Capitolo 11
Fuga da Anthemoessa cap.XI
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Il tempo tornò al bello,il sole infuocò la sabbia bianca che asciugava, nuovi germogli sostituivano quelli mortificati dalla tempesta . Disteso sulla rena fissavo il cielo, ignorando la Terra come fosse improvvisamente scomparsa. Quella posizione rendeva lo spettacolo in cielo, reale. Gli edifici ,fatti di nuvole ,aggredivano l’Universo (peribile giuravano gli scienziati). In realtà quei palazzi erano di cristallo,come affermano l’Apocalisse e le Lettere degli Apostoli, abitati da angeli di cui s’intravedevano strascichi colorati di rosa e indaco. In quei secondi scoprii che se lassù poteva concentrarsi tanta bellezza , con i nuovi mondi ascendere verso l’infinito ,sarebbe sempre potuto accadere che, alla morte buia del nostro Universo, se ne sostituisse un altro parallelo ed altrettanto reale.
Greta venne a raccogliermi ,ch’ero ancora disteso sulla rena ,con gli occhi fissi al cielo.
- Andiamo alla miniera -proposi- voglio prendere qualche pietra ,una volta a casa ci faranno ricchi . Non mi sembrò entusiasta della proposta come se i problemi della partenza le impedissero di pensare ad altro.
-Vai tu, io ti aspetterò qui ,devo mettere in ordine la barca.
Non ci credeva ,aveva perso ogni entusiasmo.
- Non ti preoccupare tornerò presto.
Armato di pala e lampada presi la strada per la miniera .
Ebbi qualche difficoltà a ritrovare l’entrata che poi m’apparve alla luce dei lampi che facevano da corona al vulcano. La volta era ancora più bella di quanto non ricordassi, non avrei saputo distinguere diamanti e berilli dai volgari quarzi. Mi feci sotto entrando in quel tempio ,ma quando stavo per dare il primo colpo al tetto di gemme ,un suono che scendeva dalla montagna, modulato come un urlo,mi paralizzò. Facendo un salto all’indietro ne raccolsi la voce:
-Fuggi-mi sembrava dicesse-fuggite . Non ero sicuro fosse una vera voce poteva essere una proiezione delle mie paure. Diedi comunque il mio primo ,e unico,colpo di pala al cielo.
Il rumore tornò. Stavolta era il brontolio d’un mostro che dava forza alla roccia ferita. Caddero le stelle ,rossi berilli,quarzi,diamanti.
Mi ferivano il capo,il volto,ebbi appena il tempo d’arretrare fino all’uscita, che l’intera volta cadde seppellendo sotto le rocce le mie speranze di ricchezza.
Fuori,i lampi avevano ceduto di nuovo il passo alla pioggia che ora era un diluvio. Dovevo tornare allo swan, trovare rifugio nella sua pancia accogliente come quella della Balena,riabbracciare Greta e abbandonare l’isola.
All’interno del giubbetto s’era infilato un grosso quarzo( forse un diamante)che ci avrebbe accompagnati nella fuga.
Greta era di mal umore come fosse indecisa su da farsi,non mi chiese neanche cosa avessi preso dalla miniera.
- Allora hai deciso cosa dobbiamo fare ?-chiese dubbiosa.
- Non so cosa sia meglio per noi: affrontare il mare in tempesta ,o attendere che si calmi avvinghiati all’Isola.-
-Il dilemma viene dal fatto che questo lembo di terra non è sicuro,ma preda alle forze della natura ,del mare,che potrebbero addirittura inghiottirlo,come è successo al Kracatoa.
-E perché tutto questo dovrebbe accadere proprio ora ,dopo migliaia d’anni di apparente tranquillità?-
- Non lo so: questo è un luogo irreale,che rende tali anche le mosse di chi è costretto a viverci-,avevo gettato quella frase sperando che la raccogliesse entrando nel merito. Magari con una scenata di gelosia contro Circe.
Lei non raccolse la mia provocazione e con tono di voce normale chiese:
-Dimmi allora cosa vorresti fare.
-Andarmene,andarcene verso qualsiasi luogo che non sia quello del mistero. Anthemoessa non è sicura.-
- Non dicevi fosse la sentinella d’Atlantide il continente scomparso?-
Con la lucidità che mi veniva,-quando avevo preso una decisione
-No!-dissi Anthemoessa è solo morte ,la morte è ciò che più rappresenta, e noi dobbiamo abbandonarla nonostante la sua bellezza struggente-.
Eravamo immersi in un catino,c’era acqua dappertutto,cadeva dal cielo, risaliva i torrenti gonfiando gli stagni da cui erano scomparsi i fenicotteri dalle piume rosa. Greta aveva assunto un atteggiamento paziente come a sottolineare che prima o poi sarebbe riapparso il sole,restituendo a quell’isola il fascino del paradiso. Condivideva la convinzione delle sirene(e della stessa Circe), che Anthemoessa doveva essere accettata per quello che era . Forse le tornava in mente la leggenda che, abbandonando Anthemoessa, esse(e lei con loro)fossero condannate alla vecchiaia:ad appassire come fiori d’ibisco. Io pensavo al contrario che era venuto il tempo di partire,uscire dal sortilegio e fare rotta per l’Africa e l’Europa per raccontare quello che era accaduto,anche se dubitavo che ci fosse qualcuno disposto a credermi.
Ripresi i calcoli che avevo fatto dopo aver raccolto le immagini del raggio verde che entrava in mare. Quel maledetto punto d’uscita, era a circa diciassette miglia dalla base dei vulcani. Chiamai Greta accanto a me e le mostrai la carta su cui avevo disegnato la rotta di uscita. Il momento delicato era quello di abbandonare l’ormeggio Il mare aveva tutta l’aria di volerci respingere; mi chiedevo se il motore mercedes coi suoi 60 cavalli ce l’avrebbe fatta a tirarci fuori da quel budello che comunicava con l’inferno .
-Quando saremo fuori all’uscita io darò tutto gas,tu dovrai essere pronta a srotolare la vela di tempesta per aiutare l’Intolerance.
-Sei certo di voler partire,ora…Non sarebbe meglio aspettare che il tempo migliori ?
-Tu non hai capito,tempo non ce n’è più ,l’isola è in procinto di sprofondare.
Era la paura di affrontare il mare in tempesta che l’atterriva o il sottile sospetto con cui le sirene avevano avvelenato la sua anima?
Passò la notte e venne il giorno che da quella non si differenziava. Gli animali che abitavano l’isola protestavano contro il cielo. Così gridavano le iene( o erano cani?) che vivevano nel folto della foresta pluviale.
I lemuri s’erano riuniti in falange,diretti verso la spiaggia.. con gli occhi lucidi di paura,pianto,meraviglia per quanto stava accadendo. Ricordavano i pinguini australiani che abbandonano in massa il continente quando giunge l’ora della migrazione;la scena era simile ,con la differenza che i lemuri non potevano affrontare il mare, legati ad Anthemoessa come alberi e rocce.
Forse vi erano arrivati attaccati ad un tronco vagando da un isola all’altra,come avevano fatto gli ominidi africani approdati in Europa. Ma i secoli avevano cancellato nella loro mente quell’esperienza.
Gli uccelli erano volati via, quello che appariva in cielo erano bombe di magma ,gonfie di gas,sparate dal vulcano e ombre degli inferi che si disegnavano come fantasmi. Un forte boato coinvolse tutte le creature .Il vulcano eruttò aprendo una ferita oscena lungo il suo fianco. Era il segnale di abbandonare la terra . Presto la lava avrebbe incontrato l’acqua . C’era inoltre il pericolo che il secondo vulcano,quello in quiete, franasse lanciando lungo i pendii scoscesi milioni di tonnellate di roccia che. avrebbero creato un’onda anomala simile a quella scatenata contro lo Yorkshire .
Greta era accorsa e mi abbracciava le spalle.
-E ora!-decisi, bisogna andare .
Non ripose , ma tutto diceva che, per un imperscrutabile ragione, voleva restare.
-E’ solo paura ,la tua,-dissi interpretando il desiderio non espresso -per assurdo ,quando si scatena uno tsunami il posto più sicuro è il mare.
Il vulcano aprì una nuova bocca, un’altra arrossò cielo e terra,alla fine la montagna collassò creando un immenso fuoco .
Quando si spense fu il buio,un buio inimmaginabile,primordiale.
La battaglia che infuriava sull’isola si trasferì in fondo al mare ,le forze endogene che non avevano trovato sbocchi premevano
creando geiger ,soffioni alti come fontane. Presto non sarebbe stato più possibile fuggire. I lemuri lo avevano compreso ma quando terrorizzati si avvicinavano al mare venivano attaccati dalle orche che ne facevano strage , non tanto per fame quanto per reagire a quello sconvolgimento epocale. Moriva un mondo.
Misi in moto lo swan,avviando anche l’elica di prua che rendeva
L’Intolerance più governabile. Il rumore del motore accompagnava quello della tempesta,chiesi a Greta di mollare a prua mentre io recuperavo le cime di poppa.
Fuori da porto seguro il mare era in tempesta,a mano a mano che procedevamo le acque si facevano più turbolente, creando un muro contro la prua. Diedi il massimo al motore,ma fu la tempestina,poco più di un fiocco,a prendere vento e trascinarci in battaglia.
Dio com’era bello e insieme spaventoso navigare nell’uragano.
Quale che fosse la realtà,eravamo soli in quel mondo:noi due soli in quel mare infinito ch’era tutt’uno con la tempesta e il cielo.
- Greta ,amore mio,ora che ho ritrovato le costellazioni posso individuare la rotta ,sono quasi sicuro di poter raggiungere il punto di uscita-mi giurai.
Avevo dimenticato Circe e le sue sirene,perché avevo ritrovato la mia.
Me l’attirai contro,cingendola in vita con un braccio,mentre con l’altro tenevo il timone. La sentii fremere. Sopra di noi c’era il peso di tutte le stelle, la grandine di quel cielo.
Temevo lo scatenarsi di un tsunami,la vendetta di Circe,le paure della ragione;ma già la prua dello swan aveva individuato il punto d’uscita e tutte le sue strutture fremevano pronte all’impatto.
Greta si liberò per mettersi al mio fianco e lasciarmi libertà di manovra.
-Non sono più tanto sicura d’aver fatto bene a lasciare l’isola,i dubbi mi assalgono,paralizzandomi la mente
-Ma che dici,ne avremmo seguito la fine.-
Ricominciò a tuonare ,iniziò alle nostre spalle poi,come c’inseguissero, tuoni e fulmini circondarono lo swan come legioni d’angeli o demoni e il cielo tornò a chiudersi in uno schermo nero che annullava tutto.
Mi girai per guardare l’Isola.
Avevo visto una nave affondare in Atlantico,le paratie nere sfidavano i marosi decise a resistere poi,con un’immediatezza che non avresti sospettato aveva immerso la prua nel mare come avesse scelto quella via per scomparire .A galla restavano solo scialuppe e rifiuti.
Era quanto stava accadendo a Anthemoressa .
Cessate l’eruzioni l’Isola collassava dall’ultima palma all’ultima roccia. Nei secondi che ne decretavano la fine l’acqua raggiunse la lava che esplose illuminando d’inferno la scena. Non era rimasto nulla,le stesse sirene ,se ancora c’erano ,dovevano essere partite con Circe alla conquista di un nuova terra , nella realtà o nel mito.
Il mare cha aveva ingoiato milioni di tonnellate di roccia,stava per restituirle in un’immensa onda. La sentivo.
Ci separavano una trentina di miglia,ma il mare soffiava alle nostre spalle.
E’ incredibile quante cose si possono ripresentare alla mente in attesa di un evento tragico. I secondi che precedono la morte sono fecondi come la terra che raccoglie la potassa di un’eruzione.
Ma non era la paura a farla da padrone,quanto piuttosto la curiosità di quello che sarebbe successo allo swan ,a noi,ai libri e alle mappe,come fosse quello il vero problema .
Qualcuno avrebbe mai ritrovato le rovine d’Atlantide?
Mi sembrava di vederla svettare dalle acque dell’Egeo, o tra i ghiacci dell’Antartide.
Poi il vento che precedeva l’onda ,venne ad aggirarmi e diede l’allarme.
-Controlla tutti i boccaporti ,gridai ,dobbiamo affrontare lo tsumani.
Non temere in mare aperto è meno violento. Ci chiuderemo dentro.
Prima ,però, dovrò cambiare rotta per contrastarlo di prua.
Diedi volta alla ruota e misi la prua al mare.
L’onda era alta come i grattacieli di Singapore , in grado di travolgere un’intera flotta di navi ,e lo swan era solo un fuscello.
Ma il fuscello la scalò,salì sulla montagna e riprese a navigarci sopra. L’oceano era ingombro di alberi e relitti ,“ L’Intolerance” superò una serie di onde che sembravano volessero ricoprire la Terra.
Sapevo quello che sarebbe successo :quell’immensa energia che percorreva le profondità del mare,diretta ad investire le coste dell’Asia,fino a quelle dell’Africa, lasciava al tifone il compito di distruggerci.
Dopo una calma apparente tornò ad infierire : la bufera veniva da tutte le parti,cambiava velocità e direzione col solo fine di distruggere qualsiasi cosa osasse sfidarla.
-Non possiamo combatterla -gridavo tentando di sovrastare l’urlo del vento,l’unica possibilità è quella di rinchiudersi all’interno,aspettando che la tempesta si calmi. L’abbiamo fatto altre volte.
Un ondata invase il pozzetto e ci schiacciò sul fondo.
Ora avevo Greta a portata di voce.- Dovremo prima ammainare la vela stracciata e srotolare la vela di tempesta. Dovrai aiutarmi.
I suoi occhi erano terrorizzati ma decisi,ma pronti a fare quello che le chiedevo.
Il mare aumentò la sua forza ,ora lo prendevamo al mascone.
-Io non ho vissuta l’ultima guerra ero troppo giovane- balbettò Greta ritrovando la voce-,mio padre mi raccontava l’arrivo a Berlino dei russi, lo schianto dei crolli,il lugubre suono dei cannoni. Deve essere stato qualcosa di simile .Alle nostre spalle non c’era più niente e la prua forava l’ignoto. L’urlo del mare era quello di Munch.
-Fatti forza,ce la faremo-la rincuorai-io non posso lasciare il timone, dovrò chiederti di cazzare la vela di tempesta. -Lo farò.
Un’onda più forte inondò il pozzetto ,sentivo le pompe di sentina lavorare al massimo per vuotare le stive.
Cambiai idea :
- E’ meglio che vada io,tu tieni questa rotta- dissi agganciando al moschettone la cima di sicurezza,strisciando sul ponte verso prua.
Poi tutto precipitò.
Dovevamo più o meno essere sul punto di uscita,ma non c’erano gorghi né mulinelli a segnarlo,sola, enorme come ,un fantasma bianco ,venuto dal passato,l’onda a noi destinata..
Lo swan c’infilò la prua per immergersi…Ebbi il tempo di schiacciarmi sul ponte protetto dalla battagliola e dalla rete di sicurezza .
La poppa era sommersa.
Migliaia di volte,da quell’istante, mi sono chiesto cosa fosse successo.
Mai accetterò di credere(cosa che pur mi venne suggerita dai miei orecchi)che Greta mi chiedesse aiuto:che erano grida d’aiuto le sue ultime parole.
Nei secondi,dilatati d’eterno che seguirono ,ne sentii il richiamo: non il grido di chi si perde in mare,quanto piuttosto un urlo diretto alla Maga affinché venisse a riportarla nella culla immortale. Doveva essere così: Greta ,convinta dalle malie di Circe, aveva scelto il mare.
Ancora mi chiedo se non sia stata la mia follia a farmelo credere. Il tempo mi ha convinto che devo respingere questa idea se voglio continuare a vivere.
“L’Intolerance”stava affondando,precipitò di prua, gli alberi entrati in acqua non ne sarebbero usciti. M’infilai come un verme nel portello del ponte,ch’era quasi verticale,e mi chiusi dentro per morire.
Ma non era scritto, lo swan fuoriuscì dal pelago proiettato come una bomba: come un cetaceo che esca a respirare……
EPILOGO
Nei vicoli che circondano il lungomare d’Alessandria c’è il bar de l’Ammiraglio.
Il gestore è un americano senza età, John.
Lo sbarcarono da una petroliera che l’aveva trovato aggrappato ad un relitto nel mar di Celebes.
Da quel giorno non s’è più allontanato dall’Egitto, dicono che abbia terrore del mare.
Ogni sera si presenta nel locale Farouk, un arabo che porta con se vecchie mappe scovate tra i documenti scampati all’incendio dell’antica Biblioteca.
I due si appartano allora in misteriosi colloqui in cui sembrano perdersi.
Per navigare l’arabo tira fuori le sue carte nautiche che l’americano confronta con le sue.
Parlano e navigano tutta la notte, dicono che il loro sia un parlare d’angeli.
Ad essi spesso si unisce una donna misteriosa. Ha il volto nascosto dal chador, ma è certo un’europea.
Sembra sia sbarcata da una nave da crociera a Alessandria.
Quando non li trovi al caffè dell’Ammiraglio, significa che i due sono casa di Farouk attaccati ai narghilé come all’ombelico materno: il tabacco, arricchito di hashish, offre visioni magiche. Farouk spera che un giorno, l’americano racconti la verità sulla sua storia e spesso lo porta sul tetto della sua casa a rimirare le stelle. C’è chi li ha visti alla piramide di terra, nell’oasi di Kut, intenti a studiare i geroglifici cercando di ricollegarne il senso alle vecchie mappe.
Un archeologo mezzo matto che a volte si unisce a loro, sostiene che l’americano potrebbe svelare il segreto di Atlantide e ritrovarne i tesori che era andato a scovare a bordo di uno splendido veliero. Per la verità la barca, un diciotto metri, è da anni attraccato alla banchina d’Alessandria. La gente se lo ricorda così com’è, con le vele strappate, come scampato per miracolo alle tempeste.
Il direttore degli scavi dell’Alto Egitto, sostiene invece che l’Intolerance, arrivato almeno vent’anni fa, non sia mai partito per quel fantastico viaggio di cui tutti parlano, ma sia, da sempre, bloccato agli ormeggi.
Alla fine delle serate, la donna viene a raccogliere l’americano. È una donna alta bella, alcuni la paragonano ad una dea, altri affermano che ricordi la morte (quella che aspetta il misero a Sammarcanda).
Quale che sia, da qualunque posto venga, il suo apparire nella scena, con gli occhi lucidi di Iside e il fascino della notte, è comunque un capolavoro di magia.
Fine
