Capitolo 9

15 febbraio 2010

Cap.  IX

Iniziammo la scalata. Stavolta avevo con me il telemetro e tutto quanto occorreva per rilevare il raggio, semmai fosse apparso.

Nubi nere, che non avevo mai visto in quei luoghi, si ammassavano all’orizzonte coprendo il sole.

Per raggiungere la terrazza che affacciava sull’oceano dovevamo superare il fiume di ceneri delle vecchie eruzioni, i piedi ci affondavano e ne carpivano il calore; era una sensazione inquietante che rinfacciava la protesta di quella cosa viva.

Sulla cima incontrammo massi piazzati ad arte che disegnavano un insediamento neolitico.

L’orizzonte da quella parte era libero e l’astro rosso vi precipitava per immergersi nell’oceano, anche se in realtà era il pianeta che ruotava nascondendo quella faccia al sole.

Bastò quell’attimo (il lampo che precede la discesa degli angeli) perché il raggio apparisse, precipite e trionfante, nel mare. El rayo verte ci concesse giusto il tempo di registrarlo. Stabilendo a quota zero il piano della terrazza, tracciai l’angolo con cui s’infilava nel mare.

Ora ero certo che con quel dato avrei potuto individuare la distanza e l’ubicazione del punto d’escape.

– Abbiamo tutto quello che ci serve, – dissi a Greta che m’interrogava con gli occhi – individuati gli angoli con cui il raggio scende nel mare potrò stabilire la distanza del punto d’impatto.

– Come?

– Con un calcolo trigonometrico, troverò la distanza con il vertice dei due triangoli. Il telemetro recuperato ci darà un ulteriore conferma.

Di questo ero sicuro, dissi abbracciando Greta in un passo di danza che ricordava le danze tribali africane. Purtroppo non avevo altrettanta certezza che in quel punto ci fosse, così come aveva scritto il capitano dello Yorkshire, il punto d’uscita.

Quasi a confermare i miei timori tuonò, a occidente: un rumore fortissimo.

Eravamo congelati in un abbraccio, minacciati dagli strali che Giove mandava contro il nulla.

Il cielo si rabbuiò come stesse preparando la notte delle streghe ed incendiò le sue ragnatele di fulmini. I tuoni entrarono in concerto assordando le orecchie e intimidendo gli animi, poi, come non bastasse, caddero sulla terra fiumi di pioggia; scrosciavano abbattendosi come cascate sulle pendici dei due vulcani.

Il mare fu nascosto da quel buio innaturale, ma certo stava minacciando le rive, anche quella in cui era ancorato lo swan. Bisognava rinforzare gli ormeggi, mi dissi preoccupato per l’Intolerance.

Raggiunta la spiaggia avrei cercato di spostare il veliero in un approdo sicuro.

Avevo adocchiato un porto naturale formato dall’occhio di un vulcano spento, in comunicazione con il mare che vi entrava attraverso un braccio protetto, là dentro sarebbe stato al sicuro dalle minaccia di un possibile tsunami.

– Che pensi? – chiese Greta avvolta nei suoi stracci bagnati, mentre cercava di mantenersi in equilibrio sui sentieri che fiancheggiavano la vecchia sciara.

– Che è arrivata la notte del Giudizio – ebbi la forza di scherzare.

La notte non era tenera, nel cielo si scatenavano tempeste magnetiche che creavano vortici di stelle più minacciosi di quelli marini; lassù si decretava quali di quei pianeti o stelle dovessero svilupparsi ed accettare la vita, quali invece fossero destinati ad essere assorbiti dai buchi neri, in una tragedia che anticipa quella dell’intero Universo condannato comunque a scomparire all’esaurimento dell’idrogeno.

Ancora una volta, approfittando di una tregua del temporale, Greta si era allontanata.

Mi domandai perché soffrissi tanto per quelle improvvise fughe. Si, fui costretto a convenire, ero geloso di Greta e delle sue assenze…

A volte scompariva per giorni, altre, come stava accadendo ora sotto i miei occhi, si allontanava nella foresta per parlare con qualcuno che io non dovevo vedere.

Ma chi poteva essere l’interlocutore?

Non certo un naufrago, di cui si poteva sospettare l’esistenza ma che, in realtà, non poteva essere sopravvissuto alla tragedia.

Anche se lo tsunami avesse seminato la costa di superstiti, quella terra, la terra maledetta di Anthemoessa, ignorava la procreazione tra uomini e donne.

La sua esistenza ipotizzava un mondo abitato solo da donne (come quello descritto da Doris Lessing che ne generavano altre per partenogenesi. Alcune avevano poi finito per dotarsi di una appendice sessuale.

Per quanto riguardava le sirene, esse possono accoppiarsi con gli uomini, ma il rapporto è limitato ai piaceri del sesso, senza amore e soprattutto senza frutti.

Ma allora con chi parlava Greta se non con Circe?

Con la testa frastornata scesi dallo swan inoltrandomi nella fascia verde.

La volta celeste si era imbiancata al sorgere di Selene che ora immergeva tutto in un lattice vischioso.

La luce lunare scese a illuminare il sottobosco offrendo ai miei occhi una scena dolorosa e insieme eccitante.

Greta, certa di non esser vista, mi dava le spalle e, presa da uno slancio amoroso, si era gettata carponi sul corpo della sua amante, che le si apriva sotto, mostrando le terga generose.

La mia gelosia divenne spasimo. Se era Circe quella con cui Greta copulava non potevo far nulla, si fosse trattato di un uomo avrei potuto lottare ad armi pari, ma con la Maledetta non c’era speranza.

Un grido d’amore, simile al lamento straziante di un lemure, forò i timpani.

Per un attimo pensai d’intervenire, di gettarmi su quei corpi avvinghiati, separarli come un arbitro, ma me lo impedii perché sapevo che, facendolo, avrei allontanato ogni possibilità di riconquistarla.

Eravamo al riparo dentro Porto Seguro ma il tempo tendeva al peggio, il barometro dello swan segnava valori più bassi di quelli registrati al momento della tempesta che ci aveva spinto in quei lidi. A contrastare la minaccia delle nubi cariche di pioggia, attirate dai monti gemelli accesi la radio dello swan infilandoci un cd di Mahler. La musica si opponeva al concerto dei cieli ma era una lotta inane, impari, come tutto fosse stato già deciso.

Ero giunto ad un punto in cui si accetta o si nega tutto. Non sapevo neanche se la scena intravista fosse reale o creata invece dalla fantasia che agiva sulla mia istintiva gelosia per riaccendere un desiderio quasi spento. A sgombrare il campo da quelle riflessioni ci pensò Greta apparsa alle mie spalle.

– Che stai facendo – chiese subdolamente – mi spii?

– Questa è bella, e con chi dovresti tradirmi… con il vento?

– Che so, magari a tradirmi sarai tu, invaghito di quella tua Circe – osservò.

– Ho altro da fare – mentii – pensavo di rivisitare la miniera per organizzare il recupero delle pietre più belle.

– In questo caso ti aspetterò in barca – disse mettendo fine al discorso.

Presi a correre verso la foresta, volevo nascondere una colpa che mi feriva ed altre che certo erano destinate a coinvolgermi. Presto superai quella coltre verde sulle cui foglie andavano formandosi macule di luce.

Alla fine raggiunsi quella che ero andato a cercare: Circe.

Era un’apparizione fantastica e insieme reale, una proposta pronta a coinvolgermi anche se Lei fingeva di non avermi visto.

Una statua d’immensa bellezza che poteva proiettarsi fino al cielo per tornare all’improvviso nella sua immagine terrena, quella in cui si offriva in tutto il suo splendore.

Ancora non l’avevo incontrato il suo sguardo, quando accadde fui un albero colpito dal fulmine. Ne udii lo schiocco e fui accecato dal lampo in cui si materializzò l’indescrivibile volto.

Gli occhi, ancora una volta, ricordavano quelli di Greta.

Venne la sua voce a sollecitarmi, morbida e suadente come manna e miele.

L’antro dove ci ritrovammo non aveva tetto, sopra si apriva l’immenso vortice dell’Universo. Ne precipitò uno scroscio di pioggia.

Lei si denudò offrendo il corpo all’acqua.

Scostai quello che restava della veste e apparve il ventre appena inanellato. La sua pelle, ammorbidita dagli umori dell’amplesso venne poi inondata dalle acque precipitate dal cielo. Circe, si fece guizzante: un pesce approdato sulla spiaggia, un serpente deciso a tenermi tra le sue spire? Si! Si. Si… gridai all’Eterno.

Qualcuno leggendo queste righe, potrebbe credere,falso l’incontro con Circe; a lui dico che dovrebbe galoppare le colline sconfinate del sesso, sprofondare nell’azzurro del mare alternando l’abbraccio della maga a quello dei cetacei, provare la dolcezza delle sue labbra e i baci che inebriano come vino d’ambra e miele.

Ciò che Ella crea, annulla qualsiasi desiderio che non sia quello d’averla per sempre. Fu lei a mettere fine all’amplesso dare il segnale della fine, trascinandomi in un angolo in cui le rocce aspiravano le fiamme di un fuoco.

Finì per asciugarmi come una madre fa con il suo pargolo.

Aspettavo di ritrovare la parola per comunicare.

– Ti ho sognato da sempre, – balbettai alla fine; non ero neanche sicuro che mi capisse.

– Lo so, per questo ho lanciato il mio canto – rispose – ma ora rilassati. Non devi credere alle storie che raccontano su di me. Non voglio cambiarti, trasformarti in bestia, ma solo amarti come una donna rimasta a lungo sola, ama il suo uomo. – Ero felice, cieco, ora la vedevo come luce, vita. Qualcosa paralizzava i miei movimenti, poi Circe si avvicinò, mi raccolse nel tepore del suo corpo e tutte le paure scomparvero. Tornò all’amplesso. Iniziò con dolcezza, le sue e le mie carezze erano timide, quelle di due fanciulli, ma alla fine la presi con violenza, così come voleva.

– Parlami ora – mi sussurrò all’orecchio con voce che s’era fatta timida, raccontami della tua terra – ma poi senza lasciarmi il tempo di aprire bocca, come già conoscesse la risposta, continuò – è passato tanto tempo, altrettanto ne trascorrerà prima che incontri un altro uomo. Tu resterai con me… non fuggirai.

Così dicendo si allontanò spostandosi verso la parte della grotta aperta al cielo e iniziò a parlare in una lingua simile all’arabo dell’Africa mediterranea.

Quando tornò aveva deciso:

– In cambio del tuo amore ti donerò l’immortalità – lo disse con un tono solenne, che sembrava tuttavia la battuta di una tragedia.

Tremarono le rocce che ci sovrastavano, sotto i nostri piedi si ribellò la terra, nel foro sacro del cielo si accesero i lampi del Diluvio. Lei restò immobile mentre venti violenti le sferzavano il volto.

In quel momento non realizzai l’immensità del dono.

Sollevando una mano, Lei chetò la protesta degli elementi.

Non so cosa l’avesse portata a farmi l’Offerta, né se fosse in grado di mantenerla.

Non ero maturo, non dico ad accettarla ma anche solo a discuterla.

Immortale è qualcuno che vive l’attimo evitando di affacciarsi nel baratro del tempo, e ne sugge il nettare.

– Per donarti l’immortalità dovrò rinunciare alla mia, per lo meno per quanto riguarda il passato – stava dicendo – sarà come chiudere la porta sui secoli, cancellare episodi e amori il cui peso offuscherebbe il nostro.

E, mentre mi tornavano alla mente gli amori di Odisseus, con Calipso (o magari con la stessa Circe):

– Ho bisogno di uscire dall’antro, – disse – di non pensare, solo sui monti della mia isola potrò ritrovare la serenità e la voglia di vivere che, a volte, fanno difetto agli stessi dei.

Usci nel buio sotto un cielo orbo di stelle. Si allontanò come un’attrice di teatro che fori un sipario nero.

Forse sapeva che non avrei accettato, che non poteva comprarmi e quel fatto l’aveva certo indispettita. Come poteva un misero mortale rifiutare l’Immenso Dono?

Avevo esitato a lungo, ma poi m’ero messo a seguirla, contando sul fatto che non si guardava mai indietro. Superò i crinali del monte spoglio come volando sulle sabbie in cui i mie piedi affondavano facendomi perdere terreno. Ma quando giunse al punto in cui le falde della montagna si aprivano sui giardini dei banani, la vallata era scomparsa.

Al suo posto c’era un paesaggio da Golgota.

Immaginate la notte della condanna, con il Cristo sulla croce, i cieli precipiti dal Paradiso all’inferno a far da sfondo alla scena, percorsi da lampi e saette come eterna protesta contro il deicidio.

Questo, moltiplicato per cento, mille, era lo spettacolo che si offriva ai miei occhi, con innumerevoli croci cristiane, altre ad x, che raccoglievano quello che restava delle vittime, quasi sempre senza teschi (i primi a cadere) che restavano calcinati a terra.

«Anthemoessa: un’isola fatata col suolo cosparso da ossa calcinate…» dicevano i testi.

Le ore trascorsero come secoli mentre, da qualche metro alle spalle di Circe assistevo al nascere dell’alba poi, alle prime luci, quelle immagini furono risucchiate dal cielo che calò il velo azzurro a nascondere tutto: il verde riprese il dominio e l’astro ripennellò il mondo.

Riapparve la valle con il trionfo dei colori. Ora, però, sapevo che sotto quel pastello erano celate le ossa dei tanti naufraghi e marinai che avevano incontrato la falce.

Lei era scomparsa, s’era forse gettata in mare per riscaldare le membra gelate dalla notte trascorsa all’addiaccio.

Anthemoessa (l'isola delle sirene)

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