Capitolo 10

15 febbraio 2010

Cap.   X

Dopo quello che avevo visto, non c’era nessuna ragione per restare nell’isola.

Dovevo organizzare il ritorno, spiegandole che un uomo vero (come era successo ad Odisseus) non può costringere la sua vita in un paradiso terrestre, senza essere strozzato dalla nostalgia.

Chissà quale fu il meccanismo che portò Circe ad interessarsi a me, forse la monotonia dei giorni la spingeva ad approfittare di ogni occasione.

In quel caso, la scena dell’accoppiamento, cui avevo assistito, fu il galeotto.

La Maga seppe poi ammantare l’occasione con i profumi e i colori di una magnifica avventura. (e come avrebbe potuto essere differente).

Innanzitutto contò il richiamo, quello narrato dai poeti e celebrato dal mito: «nasceva dai ghiacci dell’Antartide, correva con le masse d’acqua che prendevano la corsa verso i mari settentrionali, si caricava dell’energia di correnti, tifoni, uragani: era una sinfonia fantastica e commovente, la voce del Pianeta e, insieme, il canto della Maga.»

Attratto da quel suono, indefinibile, ero arrivato davanti al suo antro. Non ci fu bisogno di parlare, Circe mi attraeva come una calamita la limatura di ferro.

Altro non ero che misera polvere nelle sue mani.

Non è che fossi scontento di quello che accadeva, né felice, ero un’effimera molecola di un’onda: l’effimero coinvolto in qualcosa d’immensamente più grande che, per un attimo, crede di farne parte.

Davanti alla sua grotta non c’erano più voci ne canti solo la presenza inquietante di quell’imbuto buio.

Gli occhi, ancora una volta, ricordavano quelli di Greta.

Venne la sua voce a sollecitarmi, morbida e sua         dente come manna e miele.

L’antro non aveva un tetto, sopra si apriva l’immenso vortice dell’Universo. Ne precipitò uno scroscio di pioggia.

Lei si denudò offrendo il corpo all’acqua.

Scostai quello che restava della veste e apparve il ventre appena inanellato. La sua pelle, ammorbidita dagli umori dell’amplesso venne poi inondata dalle acque precipitate dal cielo. Circe, si fece guizzante: un pesce approdato sulla spiaggia, un serpente deciso a tenermi tra le sue spire? Si! Si. Si… gridai all’Eterno.

Qualcuno leggendo queste righe, potrebbe credere falso l’incontro con Circe; a lui dico che dovrebbe galoppare le colline sconfinate del sesso, sprofondare nell’azzurro del mare alternando l’abbraccio della maga a quello dei cetacei, provare la dolcezza delle sue labbra e i baci che inebriano come vino d’ambra e miele.

Ciò che Ella crea, annulla qualsiasi desiderio che non sia quello d’averla per sempre. Fu lei a dare il segnale della fine, trascinandomi in un angolo in cui le rocce aspiravano le fiamme di un fuoco.

Finì per asciugarmi come una madre fa con il suo pargolo.

Aspettavo di ritrovare la parola per comunicare.

– Da giorni non facevo che sognarti – balbettai alla fine.

Non ero neanche sicuro che mi capisse.

– Lo so, per questo ho lanciato il mio canto – rispose – ma ora rilassati. Non devi credere alle storie che raccontano su di me. Non voglio cambiarti, trasformarti in bestia, ma solo amarti come una donna rimasta a lungo sola, ama il suo uomo. – Ero felice, cieco, ora la vedevo come luce, vita. Qualcosa paralizzava i miei movimenti, poi Circe si avvicinò, mi raccolse nel tepore del suo corpo e tutte le paure scomparvero. Tornò all’amplesso. Iniziò con dolcezza, le sue e le mie carezze erano timide, quelle di due fanciulli, ma alla fine la presi con violenza, così come voleva.

– Parlami ora, – mi sussurrò all’orecchio con voce che s’era fatta timida – raccontami della tua terra – ma poi senza lasciarmi il tempo di aprire bocca, come già conoscesse la risposta, continuò – è passato tanto tempo, altrettanto ne trascorrerà prima che incontri un altro uomo. Tu resterai con me… non fuggirai.

Così dicendo si allontanò spostandosi verso la parte della grotta aperta al cielo e iniziò a parlare in una lingua simile all’arabo dell’Africa mediterranea.

Quando tornò aveva deciso:

– In cambio del tuo amore ti donerò l’immortalità – lo disse con un tono solenne, che sembrava tuttavia la battuta di una tragedia.

Tremarono le rocce che ci sovrastavano, sotto i nostri piedi si ribellò la terra, nel foro sacro del cielo si accesero i lampi del Diluvio. Lei restò immobile mentre venti violenti le sferzavano il volto.

In quel momento non realizzai l’immensità del dono.

Sollevando una mano, Lei chetò la protesta degli elementi.

Non so cosa l’avesse portata a farmi l’Offerta, né se fosse in grado di mantenerla.

Non ero maturo, non dico ad accettarla ma anche solo a discuterla.

Immortale è qualcuno che vive l’attimo evitando di affacciarsi nel baratro del tempo, e ne sugge il nettare.

– Per donarti l’immortalità dovrò rinunciare alla mia, per lo meno per quanto riguarda il passato – stava dicendo – sarà come chiudere la porta sui secoli, cancellare episodi e amori il cui peso offuscherebbe il nostro.

E, mentre mi tornavano alla mente gli amori di Odisseus, con Calipso (o magari con la stessa Circe):

– Ho bisogno di uscire dall’antro – disse – di non pensare, solo sui monti della mia isola potrò ritrovare la serenità e la voglia di vivere che, a volte, fanno difetto, agli stessi dei.

Com’è chiaro le ragioni non erano queste, almeno non le sole. Sapevo che il distacco sarebbe stato difficile, ma per quello contavo sulla presenza di Greta ch’era come l’antidoto alla malia di Circe.

C’era poi il fatto che se le mie previsioni erano giuste, l’isola era destinata a sprofondare negli abissi, com’era stato per Atlantide e il suo popolo.

Spesso rivedo come in un flash l’ultimo incontro con Circe.

Eravamo lei ed io soli sul promontorio che anticipava i vulcani. Di fronte a l’immenso dell’Oceano.

Greta era andata allo swan per imbarcarsi; Circe, che indossava la solita tunica nera osservava il mare nero, striato d’onde, che sembrava quello di un universo parallelo.

Aveva ascoltato le mie parole, la mia rinuncia all’immortalità, in un silenzio sdegnoso. Per un attimo distolse lo sguardo dall’orizzonte pronta, sembrava, a scotennarmi e mettere il cranio all’osso, come quelli della valle del Golgota.

Fu solo un attimo, poi Lei tornò alle sue visioni ed io, liberato dagli dei, com’era stato per Odisseus, corsi a precipizio verso il veliero.

La ritrovai con la tunica nera, a qualche metro dalla poppa: ma stavolta, inequivocabilmente, era Greta.

Ecco la cronaca di quelle ultime ore di Anthemoessa, che ora, a ripensarle, sembrano un incubo.

Greta ed io avevamo fatto del nostro meglio per preparare lo swan al grande viaggio. La cambusa era piena di frutta e i serbatoi riempiti di acqua di sorgente. Avevo smontato e sostituito gli iniettori del diesel controllando le scorte di nafta.

Ora rientravamo stanchi dall’ultima spedizione.

Quando arrivammo sulla spiaggia il mare ruggiva come un leone, ma si nascondeva come una gigantesca piovra, riuscivamo soltanto ad udirne il rumore. La capanna era distrutta, le foglie di palma abbattute sembravano inutili scope. Dovevamo tornare a bordo dello swan.

Lo trovammo con la prua che s’ergeva sulle acque come un cavallo imbizzarrito, bloccato dalle cime. Salimmo a bordo aggrappandoci alla battagliola. Ora si trattava di accendere il motore e doppiare il capo, per portare lo swan a Porto Seguro.

Il tratto che dovevamo compiere era breve ma seminato di ostacoli, udii terrorizzato il rumore della deriva che arava un ramo di coralli, ma procedemmo apparentemente indenni. Così entrammo nell’occhio-lago, al sicuro fino al momento della partenza.

La manovra mi aveva affaticato, ma era valsa a sgomberare la mente dai problemi. Porto Seguro era un cerchio di rocce vulcaniche unito al mare da uno stretto canale. Quel luogo mi ridiede la pace e la voglia di avvicinarmi a Greta, compresi (oh se lo avessi fatto prima!) che la mia vita era legata alla sua nonostante quei vaneggiamenti che a volte mi portavano a vederla diversa sdoppiandone la personalità. Sapevo che tutto quello poteva essere un incubo, che accettarlo come tale avrebbe spazzato via dal mio mondo le sirene e la stessa Circe.

Ma le notti nella grotta, la visione del Golgota, Circe, mi appartenevano come le vecchie mappe e la storia che s’era creata attorno a loro. Allo stesso modo di Greta.

In quel momento lei stava sistemando i parabordi sulla fiancata del veliero troppo vicina al muro di rocce.

– Sono giorni che mi trascuri – attaccai con una dose d’ipocrisia.

– Al contrario – rispose – era da tempo che non eravamo così vicini, voglio dire…

– So cosa intendi – volli interromperla.

Le tolsi di mano il parabordo e l’abbracciai.

Presto ripartiremo, riprenderemo il mare, penso di sfuggire a questa trappola, parlavo a me stesso, e che tutto sarà diverso.

L’Isola aveva perso il suo fascino, sembrava (ed era) una maledizione, in quel momento mi sembrava di odiare anche le carte che mi avevano spinto al viaggio.

– Sogno il ritorno, l’Egitto, la vecchia Europa.

Mi girai a baciarla: era il bacio più tenero che avessi mai dato.

«Diceva della tenerezza che l’uomo deve alla sua compagna.»

– Ma io – disse Greta liberandosi dall’abbraccio – comincio ad amare l’Isola, inoltre mi sembra illogico volere prendere il mare mentre infuria la tempesta.

– Vieni – la feci sedere sulle mie ginocchia – devi sapere quello che accadrà, l’isola sta per sprofondare e quando una nave affonda l’abbandonano anche i topi! Fuggiranno tutti, uccelli pesci… e sirene. Noi saremo tra i primi a lasciarla. Stamani mentre tu dormivi ho assistito alla migrazione dei lemuri, sembravano creature extraterrestri disperate di non potere affrontare l’oceano, ho ancora nelle orecchie il loro pianto disperato. Noi ne usciremo!

– Peccato – rispose – avevo raccolto un messaggio differente, un messaggio di speranza. Diceva…

– No! – la interruppi concludendo per entrambi – non bisogna ascoltare le voci.

Anthemoessa (l'isola delle sirene)

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