Capitolo 6
Cap. VI
Ritornati alla baia delle bacche ci sdraiammo sulla sabbia bianco- rosa dove il blu si annacquava nell’azzurro pastello.
– Decidiamo cosa fare, – dissi con la testa appoggiata sulle mani, lo sguardo rivolto al cielo ad inseguire le nubi – penso che, come prima cosa, dovremmo dare la scalata ai picchi, uno ce l’ho proprio alle spalle, e attendere l’apparizione del raggio verde per stabilire l’angolo con cui entra in mare. Ci vorrebbe un telemetro, sullo swan dovrebbe essercene uno.
– Dovremo scalarli entrambi? – chiese lei, girando lo sguardo sui vulcani gemelli.
– Certo, solo così con le due triangolazioni avremo le coordinate per individuare il punto di fuga o d’entrata in queste terre.
Greta rotolò verso di me e mi abbracciò col corpo pieno di sabbia e di voglia. Ma io avevo altri pensieri nella testa, soprattutto fretta di tornare allo swan e organizzare le spedizioni.
Mi alzai in preda ad un presentimento e presi a correre superando la scogliera dietro cui avevo ancorato l’Intolerance, facendole cenno di seguirmi.
All’improvviso i miei passi rallentarono e, mentre Greta mi raggiungeva, ci accorgemmo che lo swan non c’era più: per quanto incredibile s’era disancorato ed era stato portato via dalle correnti.
Non c’erano altre ipotesi, nell’Isola non c’era nessuno che avrebbe potuto prenderlo.
Ciò nondimeno la scomparsa si faceva più grave ed angosciosa, bisognava ritrovarlo sperando che non si fosse andato a schiantarsi nei banchi di corallo che circondavano l’isola.
Ora Greta avvinghiata alle mie spalle tremava come chi tra le onde perda il salvagente cui è affidata la sua salvezza, dovevo ragionare, era troppo tardi per iniziare la ricerca, e si presentava un’altra urgenza: quella di preparare un ricovero per la notte. Le foglie di palma cadute dagli alberi, rinforzate con quelle verdi, ci aiutarono a metterlo su in poche ore. Per fortuna avevo con me un grande coltello che era anche l’unica arma nelle nostre mani contro un’eventuale aggressione.
Ma chi poteva assalirci? Magari Circe o, se quanto avevo ascoltato nella foresta era vero, qualcuno degli naufraghi sopravvissuti al grande tsunami. Ma quelli a quest’ora erano altro che morti e secondo quanto scrivevano i libri le sirene potevano accoppiarsi ma non procreavano.
Io ero certo che oltre noi e le sirene sull’Isola non ci fossero altri.
La notte si avventava a coprire il cielo, dilaniando l’azzurro con un turbinio di stelle. Decisi di accendere un fuoco, per proteggerci da eventuali attacchi di fiere.
Avevo con me un accendino che non sarebbe durato in eterno, dovevo cercare di accendere il fuoco come fossi un indio della Amazzonia.
Tentai di far nascere la fiamma facendo ruotare strofinandola tra le palme delle mie mani un’asticella puntata contro il cuore di un tronco. Come Dio volle, la fiamma si levò da un batuffolo di liane e radici asciutte: tra le mie mani che la ostentavano, come fossi un sacerdote, apparve la luce.
I nostri volti ne erano arrossati. Gettai uno sguardo alla volta celeste che ci sfidava con miliardi di occhi. Si!, avrei ritrovato l’Intolerance e, con lui, il punto di fuga.
I lemuri impauriti protestarono dalle propaggini della foresta ma, insieme arrivò un grido straziante che poteva essere quello di una iena o il lamento di una sirena. Quei suoni, più che il desiderio, mi spinsero tra le braccia di Greta che reagì svogliata, come ne avesse abbastanza.
Ci svegliammo che il sole era alto, al suo morso si opponeva una brezza che entrando dal mare andava ad agitare le chiome dei palmizi. Scoprii che madre natura aveva arricchito la spiaggia con una sorgente che affiorava tra le rocce per raggiungere con un fiotto il mare. Se non fosse stato per la paura di essere confinati per sempre in quei luoghi, poteva sembrare una vacanza.
Mangiammo banane e frutta.
– Sei pronta ad affrontare la scalata al picco? – chiesi a Greta intenta a curare la pelle aggredita dal sole con l’acqua di cocco – se vuoi, puoi aspettarmi qui.
– Ancora non hai capito che ti sarà difficile liberarti di me – rise preparando una borsa con noci di cocco per dissetarci durante l’arrampicata. Erano normali, rotonde, non avevano le forme di quelle trovate in alto mare.
Intanto Greta si era fasciata la testa con un pareo, facendone una specie di turbante, pantaloncini corti e le indistruttibili Nike ai piedi.
Lasciammo la spiaggia seguiti da un gruppo di lemuri che sembravano studiare i nostri movimenti, avevano una testa umanoide, come quella di ET, e occhi curiosi.
Affrontammo le prime propaggini di rocce nere.
La prima parte del percorso si presentava come una brousse, spinosa e ingiallita che finiva per cedere alle ceneri del vulcano spento.
Faceva molto caldo e il manto nero attirava tutto il calore che gli alisei trasformavano in nubi. Ma erano quelli, i venti?
– Da questa parte è impossibile raggiungere la cima, dovremo aggirare il picco – osservai.
Greta si era fermata e asciugava il volto che era una maschera rossa.
– Ma chi ti ha detto che da lassù vedremo il raggio verde? E poi: chi ci dice che il punto dove finisce in mare sia quello giusto?
– Nessuno, a parte i documenti trovati nella grotta e il fatto che dovrà pure esistere un’uscita, la stessa da dove l’Intolerance è entrato.
Aggirammo la montagna percorrendo un piccolo sentiero, scavato dalle mani dell’uomo, che portava ad una specie di terrazza ai confini del cielo.
Quando vi giungemmo si accese il tramonto con un trionfo di rossi e viola che accompagnavano l’enorme disco nella discesa. Gli occhi di Greta mi sfidavano come a dire che non succedeva nulla, poi, all’improvviso, proprio mentre il sole scompariva, un raggio verde aggredì le ombre che galoppavano l’orizzonte finendo in mare.
Era uno spettacolo incredibile, bellissimo.
Non avevo un telemetro ma calcolai con una certa approssimazione l’angolo tra la perpendicolare del primo picco e la linea precipite del raggio.
– Eureka! – gridai come un bambino.
Il fenomeno non era ancora finito che la Luna attrasse le acque creando una zona di bassa marea da cui emersero, come pronte a riprendere il mare, le navi travolte dallo tsunami.
Rimanevano fuori i fumaioli e le strutture rutilanti di acqua che movimentava la scena.
– Hai visto anche tu? – chiese Greta indicando con un dito il punto lontano.
– Si! Deve trattarsi delle navi trascinate dall’onda al momento dell’esplosione del Krakatoa.
Quando un vulcano sprofonda, spiegai, provoca un muro d’acqua che spazza il mare. A volte le navi vengono sollevate ma restano a galla, altre volte l’onda le trascina con se portandole ad infrangersi sulle scogliere o all’interno dei continenti. Quelle si sono schiantate sulla barriera corallina, come catturate da un’enorme ragnatela. Greta si strinse a me, aveva freddo.
Decisi di intraprendere la discesa prima che le tenebre ce lo impedissero.
Mentre scendevamo scivolando lungo la sciara segnata dai solchi delle piogge pensavo a come raggiungere i relitti. Arrivati alla capanna, riattizzai il fuoco e ci chiudemmo dentro oscurando l’uscio con un sipario di foglie di palma.
– Devo costruire una zattera e raggiungere il cimitero delle navi, potremo recuperare qualche strumento rimasto integro e scoprire cosa è successo in quest’isola.
– Per i tronchi non c’è problema – disse Greta – ma come li legherai insieme?
– La foresta pluviale, quella dietro il picco dell’isola gemella, ha liane e barbe vegetali da intrecciare, con cui avvolgere un intero veliero. Portandoci al largo, superato il sipario della scogliere degli isolotti, potremo poi scoprire dove si è andato a cacciare lo swan, non può essere affondato. Domani ci metteremo al lavoro. Ora cerca di dormire.
Mi girai su un fianco ma non riuscii ad addormentarmi, mi ossessionava il desiderio di ritrovare la barca, ma anche quello di scoprire che fine aveva fatto la sirena.
Quando Greta mi era vicina, tanto da sentirne il calore sul mio corpo, era difficile pensare all’altra. Avrei potuto fugare il dubbio rivolgendole una sola domanda. Sarebbe bastato chiederle se avesse assistito, magari partecipato, a quanto era successo nella casa della montagna.
Ma ero troppo spaventato per farlo, temevo che il potere dirompente delle parole cancellasse per sempre il contatto con l’altro mondo: quello di Circe.
Ci levammo alle prime luci e armati del mio coltello c’inoltrammo nella foresta pluviale per raccogliere le liane. Dovevamo fare in fretta, mi dicevo, prima che l’Intolerance, arenato da qualche parte, si affidasse di nuovo alle correnti.
Una volta che avemmo assemblato i tronchi vi piantai un tronco perpendicolare su cui fissare una stuoia di fibre a far da vela. Prendemmo poi il largo spingendoci con lunghe aste.
Greta era in forma ma incerta sulle gambe, come se da un momento all’altro stesse per cadere. Aiutandoci con i pali, che facevano scempio dei coralli, riuscimmo a doppiare il capo. Ci aspettava lo spettacolo più bello del mondo, qual è la terra per un naufrago perduto nell’oceano: lo swan che si stagliava maestoso all’orizzonte, arenato in una lisca di sabbia, appena fuori della barriera.
Dio quanto ero contento!
Lasciammo i nostri remi per abbracciarci, in una sorte di balletto.
– Te lo avevo detto che l’avremmo ritrovato – gridavo al vento –non potevamo perderlo. D’ora in poi dovremmo sorvegliarlo sempre, fino al momento di riprendere il mare.
– Oh caro – disse con un fiato diretta allo swan più che a me.
Iniziammo la manovra per affiancarlo ma i tronchi non facevano più presa e dovetti immergermi e trainare la zattera sotto bordo al veliero. Greta provvide a legare una liana alla battagliola di poppa e salimmo a bordo. Accarezzai il timone come fosse il volto di una donna, eravamo in salvo. Restavano tuttavia molte cose da fare, prima fra tutte rimorchiare lo swan fino alla spiaggia.
La situazione non era tra le migliori, la prua era conficcata nella rena e anche l’enorme deriva con il bulbo doveva essersi infilata nel banco. Lo dicevano gli alberi inclinati a dritta. C’era solo una cosa da fare: accendere il motore sperando che le batterie funzionassero, e disincagliarlo.
Scesi nella stiva di poppa e mi assicurai che ci fosse nafta poi, col cuore in gola azionai il pulsante della messa in moto. Al primo tentativo sputò a vuoto ma poi, prese a cantare.
– Lega la zattera a traino, io innesto la retromarcia sperando che funzioni.
Lo scafo protestò, gemette ma alla fine gli alberi si raddrizzarono e l’Intolerance fu libero.
– Libero, liberi! – gridai mentre Greta veniva ad abbracciarmi.
– Corri a prua – le gridai – guarda se siamo fuori dalla barriera, non vorrei causare un danno irreparabile.
Così, con gli occhi fissati ai fondali pericolosi di quel mare, riportammo lo swan nella seconda baia, protetta da tutti i venti, assicurandolo a due ancore.
Nei giorni seguenti decidemmo di esplorare il cimitero delle navi. Ma non era il caso di rischiare con lo swan, purtroppo la zattera non poteva stringere il vento e per raggiungere il punto della barriera indicato da Greta dovetti scendere in acqua e trainarla a nuoto. Quando fummo nei pressi della barriera risalii sulla zattera e mi aiutai col palo che usavamo come timone; il corallo mi aveva graffiato gambe e schiena e le ferite bruciavano come fuoco: sapevo che me le sarei portate appresso per molto tempo, a meno che non ritrovassi il cortisone nello swan.
Quando giungemmo alla meta bloccai la zattera affondando un grosso sasso che m’ero portato come ancora.
– Guarda – esclamò Greta, scrutando il fondo – sono là: ecco le navi! – Erano sul fondo, come avessero assalito la barriera senza riuscire a superarla; ce n’erano alcune che avevano la prua puntata verso il cielo ma erano morte.
Come i loro equipaggi, come tutti in quell’isola.
Non era tuttavia un luogo triste, ma un cantiere sottomarino con le navi pronte a raccontare la loro storia in uno Spoon River marino. I relitti erano in formazione sparsa come se, la notte del naufragio, ognuna avesse scelto la sua strada, il posto dove arrendersi. La maggior parte era disseminata sulle sabbie bianche dei fondali che non erano riusciti ad inglobarle. Un piroscafo nero, bello come un cavallo imbizzarrito era infilato nella barriera da cui riusciva ad emergere nelle ore di bassa marea. A tenere compagnia alle navi c’erano i pesci tropicali: i maestosi e coloratissimi napoleone, gold fish, i palla, ricciole, carangidi; lampi d’argento, a tratti, segnalavano la variazione di rotta di branchi di barracuda che entravano in luce. Tra tutti flottavano i pesci scatola, dal corpo fatto a cassa, che rientrare le teste in caso di pericolo, trasformandosi in vere e proprie cassette natanti.
Dai fondali profondi, di cui controllavano l’entrata, s’intravedevano le sagome bianche maculate di nero dei fantasmi di quei mari: le Orcinus orca.
La maggior parte delle navi poteva essere raggiunta in apnea.
Il mio volto s’illuminò per la gioia.
– Userò la maschera e le pinne – gridai a Greta – passami la cintura coi i piombi per la discesa.
Greta era pronta a raggiungermi in acqua al primo segno di pericolo ma, fino a quel momento, era chiaro preferiva restare all’asciutto. Entrai in acqua. Raggiunsi il ponte dello Yorkshire, un bastimento del 1810, come attestava una bella targa in ottone ancora leggibile.
Riemersi per fare un piano d’azione.
– Gli strumenti di bordo sono in ordine, dovrò solo staccarli.
– Ti ci vorranno molti tentativi.
Mi tuffai. Sebbene i relitti fossero quasi in superficie dovevo riposarmi tra un’immersione e l’altra.
Oltre lo Yorkshire c’erano altre navi cullate nel grande sonno. Solo le maree venivano ad agitare le acque, dando l’illusione del moto.
Entrando nel ponte di comando, quasi intatto, cominciai a demolire la strumentazione dello Yorkshire, iniziando da un telemetro di ottone inchiodato sulla plancia. Dovevo solo segare le viti che lo bloccavano. Ogni volta sembrava stesse per cedere ma resisteva. Nuotai percorrendo un corridoio fino a quella che doveva essere la cabina del comandante. Tutto era coperto da uno strato di conchiglie ed alghe ma, davanti al tavolo di carteggio, c’era una piccola cassaforte d’acciaio che doveva contenere documenti preziosi. Risali per prender fiato. Spiegai a Greta cosa intendevo fare: avrei portato la cassaforte sul ponte di comando. Dovevo solo imbracarla con la cime e risalire per aiutare Greta a salparla.
Trasportare quel cubo d’acciaio fino al ponte, aiutato da una salvagente di sughero, non fu un problema, ma i dolori iniziarono, quando risalito sulla zattera, dovemmo portarla fuori acqua.
Appena l’avemmo sulla zattera mi chiesi se l’acciaio avesse protetto i documenti che mi aspettavo di trovare.
Prima di tornare alla spiaggia, dovevo recuperare il telemetro dello Yorkshire certo più importante della cassaforte su cui mi ero incaponito.
Tornai ad immergermi.
Raggiungemmo la Pink Bay, come avevo battezzato la baia che ci aveva accolti all’arrivo, ma quel luogo non era adatto per aprire la cassa. Proposi di trasferirci alla casa della rupe che mi sembrava il luogo più adatto.
La mia compagna si mise a sistemare l’ambiente, raccogliendo foglie e stuoie per farne un giaciglio, mentre io, piazzata la cassaforte, su di un ripiano di roccia, mi accinsi ad aprirla.
Sembrava un’operazione impossibile, l’acciaio dei punteruoli dello swan non riusciva neanche a scalfirla. Dovevo studiare altri mezzi. Mi venne un’idea: lasciando lo swan avevo raccolto la pistola di segnalazione e alcuni razzi. L’avrei usata per forzarne lo sportello. Tirai fuori la polvere da sparo, raccogliendola in una palla di fango cretoso che ne fece una bomba. Ora bastava innescarla e… boom.
Mentre accendevo l’esca, mi dicevo che stavo mettendo in pericolo le nostre vite, sprecando i razzi che avrebbero potuto servirci come richiesta di soccorso in mare, solo per la curiosità di scoprire cosa c’era dentro quella maledetta cassa.
Quando la miscela esplose, l’acciaio reagì con uno schianto che risuonò nell’antro roccioso e in un’ultima protesta si schiantò al suolo cadendo dal rialzo di roccia. Ma la cassa forte s’era aperta.
Fogli ingialliti spuntavano dal portello ed io mi affrettai a salvarli da un eventuale incendio, mi sentivo come un archeologo di fronte a una nuova, apocrifa Bibbia.
Improvvisamente la caverna si rabbuiò e le nubi, che non erano solite frequentatrici dell’isola, si addensarono per togliere luce a quel mondo.
Lessi dal diario del comandante dello Yorkshire:
«Da alcune ore avevamo superato il Krakatoa e nulla faceva presagire quello che stava per accadere. Mai un capitano in mare deve sentirsi sicuro. Il vulcano tuonò alle nostre spalle e fu come se si fosse messo ad inseguirci. Eruttava da una bocca enorme e lanciava in cielo lapilli e fumi da oscurare il creato.
Ho ordinato alla sala macchine di aumentare la velocità, cosa avrei potuto fare d’altro?
Banchi di nebbia oscurano il mare davanti a noi e dalle terre lasciate alle spalle, si erge minacciosa una nube rosso nera. Il secondo è venuto scortato dal mozzo.
Cosa rispondere alle loro domande. Che il Krakatoa è esploso? Che sprofonderà nell’oceano? Che l’etere è pieno di domande di soccorso di navi raggiunte dall’onda maledetta mentre dal cielo, anch’esso spento, spunta l’occhio di una tempesta malata. Ma non è l’oceano che c’insegue, ma la bava che fuoriesce dall’inferno spinta, dio mi perdoni, da Satana.»
Mentre leggevo, il tuono insolito nell’isola, diffuse una segnale d’allarme subito raccolto dai lemuri. Greta che aveva smesso di riassettare mi appoggiò le mani sulle spalle facendomi trasalire. Non avendo letto, non poteva vedere le immagini evocate dal comandante del piroscafo venuto a naufragare su Anthemoessa.
Fuori della caverna c’era una prova generale della tempesta.
Continuai a leggere.
«Ora procediamo all’oscuro, gli strumenti sono impazziti, l’elica morde le acque ma non riesce a contrastare le onde che montano come montagne di spuma che ci ricoprono, per poi spararci fuori come tappi di champagne. Oh mio Dio proteggici! Lo Yorkshire, non esiste più.»
Quella bozza di diario finiva lì. Sul fondo della cassa, sepolte sotto un sestante di bronzo, trovai altre carte. Forse mi avrebbero detto qualcosa di più. Erano state scritte chiaramente dopo il naufragio sullo Yorkshire incagliato nella barriera. Ma perché il comandante (nel documento non c’era il nome) aveva continuato a scrivere, dopo il naufragio e a conservare quei fogli nella cassaforte?
Alla prima onda doveva aver fatto seguito un diluvio che aveva affondato definitivamente il relitto. Sperai solo che al momento del disastro il comandante, e quelli che erano ancora vivi del equipaggio, avessero trovato scampo nella parte sopraelevata dell’isola.
– Perché non smetti e rientri? – mi chiamò Greta dal giaciglio in cui s’era distesa.
Venne il sonno misericordioso per lei e per me.
Non dovetti aspettare l’alba, forse le grida di un lemure o l’ansia di sapere mi fecero desto e attento come uno scienziato al microscopio. Mi levai e ripresi a leggere.
«La ciurma (il nostromo e due filippini rimasti) mi hanno abbandonato andando a cercare rifugio nella foresta pluviale. Il mare non vogliono più vederlo. Non è che la solitudine mi dispiaccia, guardo quel mondo con lo sguardo di Noè, torno ad apprezzarne il profumo. Penso che solo dal pelago potrà venire la salvezza, affidata alla nostra volontà di rivincita o al soccorso di altre navi, mandate dal cielo. Con queste convinzioni resto di vedetta.»
Ed ecco le parole che attendevo:
«Le notti, preda di cieli stellati, baluginanti di mistero, hanno portato lei, Circe, che ha certo gia provveduto a disperdere le ossa dei marinai morti sul bagnasciuga di Anthemoessa.
Circe, uscita dal mare, in un’alba primordiale, simile a quelle che hanno visto galoppare i primi dinosauri, non fiere porta seco, ma tanto amore da riscaldare le ossa di un vecchio marinaio…
Ella, mi condurrà nel paradiso terrestre, senza bisogno di richiami, né canti.
La sua bellezza, gli odori, la conferma di una lunga vita faranno il resto.»
Il diario continuava con frasi mozze, farneticanti:
«Come un Dio la libererò!
Distruggerò l’incantesimo… sono solo un vecchio…
Ecco i diamanti che ella offre… la grotta del tesoro…»
