Capitolo 11

12 febbraio 2010

Fuga  da   Anthemoessa                                                            cap.XI

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*

Il tempo tornò al bello,il sole infuocò la sabbia bianca  che asciugava, nuovi germogli sostituivano quelli mortificati dalla tempesta . Disteso sulla rena fissavo  il cielo,  ignorando la Terra  come fosse improvvisamente scomparsa. Quella posizione  rendeva  lo spettacolo in  cielo,  reale. Gli edifici ,fatti di nuvole ,aggredivano l’Universo   (peribile  giuravano gli scienziati). In realtà  quei palazzi erano di  cristallo,come affermano  l’Apocalisse e le Lettere degli Apostoli,  abitati da  angeli di cui s’intravedevano strascichi colorati di rosa e indaco. In quei secondi scoprii che se  lassù poteva concentrarsi tanta bellezza , con i  nuovi mondi ascendere  verso l’infinito ,sarebbe  sempre potuto accadere  che, alla morte buia del nostro Universo, se ne sostituisse  un altro parallelo ed altrettanto reale.

Greta venne a raccogliermi ,ch’ero  ancora disteso sulla rena  ,con gli occhi fissi al  cielo.

- Andiamo  alla  miniera -proposi-  voglio prendere  qualche pietra   ,una  volta  a casa ci faranno ricchi . Non mi sembrò entusiasta della proposta come  se  i problemi della partenza le impedissero di pensare ad altro.

-Vai tu, io ti aspetterò  qui ,devo mettere in ordine la barca.

Non ci credeva ,aveva  perso  ogni entusiasmo.

- Non ti preoccupare tornerò presto.

Armato di pala e lampada presi la strada per  la miniera .

Ebbi qualche difficoltà a ritrovare  l’entrata che  poi  m’apparve  alla luce dei lampi che facevano da  corona al vulcano. La  volta era  ancora più bella di  quanto non ricordassi, non  avrei saputo distinguere diamanti e berilli dai volgari quarzi. Mi feci sotto entrando in quel  tempio  ,ma  quando stavo per dare  il primo colpo al tetto di   gemme  ,un suono che scendeva  dalla montagna, modulato come un urlo,mi paralizzò. Facendo un salto  all’indietro ne raccolsi la voce:

-Fuggi-mi sembrava  dicesse-fuggite . Non ero sicuro fosse una vera  voce poteva essere  una proiezione delle mie  paure. Diedi comunque il mio primo ,e  unico,colpo di pala al  cielo.

Il rumore tornò. Stavolta era il brontolio d’un mostro che dava forza alla roccia ferita. Caddero le  stelle  ,rossi berilli,quarzi,diamanti.

Mi ferivano  il capo,il volto,ebbi  appena il tempo d’arretrare fino  all’uscita, che l’intera   volta   cadde seppellendo sotto le rocce  le mie  speranze di ricchezza.

Fuori,i lampi  avevano ceduto di nuovo  il passo alla pioggia  che ora era un  diluvio. Dovevo tornare  allo swan, trovare    rifugio nella sua  pancia accogliente come quella della Balena,riabbracciare Greta e  abbandonare  l’isola.

All’interno del giubbetto s’era infilato un grosso  quarzo( forse un  diamante)che  ci avrebbe  accompagnati nella  fuga.

Greta era  di mal umore come fosse indecisa su  da farsi,non mi chiese neanche cosa avessi preso dalla  miniera.

- Allora hai deciso cosa dobbiamo fare  ?-chiese dubbiosa.

- Non so cosa sia meglio per noi: affrontare il mare in tempesta ,o attendere  che si calmi  avvinghiati all’Isola.-

-Il dilemma viene dal fatto che questo lembo di terra  non è sicuro,ma preda  alle forze della natura ,del mare,che potrebbero addirittura inghiottirlo,come è successo  al Kracatoa.

-E perché tutto questo dovrebbe accadere proprio ora  ,dopo migliaia d’anni di apparente tranquillità?-

-  Non lo so: questo è un luogo irreale,che rende tali anche le mosse di  chi è  costretto  a  viverci-,avevo gettato quella frase sperando che la raccogliesse entrando nel merito. Magari con una scenata di gelosia contro Circe.

Lei non  raccolse la mia  provocazione e con tono di voce normale  chiese:

-Dimmi allora  cosa vorresti fare.

-Andarmene,andarcene verso  qualsiasi luogo che non  sia  quello del mistero. Anthemoessa non è sicura.-

- Non dicevi  fosse la sentinella  d’Atlantide il  continente  scomparso?-

Con la  lucidità che   mi veniva,-quando avevo preso  una decisione

-No!-dissi Anthemoessa  è solo  morte ,la morte  è ciò  che  più rappresenta, e noi dobbiamo  abbandonarla nonostante la sua bellezza  struggente-.

Eravamo immersi in un catino,c’era  acqua dappertutto,cadeva  dal cielo, risaliva  i torrenti gonfiando gli  stagni da cui erano scomparsi i fenicotteri dalle piume rosa. Greta aveva assunto un atteggiamento paziente come a  sottolineare  che prima  o poi sarebbe riapparso il  sole,restituendo a  quell’isola il fascino del paradiso. Condivideva  la convinzione delle  sirene(e della stessa  Circe), che  Anthemoessa  doveva  essere  accettata   per   quello che  era   . Forse le tornava in mente la leggenda che, abbandonando Anthemoessa, esse(e   lei  con loro)fossero condannate alla  vecchiaia:ad appassire  come  fiori d’ibisco. Io pensavo al contrario che era venuto il tempo  di partire,uscire dal sortilegio e fare rotta  per l’Africa  e  l’Europa per raccontare  quello che era  accaduto,anche se dubitavo  che ci fosse qualcuno disposto a credermi.

Ripresi i calcoli  che  avevo fatto dopo aver raccolto le immagini del raggio verde che entrava in mare.  Quel maledetto punto d’uscita, era  a circa diciassette  miglia  dalla base dei vulcani. Chiamai Greta accanto a  me e le  mostrai  la carta  su cui  avevo disegnato la rotta di uscita. Il momento  delicato era quello  di abbandonare l’ormeggio   Il mare  aveva  tutta l’aria di  volerci respingere; mi  chiedevo se il motore  mercedes coi  suoi  60  cavalli  ce  l’avrebbe fatta a  tirarci fuori da  quel budello  che  comunicava  con l’inferno .

-Quando saremo fuori all’uscita io darò tutto gas,tu dovrai essere  pronta a srotolare la  vela  di tempesta  per aiutare  l’Intolerance.

-Sei certo di  voler  partire,ora…Non sarebbe  meglio   aspettare   che il tempo migliori ?

-Tu non hai capito,tempo non  ce n’è più ,l’isola  è in procinto di sprofondare.

Era la paura di affrontare il mare in tempesta  che l’atterriva o il  sottile sospetto con cui le  sirene avevano avvelenato la  sua  anima?

Passò la notte e venne  il giorno  che da quella  non  si differenziava. Gli animali  che abitavano l’isola  protestavano contro il cielo. Così gridavano  le iene( o erano cani?) che  vivevano nel folto della foresta pluviale.

I lemuri  s’erano riuniti  in falange,diretti verso la spiaggia.. con gli occhi  lucidi di paura,pianto,meraviglia  per  quanto stava  accadendo. Ricordavano i pinguini  australiani  che abbandonano in massa il continente  quando giunge l’ora della  migrazione;la scena era simile  ,con la differenza che i lemuri non potevano  affrontare il mare, legati ad Anthemoessa come  alberi  e  rocce.

Forse vi erano arrivati attaccati ad un tronco vagando da un isola all’altra,come avevano fatto gli ominidi africani approdati in Europa. Ma i secoli avevano cancellato nella loro mente quell’esperienza.

Gli uccelli erano volati via,  quello che appariva in cielo erano bombe di  magma ,gonfie di gas,sparate dal vulcano  e ombre degli inferi che si disegnavano come fantasmi. Un forte boato coinvolse tutte le creature .Il  vulcano eruttò aprendo una  ferita oscena  lungo il  suo fianco. Era il segnale di  abbandonare la terra . Presto la  lava avrebbe incontrato l’acqua  . C’era inoltre il pericolo che il secondo  vulcano,quello in quiete, franasse lanciando lungo i  pendii  scoscesi milioni di tonnellate di roccia che.  avrebbero creato un’onda  anomala simile a  quella scatenata contro lo Yorkshire  .

Greta era   accorsa e mi abbracciava le spalle.

-E ora!-decisi, bisogna andare .

Non ripose , ma tutto diceva che, per un imperscrutabile ragione, voleva  restare.

-E’ solo paura ,la tua,-dissi interpretando  il  desiderio non espresso -per assurdo ,quando si scatena uno tsunami il posto più sicuro è  il mare.

Il vulcano aprì una  nuova  bocca,  un’altra arrossò cielo e terra,alla fine la montagna collassò creando un immenso  fuoco .

Quando si spense fu il buio,un buio inimmaginabile,primordiale.

La battaglia che infuriava  sull’isola si trasferì in fondo al mare  ,le forze endogene che  non  avevano trovato sbocchi premevano

creando geiger ,soffioni alti come  fontane. Presto non sarebbe stato più possibile fuggire.  I lemuri lo avevano compreso  ma  quando terrorizzati si avvicinavano al mare  venivano  attaccati dalle orche che  ne facevano strage , non tanto per fame quanto per reagire a quello sconvolgimento epocale. Moriva un  mondo.

Misi in moto lo swan,avviando  anche  l’elica  di prua  che rendeva

L’Intolerance più governabile. Il rumore del motore  accompagnava quello della tempesta,chiesi a  Greta di mollare a prua mentre io recuperavo  le cime di poppa.

Fuori  da porto seguro il mare era  in tempesta,a  mano a  mano che  procedevamo  le  acque si facevano più  turbolente, creando un muro contro la prua. Diedi il massimo al  motore,ma fu la tempestina,poco più di un  fiocco,a prendere  vento e trascinarci in battaglia.

Dio com’era  bello e  insieme  spaventoso navigare nell’uragano.

Quale che fosse la realtà,eravamo soli in quel mondo:noi due soli in quel mare infinito ch’era tutt’uno con la tempesta e il cielo.

- Greta ,amore mio,ora che ho ritrovato le costellazioni posso individuare la rotta ,sono quasi sicuro di poter raggiungere il punto di uscita-mi giurai.

Avevo dimenticato Circe e le sue sirene,perché avevo ritrovato la  mia.

Me l’attirai contro,cingendola in vita con un braccio,mentre con l’altro tenevo il timone. La sentii fremere. Sopra di noi c’era il peso di tutte le stelle, la grandine di quel cielo.

Temevo lo scatenarsi di un tsunami,la vendetta di Circe,le paure della ragione;ma già la prua dello swan aveva individuato il punto d’uscita e tutte le sue strutture fremevano pronte all’impatto.

Greta si liberò per mettersi al mio fianco e lasciarmi libertà di manovra.

-Non sono più tanto sicura d’aver fatto bene a lasciare l’isola,i dubbi mi assalgono,paralizzandomi la mente

-Ma che dici,ne avremmo seguito la fine.-

Ricominciò a tuonare ,iniziò alle nostre  spalle poi,come   c’inseguissero, tuoni e  fulmini circondarono lo swan come legioni d’angeli o demoni e il cielo tornò a  chiudersi in uno schermo nero che  annullava tutto.

Mi  girai per guardare  l’Isola.

Avevo visto una  nave  affondare in  Atlantico,le  paratie  nere sfidavano i marosi decise  a  resistere poi,con un’immediatezza   che  non  avresti sospettato aveva immerso  la  prua  nel mare come  avesse scelto  quella  via per  scomparire .A galla restavano solo scialuppe e  rifiuti.

Era quanto stava  accadendo a Anthemoressa .

Cessate l’eruzioni  l’Isola collassava dall’ultima palma all’ultima roccia. Nei secondi  che  ne decretavano la  fine l’acqua raggiunse la lava che  esplose illuminando d’inferno la scena. Non era  rimasto nulla,le stesse  sirene  ,se  ancora  c’erano  ,dovevano essere partite  con Circe  alla  conquista di un nuova terra , nella realtà o nel mito.

Il mare cha  aveva  ingoiato  milioni di tonnellate di roccia,stava  per restituirle in un’immensa onda. La sentivo.

Ci separavano una trentina di miglia,ma il mare soffiava   alle  nostre  spalle.

E’ incredibile quante cose si possono ripresentare  alla mente in attesa di un evento tragico. I secondi che precedono la  morte  sono fecondi  come la terra che raccoglie  la potassa di un’eruzione.

Ma non era la paura  a farla da padrone,quanto piuttosto la  curiosità di quello che sarebbe  successo allo  swan ,a  noi,ai libri e alle mappe,come  fosse  quello il  vero problema  .

Qualcuno avrebbe mai  ritrovato le rovine  d’Atlantide?

Mi sembrava di vederla  svettare dalle  acque dell’Egeo, o tra i ghiacci dell’Antartide.

Poi il  vento che   precedeva l’onda  ,venne ad aggirarmi  e diede  l’allarme.

-Controlla  tutti i boccaporti ,gridai  ,dobbiamo affrontare lo tsumani.

Non temere in  mare   aperto  è meno  violento. Ci  chiuderemo dentro.

Prima  ,però, dovrò cambiare rotta per  contrastarlo di prua.

Diedi volta  alla  ruota e misi   la prua al mare.

L’onda era  alta come i grattacieli di Singapore , in grado di travolgere un’intera  flotta  di navi  ,e lo swan era solo un  fuscello.

Ma il  fuscello la  scalò,salì sulla montagna e  riprese a navigarci sopra. L’oceano era  ingombro di  alberi e  relitti ,“ L’Intolerance” superò una serie di onde che  sembravano  volessero ricoprire la Terra.

Sapevo  quello che sarebbe successo :quell’immensa  energia che percorreva  le  profondità del  mare,diretta   ad investire le  coste dell’Asia,fino a  quelle  dell’Africa, lasciava  al  tifone il  compito  di   distruggerci.

Dopo una  calma  apparente tornò ad infierire : la bufera veniva da tutte le parti,cambiava  velocità e  direzione col  solo  fine  di  distruggere qualsiasi cosa  osasse sfidarla.

-Non possiamo combatterla  -gridavo tentando di sovrastare l’urlo del vento,l’unica  possibilità è  quella  di rinchiudersi all’interno,aspettando che la tempesta si calmi. L’abbiamo fatto altre  volte.

Un ondata invase  il pozzetto e   ci  schiacciò  sul fondo.

Ora  avevo  Greta a portata  di  voce.- Dovremo prima  ammainare la  vela  stracciata e srotolare la vela di tempesta. Dovrai aiutarmi.

I suoi occhi erano terrorizzati ma decisi,ma pronti a fare  quello che  le chiedevo.

Il mare aumentò la  sua forza ,ora lo prendevamo al mascone.

-Io non ho vissuta l’ultima  guerra  ero troppo giovane- balbettò Greta ritrovando la voce-,mio padre mi raccontava l’arrivo a  Berlino dei russi, lo schianto dei crolli,il lugubre suono dei cannoni. Deve essere stato qualcosa di simile .Alle  nostre spalle non c’era più niente e la prua forava  l’ignoto. L’urlo del mare era  quello  di Munch.

-Fatti forza,ce la faremo-la rincuorai-io non posso lasciare il timone, dovrò  chiederti di cazzare la vela  di tempesta. -Lo farò.

Un’onda  più forte inondò il  pozzetto ,sentivo le  pompe di sentina lavorare  al massimo per  vuotare le  stive.

Cambiai idea :

- E’ meglio che vada io,tu tieni questa rotta- dissi  agganciando  al moschettone la cima   di sicurezza,strisciando sul ponte verso  prua.

Poi tutto precipitò.

Dovevamo più o meno essere  sul punto di  uscita,ma  non c’erano  gorghi né  mulinelli   a segnarlo,sola, enorme come  ,un fantasma  bianco ,venuto dal passato,l’onda a noi destinata..

Lo swan c’infilò la  prua per immergersi…Ebbi il tempo di schiacciarmi sul ponte protetto dalla battagliola  e dalla rete di sicurezza .

La  poppa   era sommersa.

Migliaia  di volte,da  quell’istante, mi sono  chiesto cosa fosse  successo.
Mai accetterò di credere(cosa che  pur   mi venne  suggerita dai miei orecchi)che  Greta  mi  chiedesse  aiuto:che erano grida d’aiuto le   sue ultime  parole.

Nei secondi,dilatati  d’eterno che seguirono ,ne sentii  il richiamo: non  il grido  di  chi si perde  in mare,quanto piuttosto un  urlo  diretto alla  Maga affinché venisse a  riportarla nella culla immortale. Doveva essere così: Greta ,convinta dalle malie di Circe, aveva  scelto il mare.

Ancora mi chiedo se non sia stata la  mia follia  a  farmelo credere. Il tempo mi ha  convinto che devo respingere questa idea se voglio  continuare a vivere.

“L’Intolerance”stava  affondando,precipitò di prua, gli alberi entrati in acqua  non ne sarebbero usciti. M’infilai come un verme  nel portello del ponte,ch’era  quasi verticale,e mi chiusi dentro per morire.

Ma non era scritto, lo swan fuoriuscì dal pelago proiettato come una  bomba:  come un cetaceo  che esca a respirare……


EPILOGO

Nei vicoli che circondano il lungomare d’Alessandria c’è il bar de l’Ammiraglio.

Il gestore è un americano senza età, John.

Lo sbarcarono da una petroliera che l’aveva trovato aggrappato ad un relitto nel mar di Celebes.

Da quel giorno non s’è più allontanato dall’Egitto, dicono che abbia terrore del mare.

Ogni sera si presenta nel locale Farouk, un arabo che porta con se vecchie mappe scovate tra i documenti scampati all’incendio dell’antica Biblioteca.

I due si appartano allora in misteriosi colloqui in cui sembrano perdersi.

Per navigare l’arabo tira fuori le sue carte nautiche che l’americano confronta con le sue.

Parlano e navigano tutta la notte, dicono che il loro sia un parlare d’angeli.

Ad essi spesso si unisce una donna misteriosa. Ha il volto nascosto dal chador, ma è certo un’europea.

Sembra sia sbarcata da una nave da crociera a Alessandria.

Quando non li trovi al caffè dell’Ammiraglio, significa che i due sono casa di Farouk attaccati ai narghilé come all’ombelico materno: il tabacco, arricchito di hashish, offre visioni magiche. Farouk spera che un giorno, l’americano racconti la verità sulla sua storia e spesso lo porta sul tetto della sua casa a rimirare le stelle. C’è chi li ha visti alla piramide di terra, nell’oasi di Kut, intenti a studiare i geroglifici cercando di ricollegarne il senso alle vecchie mappe.

Un archeologo mezzo matto che a volte si unisce a loro, sostiene che l’americano potrebbe svelare il segreto di Atlantide e ritrovarne i tesori che era andato a scovare a bordo di uno splendido veliero. Per la verità la barca, un diciotto metri, è da anni attraccato alla banchina d’Alessandria. La gente se lo ricorda così com’è, con le vele strappate, come scampato per miracolo alle tempeste.

Il direttore degli scavi dell’Alto Egitto, sostiene invece che l’Intolerance, arrivato almeno vent’anni fa, non sia mai partito per quel fantastico viaggio di cui tutti parlano, ma sia, da sempre, bloccato agli ormeggi.

Alla fine delle serate, la donna viene a raccogliere l’americano. È una donna alta bella, alcuni la paragonano ad una dea, altri affermano che ricordi la morte (quella che aspetta il misero a Sammarcanda).

Quale che sia, da qualunque posto venga, il suo apparire nella scena, con gli occhi lucidi di Iside e il fascino della notte, è comunque un capolavoro di magia.

Fine



Anthemoessa (l'isola delle sirene)

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