Capitolo 7
Cap VII
Greta si era svegliata ed era venuta ad abbracciarmi.
– Che è successo – chiese – cosa dicono le carte?
Dimenticai i miei incubi, la vidi donna e sirena, le denudai il corpo ch’era un fascio di luce, mi abbeverai alle sue labbra, fonti di acque fatate, le liberai il ventre e il pube dagli stracci e la presi come una compagna, dea e madre.
La luce s’infilò dalla volta illuminando tutta la caverna, era come energia pura, ci spingeva all’azione. Raccontai a Greta che nel diario c’era un accenno ad un presunto tesoro nascosto nell’Isola:
– Dovrebbe trovarsi alla fine della sciara dove la cenere scende a lambire la spiaggia. Ho pensato di organizzare una spedizione, ma anche se lo trovassimo che ne faremmo?
Lei ascoltava affascinata.
– Ma sei pazzo, dobbiamo trovarlo, – protestò – è come un’assicurazione per il ritorno. Nelle carte ci sarà certo qualche indicazione, dimmi che lo cercherai, che andremo insieme a cercarlo!
Era più urgente scalare il secondo picco delle isole e individuare le coordinate del raggio ma, conquistato dal suo entusiasmo, acconsentii ad organizzare la ricerca.
Ci preparammo alla spedizione, convinti di partecipare ad un gioco.
Avevo scovato una pala che, insieme ad una lampada a gas, formava l’attrezzatura. Greta aveva preparato frutta e acqua conservata in due borracce. Percorremmo la spiaggia bianca fino alle propaggini del vulcano. Una moltitudine di granchi rossi correva a rifugiarsi nelle tane aperte nella sabbia davanti ai nostri n piedi. La spiaggia finiva dove iniziava la falda della montagna nera solcata da viottoli scavati dalle acque piovane.
Non c’erano tracce di antri o caverne, ma nella marcia il mio piede urtò qualcosa di duro e tagliente, una scheggia di ossidiana nera. Fu come un segnale. La pietra vetrosa era precipitata da una bocca di magma raffreddato che sovrastava un antro buio che s’inoltrava nel cuore della montagna, visibile solo se ti ci scontravi contro.
Greta mi guardò impaurita:
– Non ci entrerò mai, ho terrore dei pipistrelli, potrebbe essere una loro tana. – A quel punto un raggio di sole violò la grotta, facendone risplendere la volta incastonata di diamanti.
Non ci fu più bisogno d’incoraggiarla…
Greta scivolò verso quell’enorme geode sciando sulle ceneri.
Passarono alcuni secondi, per dare agli occhi il tempo di abituarsi, poi riapparve il cielo: diamanti gialli, azzurri, color cognac, grandi come uova di quaglia.
Rimanemmo a lungo a fissare quel tesoro inestimabile, senza osare toccarlo. In terra tra la cenere, rimanevano frammenti di roccia lasciati dall’uomo che per primo ne aveva tentato la raccolta. Ma erano solo ipotesi perché intorno non c’era un solo utensile.
– Meglio scendere alla spiaggia e cercare un’asta d’acciaio per demolire la volta – dissi senza poter distaccare gli occhi dal geode.
Quella sera non andammo sullo swan, preferii dormire nella capanna. I nostri pensieri, e i nostri discorsi, erano concentrati sul tesoro.
– Quelle pietre sono così belle che è difficile abbandonarne la vista – disse lei.
– È per questo che non siamo tornati sull’Intolerance; dobbiamo restare vicini alla caverna pronti all’occorrenza, di proteggere il nostro tesoro.
– Insomma, come tutti gli uomini ti sei fatto condizionare dalla ricchezza che ora guida i tuoi pensieri e i tuoi movimenti. Ma i diamanti divengono preziosi solo una volta rientrati nel mondo civile, fino a quel giorno non sono che un gioco: perline per gli indigeni come quelle dei conquistadores.
– Ma non sei stata tu che mi hai spinto a cercarli? Che succede hai cambiato idea?
– Succede che non sono più certa di voler abbandonare l’isola.
– Ma che dici, sei pazza – protestai sollevandomi sui gomiti, ma Greta era già precipitata nel mondo dei sogni, lasciandomi nel sospetto che alla compagna di sempre si fosse sostituita la sirena.
Mi chinai ad osservarla, profumava di mare di fiori, il suo seno protetto dall’abbraccio delle mani aveva luminescenze verdi.
Mi risvegliò prima dell’alba, quando il cielo mattutino gioca con le nuvole che, presto, il sole sublima in polvere azzurra.
– Ho sentito urlare i lemuri; si lamentano sempre quando gli arbicoli abbandonano la foresta e scendono verso la spiaggia.
Ma chi le aveva parlato dei misteriosi abitanti dell’Isola?
Io stesso avevo sentito la sirena parlare con uno di loro ai limiti della foresta, ma anche quella poteva essere un’illusione. A meno che gli arbicoli non fossero una razza primitiva, venuta da altre isole, nessuno poteva essere sopravvissuto per tanti anni al naufragio.
Questi pensieri, insieme alla cappa di calore che aveva coperto l’Isola, ci impediva di aggredire la miniera e strapparle le sue pietre più belle.
– C’è tempo per il tesoro – disse Greta che sembrava aver captato il mio messaggio – oggi andremo alla scoperta dell’Isola; dobbiamo sapere cosa c’è dall’altra parte.
Il concetto era giusto: andare alla scoperta di nuovi lidi è un poco come indagare su se stessi controllare cosa chiedere alla vita, una serie di domande che durante il viaggio avevo accantonato.
