Capitolo 8

15 febbraio 2010

Cap. VIII

Prima che il sole infuocasse l’aria fummo al riparo del verde. Greta m’invitò a seguirla per un sentiero che s’infilava tra una cascata e la roccia; per qualche secondo una parete iridescente ci nascose tutto, ma poi uscimmo su un pianoro che dominava la valle dei banani. Avevamo davanti un paesaggio incredibile in cui il verde sfumava nei gialli e tutto era sospeso nel sottile brusio del volo degli insetti. Piccoli colibrì si avvicinavano ai frutti, immobilizzando il volo ed il tempo.

– La spiaggia non dovrebbe essere lontana. Un’isola conserva sempre un lato nascosto, quello che cerchiamo guarda verso un continente sconosciuto – aggiunsi seguendo le mie idee.

Ci inoltrammo per una pista aperta tra le rocce, saltando allegramente di pietra in pietra. La corsa si arrestò davanti all’ingresso di un tunnel che bucava la montagna.

– Questo è stato certo scavato dall’uomo – dissi accarezzando le rocce tagliate – dovrebbe sboccare nel lato opposto dell’Isola.

Ancora qualche passo e fummo in pieno sole. Apparve la baia che raccoglieva tutti i colori: cascate di bouganville, ibisco, orchidee e felci bordavano il sentiero che portava al mare bianco variegato come una tavolozza.

– È uno spettacolo fantastico! – esclamò Greta, correndo verso la spiaggia.

La corsa mi tagliò il respiro e dovetti appoggiarmi alle rocce. Quando ebbi la forza di superarle mi trovai davanti ad un anfiteatro naturale, dentro, come se un’ondata gigantesca l’avesse costretta a scalarlo, c’era la prua di una grande nave di legno. Sembrava un vascello vikingo di cui s’era salvata solo la sagoma. Quella vista mi sciolse la lingua, tirando fuori dal mio petto tutte le illazioni possibili.

Ero affascinato da quello ch’era rimasto della nave, in origine doveva esser lunga più di cinquanta metri ed ora (la guardavo da sotto prua) giudicai che dovesse elevarsi sul mare quattro volte l’altezza d’un uomo.

Il legno durissimo aveva resistito al tempo.

Al centro della cavea c’era un quadrato buio al quale ci avvicinammo. Greta tirò fuori da una fessura delle rocce una grande lamiera abbandonata e, dopo averla ripulita con un lembo di tela bagnata d’acqua, la piazzò in modo che illuminasse l’antro.

La grotta, alla luce riflessa, ricordava l’interno d’una cattedrale gotica con stalattiti che cadevano dal soffitto.

Entrai con un passo malfermo non dissimile da quello di un archeologo che entra all’interno di una piramide inviolata. Lo specchio piazzato da Greta illuminava le pareti e, nel moto del pianeta, finì per mettere in luce la parete di fondo decorata con un incredibile graffito. Sembrava l’Antartide con al centro l’immagine stilizzata del Regnum Atlantis. Ero basito, pronunciai frasi sconnesse che identificavano quel murale con il disegno delle coste riportato nelle vecchie mappe.

Non era un doppione, mi dissi, ma un tassello che si univa al grande puzzle di Atlantide. Seduto sulla pietra, che era una specie di altare al centro della caverna, rimuginavo le mie idee per ricavarne un’ipotesi. Greta mi guardava interessata.

– I graffiti rappresentano il continente antartico, oggi ricoperto dai ghiacci, com’era migliaia di anni fa – me ne uscii alla fine – sono molti gli i scienziati che ritengono che L’Antartico 6 o 7000 anni fa godesse di un clima temperato e ospitasse il Regno atlantideo.

– E la nave sarebbe?

– Una nave di Atlantide. I sopravvissuti avrebbero provveduto a disegnare i graffiti con la descrizione del Regno.

Mentre parlavo rividi il momento del nostro arrivo, il mare in cui galleggiavano ghiacci insieme a tracce di vegetazione tropicale.

Ma cosa c’entrava ciò che avevamo appena scoperto con Anthemoessa?

Aggiunsi chiarendo a me stesso

– Nessuno l’ha visitata in epoca moderna, perché essa si cela dietro ingannevoli banchi di nebbia.

Rimasi a riflettere perché la mia ipotesi, seppure condivisibile, non spiegava però la presenza di Circe e delle sue sirene.

– Lasciami capire, – chiese Greta – allora tu avresti iniziato questo viaggio per ricercare un continente scomparso di cui nessuno sa nulla?

– No, non è cosi, il mio primo desiderio era quello d’intraprendere la crociera di cui avevamo sempre parlato. È vero che sono stato attratto dalle vecchie mappe e dai segreti che nascondono. Prima di perderci, pensavo di dirigermi verso Sumatra e l’Indonesia, non so più cosa sia successo dopo la lunga tempesta, immagino che mentre navigavamo senza governo le correnti ci abbiano spinto in mare aperto, addirittura a sud della nuova Zelanda. Ora però abbiamo altri problemi: il primo è come andarcene da questi luoghi.

– Sei più pazzo di quanto pensassi.

Aveva ragione.

Ma i pazzi sono coscienti del loro delirio?

O pazzi sono quelli che vogliono convincerli della loro follia?

Indirettamente colpevolizzavo Greta di quanto era accaduto con la sirena, che avrebbe coinvolto alla fine, ne ero certo, la stessa Circe.

Quando il sole si abbassò nel cielo decidemmo di prendere la strada del ritorno, la marcia riuscì a liberarmi dei miei incubi consentendomi di ammirare la bellezza dei luoghi. Ma durò poco. La foresta d quel lato dell’Isola era lussureggiante. I colibrì arrestavano il volo nel vorticoso frullare delle ali, puntando il lungo becco nel cuore dei fiori d’ibisco. Tutto avveniva in assenza di suono togliendo realtà alla scena al punto da generare una sorta di paura e desiderio per l’imminente arrivo di Circe che così si manifestava.

Giungemmo finalmente alle rocce basaltiche che segnavano l’inizio della spiaggia con la visione confortante dell’Intolerance.

Una volta risalito a bordo con i piedi scalzi che calpestavano il legno ancora caldo del deck tornai a rivestire i panni dello studioso.

Sotto il tavolo di carteggio, erano accuratamente conservati i documenti di Alessandria e quelli da me raccolti a Berlino nelle scorrerie nei negozi di vecchi librai. In particolare mi riservavo di leggere il libro di H.P. Blavatsky in cui l’autore situa Atlantide in un’isola sconosciuta.

L’ipotesi di una coesistenza temporale tra il Regno e Anthemoessa complicava il problema.

Più abbracciavo la tesi dell’ubicazione polare di Atlantide, più insorgevano i dubbi.

– Perché, se il ghiaccio l’aveva nascosta per tanti anni, nessuno aveva tentato scavi archeologi che forse avrebbero riportato in luce parti del suo immenso tesoro? Nella mia ipotesi non consideravo l’enorme spessore della calotta.

Se il collasso era poi la ragione della sua scomparsa, perché non erano stati ritrovati nell’Antartide mura o vestigia della vecchia civiltà come quelle apparse, ad esempio, sotto il mar di Bimini e di Cuba?

Nei giorni seguenti ripresi lo studio delle mappe. Quando Greta, che non sopportava il caldo, restava a dormire sull’amaca tesa sul ponte io, alla luce della lampada a acetilene, mi dedicavo alla lettura. Quella notte avevo tra le mani la carta di Buache che aveva appassionato lo scienziato Hancock, come prova che il continente fosse conosciuto secoli prima della esplorazione moderna. C’era poi il libro del professor Hapgood che, nella sua ipotesi, spiegava che l’Antartide era stata libera dai ghiacci fino al 4.000 a.C.

Tra i documenti saltò fuori una lettera del comando di uno squadrone de l’Usa Air Force che confermava che il dettaglio geografico delle antiche mappe coincideva con la realtà attuale. Il profilo sismico, tracciato attraverso la superficie della calotta dei ghiacci da una spedizione internazionale, ne confermava il disegno.

«Ciò dimostra – diceva il documento – che le linee costiere sono state cartografate prima che fossero ricoperte di ghiaccio.

Non abbiamo idea di come i dati della mappa possano conciliarsi con lo stato delle conoscenze geografiche dell’epoca.»

Un altro storico G. Ketman scrive:

«Ci si trova costretti a richiamarsi a certi enigmi scientifici che conducono ad immaginare civiltà molto evolute esistenti sulla Terra molti anni fa, o, almeno, aventi contatti col nostro pianeta.»

Prima di addormentarmi riposi i libri nel ripostiglio sotto il tavolo di carteggio con gesti che non avevano nulla da invidiare a quelli di un sacerdote che ripone il calice nel tabernacolo.

Esplose l’alba. Quando usci sul ponte dovetti strizzare gli occhi per abituarmi alla luce.

Greta non era là, l’amaca ondulava al debole vento che mitigava l’umidità.

Doveva essere sbarcata per raccogliere i passion fruits di cui era ghiotta. Ma non poteva svegliarmi prima di scendere?

Era gia successo altre volte, all’improvviso scompariva senza una ragione e, al ritorno, quando le chiedevo dove fosse andata, mi rispondeva con un’alzata di spalle.

Queste assenze facevano nascere sospetti ingiustificati, anche perché sull’Isola, come sapevo, non c’erano né arbicoli, né naufraghi.

Ma allora dove andava? E perché, se si trattava di scappate innocenti si rifiutava di rispondere?

Rientrò a metà mattina con una sacca di plastica piena. Mi affrettai a togliere i frutti dalla borsa andandola a riporre in cambusa. Non saremmo stati noi a insozzare l’Isola…

Greta riapparve sul ponte con una succo di frutta, io preferii ricorrere a quanto restava di una bottiglia di whisky.

Venne ad accosciarsi accanto a me.

– Da quando abbiamo lasciato l’anfiteatro, non mi hai quasi più parlato. E dire che laggiù sembravi un esploratore in procinto di scoprire le origini del mondo.

– Smettila – dissi, accarezzandole la nuca – ho passato la notte a consultare le mie carte.

– Con quale risultato?

– Nessuno dal nostro punto di vista. Nulla che possa risolvere il problema del ritorno se è questo che chiedi. Ahimé, le mie ricerche non sono che sterili avvicinamenti ad un mistero più grande, che non mi aiutano a risolvere il problema. Quando il sole cala, scaleremo il secondo picco.

– Qualcuno ti corre dietro? – chiese avvicinandosi. Aveva disteso un materassino sul ponte e con un movimento delle dita mi chiamava. Era quello che voleva da giorni, ma io non avevo nessuna voglia di lei.

Anthemoessa (l'isola delle sirene)

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