dal mare. Il nostromo impazzito dal dolore fu condannato a vagare sul mare a bordo di un veliero fantasma.
Avrei voluto dirle che quel racconto assomigliava ad un vecchio film, ma non avrebbe capito.
– Queste sono storie – protestai – tu non devi accettarle. – Mi guardò dubbiosa come cercasse in me certezze, che non potevo darle poi, con un trillo, simile a una cascata di diamanti si allontanò ed io, traslato in un flash di luce, mi ritrovai in quel corpo, che giaceva assopito ai piedi della parete di basalto da cui ero partito.
